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lafilosofiadilost.jpg Il critico televisivo Aldo Grasso  si sa è un grande estimatore di Lost, in questo caso prende spunto dall’uscita di un volume  La filosofia di Lost, Ponte alle Grazie editore, 2009 di Simone Regazzoni che in questo momento stringo tra le mani e mi appresto a leggere.
di Aldo Grasso
Con grande trepidazione è ripartito Lost, giunto in­tanto alla quinta stagione (Fox, canale 110 di Sky, ore 22.05). Firmato da Damon Lindelof, Carl­ton Cuse e dal grande J.J. Abrams, Lost è una del­le serie che meglio ci aiutano a riflettere sul mon­do contemporaneo, popolata com’è da misteri insoluti: viag­gi nel tempo, tempo circolare, cospirazioni, fenomeni inspie­gabili, lotta per la sopravvivenza, sfida fra Fede e Ragione.
A Lost ha dedicato un prezio­so libro Simone Regazzoni, con­sigliabile a tutti coloro che non vogliono fermarsi alla superfi­cie delle cose: La filosofia di Lost, Ponte alle Grazie editore, 2009. Scrive Regazzoni: «La na­tura filosofica di Lost non si esaurisce nel gioco dei nomi di famosi filosofi attribuiti ai per­sonaggi (Locke, Rousseau, Hu­me, Bentham) o in quello di qualche filosofo esplicitamente citato (Nietzsche)… Piuttosto occorre dire che la filosofia la­vora al cuore di tenebra di Lost nella forma di una serie di que­stioni fondamentali: Che cos’è un’isola? Che cosa significa so­pravvivere? Esiste il mondo esterno o è una mera illusione? Che cos’è la verità? Che cosa si­gnifica con-vivere? Qual è il rapporto fra fiction e real life?». Il libro parte dal presupposto che il volo 815 dell’Oceanic, co­me ogni altra grande narrazio­ne, vada oltre le intenzioni ini­ziali dei suoi autori e accenda nell’interpretazione il desiderio di sapere, scoprire, trovare. Lost è una ricerca di verità sot­to forma di racconto e di enig­ma perché «la verità si nutre di finzione».
La qualità più bella di questa riflessione è che na­sce da una profonda conoscenza di Lost e dei suoi episodi, dal piacere della visione, dall’analisi della sua scrittura. È la prima volta, ad esempio, che in tv il flashback viene usato in senso metafisico, come se la concretezza del presente fosse un’astrazione lungamente elaborata prima di noi e da noi: ogni immagine diventa così un miraggio, l’attesa di un desti­no. Anche la finzione si nutre di verità.
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