22 Nov
![]() ![]() |
| Ho il piacere di ospitare oggi su queste pagine uno scrittore “fuori genere” come egli ama definirsi: Davide Sapienza, scrittore, giornalista (fondatore della rivista Fire, la più professionale fanzine sugli U2 degli anni ottanta, traduttore di testi di artisti e gruppi come U2, Simple Minds, Waterboys, Nirvana), esploratore e osservatore di territori inviolati, anche dell’io più profondo, traduttore ed esperto di miti dell’avventura da Jack London a Robert Falcon Scott passando per Barry Lopez, spirito libero, amante e profondo conoscitore del rock e delle montagne nelle quali ha deciso di vivere (dove nasce la Valle Borlezza, sotto la Presolana, che é collegata alla Valle Seriana, nelle Orobie, con la moglie Cristina Donà e Leonardo il loro cucciolo umano). L’avventura che Davide Sapienza ci racconta nei suoi libri (come i Diari di Rubha Hunish e La valle di ognidove) ci fa sognare, aprire la nostra immaginazione e la nostra fantasia (come nell’insolita “Milano in una stella” e in “Aletheia, la vetta nuova“), perchè come dice lui “Nessun viaggiatore è migliore o più unico di un altro, niente dà diritto elettivo di piantare una bandierina in un buco per terra e reclamare qualcosa che non può appartenere all’uomo, ma solo all’immaginazione e al sentire”. Ringrazio Dav per la sua cortesia e gentilezza e gli auguro di realizzare i suoi molteplici progetti professionali e di vita; la vera passione per la montagna, la scrittura e la musica lo rendono per me un vero esempio di moderno scrittore/viaggiatore con salde radici in un passato che non va assolutamente dimenticato. |
| Glorfindel: Davide Sapienza, 25 anni di carriera nella scrittura, come è nata questa tua passione e come si è trasformata in professione? |
| Davide Sapienza: Dunque, sin da piccolo avevo collegato la lettura dei libri alla possibilità di poterli scrivere. A scuola a volte pensavo – con pudore – “ma queste cose che mi spiegano mi paiono ovvie, io so come ci si sente”. Solo anni dopo ho capito che probabilmente avevo quel tipo di spirito e di approccio connaturato al mio carattere. Dunque, è stato naturale – avendo una grande passione per la musica rock – cercare di scrivere di musica e per quindici anni è stata l’attività principale, con libri articoli servizi radiotv etc etc ma anche volumi dedicati ai nativi americani e altre cose extra musicali. |
| Glorfindel: Hai scritto una frase che mi ha fatto molto pensare: “La gente ha molta necessità di essere rassicurata. Io non scrivo per rassicurare, ma per sferzare, spronare ad andare a cercare mete incognite, anche vicoli ciechi: per esplorare. Scrivo per esplorare, esploro per scrivere.” L’esplorazione e la scrittura, come è nato questo connubio nella tua vita? |
| Davide Sapienza: Anche in questo caso si tratta di una questione caratteriale. Mi annoio facilmente e trovo stupido ripercorrere sempre gli stessi sentieri. Se hai tante perle tra le mani, perché sentirti obbligato a infilarci un filo per forzarne l’unione tra loro in un’unica soluzione visuale? Non è un peccato perdersi lo splendore e le sfumature di ogni piccola parte della loro superficie singola? E solo dopo immaginare di unirle in un filo conduttore? Questo è quello che ho provato a fare con La valle di Ognidove, che definirei un ben strano romanzo, a suo modo, ma anche un’esplorazione letteraria. Voglio arrivare dove arriverò, che non so dov’è ovviamente, e voltarmi indietro per dire: “almeno ho cercato di vedere e attraversare nuove terre letterarie”. |
| Glorfindel: Oltre ai tuoi scritti affianchi un importante ruolo di traduttore e curatore di opere scritte da autentici miti dell’avventura, come Jack London (Cacciatore di anime, Martin Eden, Preparare un fuoco, Il marinaio nella neve. Jack London e il Grande Nord, Il marinaio nella neve. Jack London e il Grande Nord,) oppure l’ultimo I Diari del Polo di Robert Falcon Scott, che é la prima traduzione moderna a quasi un secolo dalla sua pubblicazione. |
| Davide Sapienza: Raul Montanari presentando il suo FESTIVAL DEI NARRATORI ITALIANI (www.presenteprossimo.it) con Tiziano Scarpa, Aldo Nove, Giuseppe Culicchia etc, che andrò a chiudere sabato 28 novembre a Nembro (Bg), ci presenta come scrittori che fanno anche “altro”, eppure quello che si chiama “altro” fa assolutamente parte dell’anima di uno scrittore di un certo tipo. Dunque tradurre un gigante della letteratura americana – forse il più grande di tutti – come London, è per me fonte di gioia, meraviglia e scoperta: anche London l’ho (ri)scoperto esplorando. Ed esplorando ho verificato che tutti si erano intruppati sul solito sentierone fatto di tanti luoghi comuni, mentre Jack London è un vero pianeta immenso da esplorare. Venite anche voi, vedrete che roba. Scott, e prossimamente il norvegese Frodtjof Nansen – il più grande esploratore della storia – sono per me un modo di vivere quella geografia che amo esplorare anche fisicamente e di far conoscere al pubblico versioni vere e originali di storie entrate nell’immaginario dei popoli. |
| Glorfindel: I diari di Rubha Hunish è un libro che ho amato molto, una raccolta di pensieri che esplora la montagna in modo originale, impressioni nate a contatto con la natura, tra le vette alpine e le distese artiche; qual è stato il processo creativo per questa tua opera? |
| Davide Sapienza: Intanto lasciami dire che quando ho terminato quel libro, letteralmente non sapevo cosa mi trovavo tra le mani. Sono state alcune persone, come il mio attuale agente Gianluigi Zecchin e poi il professor Piero Gelli, ma anche lo scrittore Michele Monina e suo fratello, fondatore di Pequod Edizioni, a farmi capire di aver realizzato qualcosa di speciale. Dopo l’uscita, ho avuto molti più riconoscimenti di quelli che fosse legittimo aspettarsi da un libro così particolare. Gelli definiva queste pagine “riflessioni filosofiche risolte con pensieri forti e precisi”. Il che, se ci penso, non è poco. Aveva anche paragonato la qualità della scrittura a quella di un Chatwin. Anche questo, non è poco. Il libro è nato nel corso di sei lunghi anni in cui nella mia vita si è aperta una grande distesa immensa di opportunità: lasciato il giornalismo rock, ho continuato a lavorare part time come consulente per la Rykodisc, occupandomi solo di musica che amavo e non da giornalista. Intanto viaggiavo, facevo quello che facevo con molta libertà e scrivevo pensando al libro. Che per anni si è intitolato come il sottotitolo (Brevi saggi sull’interruzione del pensiero in viaggio). Poi nel 2002 ho deciso che una volta rientrato dal Perù avrei chiuso il libro e alla fine di quell’anno, in effetti lo chiusi. Ci rimisi poi mano all’inizio del 2004, aggiungendo delle pagine importanti. Ma credo che così si è creata un’opera piuttosto unica, sia in relazione al viaggio che alla montagna e alla natura. Insomma, elaborando nell’inconscio per anni la lezione di maestri come Barry Lopez, Renato Da Pozzo, Franco Michieli, Rigoni Stern e i miei amati trascendentalisti americani (NdR, Henry Thoreau con “Walden ovvero vita nei boschi” e Emerson Ralph W. con “Teologia e natura”) ma anche libri come Nelle vene dell’America piuttosto che Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, ne è uscito questo libro. |
8 Nov
![]() ![]() |
| Oggi ho il grandissimo piacere di presentare un intervista a Silvana De Mari, secondo me una delle più grandi autrici di letteratura fantastica in Italia (Gli ultimi incantesimi, L’ultimo elfo, Il cavaliere, la strega, la morte e il diavolo), persona estremamente cortese e colta che è un vero piacere poter ascoltare anche dal vivo, e per questo vi invito a guardare sul suo sito la pagina degli incontri con il pubblico. “La difesa della verità” è il titolo che ho scelto per questa intervista, perchè Silvana De Mari è anche questo, una persona che lotta per le idee in cui crede e che le trasmette alle sue opere, perchè come scrive lei “da tempo immemorabile la narrazione fantastica ha sempre toccato, in tutte le sue forme, corde profonde nell’uomo. Dalla fiaba tramandata per generazioni e raccontata alla famiglia riunita davanti al focolare al poema epico, lontana eco di gloriose battaglie e indimenticabili eroi, alla letteratura fantasy del Signore degli Anelli o di Harry Potter, con le sue metafore sfuggenti e le sue suggestioni cangianti e multiformi, il fantastico si è sempre posto come infinito e prezioso deposito di archetipi dell’immaginario”. Buona lettura. |
| Glorfindel: Ne “L’ultimo orco” si racconta di una cupa epoca nella quale miriadi di Orchi insidiano il mondo degli Uomini. Chi sono gli Orchi per Silvana De Mari? |
| Silvana De Mari: Coloro che provano piacere nel causare dolore. E qui comincia un discorso spinoso. Contrariamente a quello che riteneva Rousseau con la sua disastrosa teoria del buon selvaggio, il cervello umano è naturalmente feroce. L’odio è un piacere che si autoalimenta, come tutti i piaceri. Causare dolore a un altro, torturarlo o vederlo torturare, ci dà un senso di potenza. In epoca preistorica la ferocia era funzionale, aumentava la sopravvivenza. Con l’aggregazione in gruppi sempre più grandi, la ferocia è diventata disfunzionale e siamo usciti dalla preistoria, ma la tentazione è rimasta. Gli orchi sono coloro che ammazzano gli indifesi e dopo averli ammazzati festeggiano. Questa è la base del genocidio. |
| Glorfindel: “L’ultimo Elfo” è un libro veramente magico, amato da giovani e adulti, quale è stato il processo creativo che ha portato alla sua nascita? |
| Silvana De Mari: Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste. Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. Il cane e io lo accompagnavamo, in queste marce, che spaziavano dalle scogliere al Carso, passando dalle strade della città e dai moli del porto. Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi complicate storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano. E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito? Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano. Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare, e che un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi. Mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di sterminio sul suolo italiano. La Risiera non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più indicibile. |
| Glorfindel: “Il cavaliere, la strega, la morte e il diavolo” è un libro dalle tinte forti, con una profonda riflessione sulla vita e sulla morte; io l’ho letto tutto di un fiato. Racconti così diversi e scritti con grande passione, ma perché un saggio sulla morte? |
| Silvana De Mari: Grazie, per averlo letto tutto di un fiato. Amo molto questi racconti. Ho cominciato a scrivere a sedici anni dopo aver visto il film Brancaleone alle Crociate. Ho scritto le prime righe di un racconto lungo, Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo, su una versione stracciona e disperata di Bradamante, che ho poi finito trent’anni dopo. Il saggio sulla morte perché ognuno di noi si interroga su Dio e sulla morte, il nostro ultimo dono, la nostra ultima crisi dove ci giochiamo tutta la nostra vita, dove possiamo con un ultimo colpo d’ala decidere di renderla magnifica, qualunque essa sia stata. Come sarebbe possibile non scrivere un saggio sulla morte? |
| Glorfindel: Ha scritto ”Nella letteratura fantasy, come nella sua figlia legittima, la fantascienza fantasy (Guerre stellari) gli eserciti sono multietnici. La compagnia dell’Anello è formata da due uomini, un elfo, un mago, quattro hobbit e un nano. Nella battaglia finale di Guerre stellari umani e non umani combattono affiancati. Il genere fantasy trascende la nazione, ed è il poema epico dei nostri giorni”. Cos’è il Fantasy per lei? |
| Silvana De Mari: Una narrazione di eroi. Diceva Bertold Brecht Beata quella terra che non ha bisogno di eroi. Quella terra non siamo più noi: la vacanza è finita. Noi siamo una generazione che dovrà di nuovo combattere per la libertà di parola. Era anche impensabile che la piccola Europa restasse ricca e libera circondata da popoli di mendicanti e di schiavi. Ora siamo allo scontro finale: o la libertà ci sarà per tutti o per nessuno, quindi ci sarà per tutti. Un’armata multietnica fatta da tutti colore che sono disposti a versare il proprio sangue per la libertà si prepara. Con coraggio ed orgoglio. La speranza che gli orchi vengano battuti. La strada per ritrovare la strada del coraggio, per uscire dal relativismo folle che dichiara uguali chi ha graziato l’adultera e chi l’ha condannata, che non distingue tra il rispetto dei diritti dell’uomo e la loro assenza. A Dachau sono state “studiate” le crocefissioni: uomini sono stati crocefissi per il solo piacere di vederli morire. Ad Aushwitz bambini sono stati dissezionati vivi perché erano gemelli. Mentre le torri gemelle bruciavano in molti ballavano per strada e il capo del commando ha lasciato un testamento dove ordinava che gli esseri inferiori, le donne, e gli esseri molto inferiori, le donne incinte, non osassero partecipare al suo funerale. Gli orchi esistono, e la loro straordinaria idiozia è un’ulteriore catastrofe perché li rende imprevedibili. E qui arriva il discorso della rabbia, anche questa, insieme alle mie migliori doti, intolleranza e arroganza, ereditata da mio padre. è la rabbia per il dolore inutile, il dolore per chi distrugge gli altri senza guadagnarci nulla, anzi che si danneggia pur di poter distruggere, che è infinitamente più grave di distruggere gli altri per guadagnarci qualche cosa, e questa è la differenza tra i malvagi e gli idioti criminali. I malvagi seguono linee logiche ed è possibile fermarli. In tutti i casi ti danneggiano solo se ne hanno un ricavo. Se non ci guadagnano nulla ad ucciderti, ti lasciano vivere, è qualcosa. Gli idioti criminali non si fermano mai. Se è ingenuo ritenere che la politica e la storia siano indipendenti dal denaro, altrettanto ingenuo è ritenere che il denaro ne sia l’unico motore. L’odio è una delle più potenti emozioni umane, infinitamente più forte dell’avidità: quest’ultima è situata sulla recentissima competitività. L’odio fa parte del nostro sistema più antico. L’odio di gruppo, una piazza che si autocontagia, vuol dire una scarica di adrenalina e serotonina insieme, è uno dei piaceri più assoluti. Annulla sia la paura che il dubbio. L’odio si contagia e si moltiplica. Per il piacere dell’odio e del dominio del mondo alla propria volontà asservita, gli idioti criminali distruggono sè stessi e tutto quello su cui mettono le mani. L’idiozia criminale di oggi si chiama terrorismo islamico: si tratta di un tipo di ferocia spaventoso, dove si inneggia alla distruzione di vite innocenti facendola rientrare in uno schema voluto da Dio e da lui premiato con il paradiso. L’idiozia criminale è la ferocia di un popolo contro le sue stesse donne, contro le sue stesse bambine. |
25 Ott
![]() ![]() |
| Il tredicesimo appuntamento del percorso che abbiamo dedicato alla situzione e ai personaggi del genere fantastico in italia, vede come protagonista Enrico Solito, medico pediatra infantile, uno dei massimi esperti di Sherlock Holmes in Italia e anche nel mondo (già presidente dell’associazione Uno studio in Holmes di Firenze) e autore di numerosi apocrifi (si chiamano così i libri che non sono usciti dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle autore invece del Canone, i quattro romanzi e 56 racconti con protagonista Sherlock Holmes) tra i quali I casi proibiti di Sherlock Holmes, 7 Misteri per Sherlock, Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio e Sherlock Holmes e l’orrore di Cornovaglia e di gialli come Nero Porpora e Delitti di Regime che esulano da ambienti inerenti Sherlock Holmes. Solito è inoltre autore con Stefano Guerra di un enciclopiedia Sherlockiana completissima, di cui prepara una riedizione e che uscì già anni fa con il nome di I diciassette scalini. Auguro grande fortuna al Dottor Solito, una persona veramente squisita e cortese, e ai suoi molteplici progetti, basterà seguire questo blog per avere notizie sulle sue prossime uscite. |
| 1 ) Glorfindel: Personalmente ritengo il suo “Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio” uno dei più godibili Apocrifi che abbia mai letto, un vero gioco di rimandi e citazioni da cui traspare anche il suo amore per i particolari, i nomi, i luoghi a Londra e a Gubbio, perfino gli orari dei treni, sono puntigliosamente esatti. Quanto tempo ha impiegato per scrivere un “meccanismo” così perfetto? |
| Enrico Solito: La vera difficoltà, ma anche forse la parte più divertente e godibile per me, è la ricerca di dati. In genere ci vogliono 6 mesi, un anno, per raccoglierli: ricostruisco tutto quello che posso sull’ambiente, l’epoca, perfno il modo di vestire, o di cucinare. Cerco cioè di “vivere” quel posto e quella gente prima di ambientarci una storia. Per Gubbio ho messo le mani anche su un volume scritto da un inglese sulla Corsa dei ceri alla fine dell’800 (l’ho citato nel libro, fingendo che sia stato Holmes a dare a lui le informazioni) e il massimo successo è stato correggere degli Eugubini che credevano di aver trovato un errore. Per l’ultimo di Holmes, “Sherlock Holmes e l’orrore di Cornovaglia”, sono stato molto più maniacale, mi ci è voluto un anno, ho scovato negozietti inglesi e appassionati di ferrovie, ho trovato una copia del badaeker di quell’anno, centinaia di foto d’epoca, e credo di essere l’unico, tra Italia ed Inghilterra, a conoscere esattamente la linea ferroviaria dove si svolge l’azione. E’ solo qundo mi “sento” pienamente in quel contesto che la storia si svolge, quasi da sé, naturalmente. |
| 2 ) Glorfindel: Uscirà a Natale lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie, con Robert Downey Jr. e Jude Law; a detta del regista: “Holmes rivelerà doti da guerriero altrettanto letali del suo leggendario intelletto, e combatterà come mai prima per sconfiggere un nuovo nemico e sventare un piano diabolico che potrebbe distruggere l’Inghilterra.” Un Holmes più d’azione potrebbe avvicinare uno stuolo di giovani lettori, cosa ne pensa? Io personalmente ho iniziato a leggere il Canone dopo la visione di “Piramide di paura”, rimasi letteralmente affascinato dal personaggio. |
| Enrico Solito: Chissà, può darsi: sospendo il giudizio. Vede, ognuno vede Holmes in modo diverso, perchè credo corrisponda ad un archetipo dentro di noi e ognuno lo vive alla sua maniera. Non mi è dispiaciuta “Piramide di paura” ma ho amato di più, per dire, “Basil l’investigatopo” ma sopratutto “Senza indizio” o “Assassinio su commissione”. |
| 3 ) Glorfindel: Come vede la situazione della letteratura di genere in Italia, giallo, noir, fantascienza e Fantasy? |
| Enrico Solito: Mi pare che ci sia molta vivacità, molti nuovi autori, molte idee, anche se qualcuno dei nuovi autori mi pare abbracciare un genere senza crederci fino in fondo,e fa opere di maniera. Nel complesso la produzione mi pare assai stimolante, anche se talvolta la qualità delude. |
| 4 ) Glorfindel: Ho letto che da giovane non amava i gialli e vero? Qual è stato il suo primo contatto con il Canone? |
| Enrico Solito: Preparavo l’esame di medicina legale al’ultimo anno di università: cadaveri, segni di ferite, armi da taglio e così via. Studiavo assieme ad un caro amico, che ora fa il gastroenterologo, che commentò sospirando: “Pare di leggere Sherlock Holmes”. Io scossi le spalle e pronunciai le mie ultime parole famose: non mi piacciono i gialli. Lui sbarrò gli occhi come se avessi bestemmiato in chiesa, e mi sussurrò che Holmes non era un “giallo” ma un racconto gotico che centrava un epoca e una ambientazione straordinaria; nebbia, ululati, pipe, violini e paludi. Il giorno dopo per curiosità andai a comprarmi l’edizione Mondadori, due stupendi volumi rilegati in blue giallo e mi misi a leggere…non ho più smesso. |
16 Ott
![]() ![]() |
| Questo dodicesimo appuntamento della nostra galoppata tra gli autori di genere fantastico, siano essi sceneggiatori o scrittori, vede come protagonista un grande del fumetto italiano: Stefano Vietti autore di bellissime storie tra le quali ricordo Uomo ragno, Nathan Never, Agenzia Alfa, Zona X (in Magic Patrol ricordo “Il libro nero e “La dimensione Omega”) ma anche Storie da Altrove numero 6 (con protagonisti Garibaldi e D’Annunzio) e potrei continuare con Dragonero e tanto altro di cui abbiamo avuto modo di conversare insieme. Ringrazio Stefano Vietti per la sua estrema cortesia e gli auguro di realizzare tutti i suoi innumerevoli progetti tra i quali figurano anche dei romanzi di famtascienza. |
| 1 ) Glorfindel: “… Mentre l’impianto degli organi si susseguiva e durante l’innesto degli arti, delle zanne e delle scaglie e nel fluire successivo del plasma fino al più insignificante vaso sanguigno, la bestia sentiva, e soffriva…” Questo suggestivo testo è tratto da un romanzo che stai scrivendo dal nome “Kraken” nome di un leggendario mostro che presenta analogie con il mostro Cthulhu di Howard Phillips Lovecraft. Ci puoi dire qualcosa a riguardo? |
| Stefano Vietti: In realta’ non mi sono ispirato ai “miti di Cthulhu” per il progetto di kraken (che e’ il nome in codice del protagonista del romanzo), ma riconosco l’influenza di Lovecraft nel mio lavoro, soprattutto a livello di atmosfera. Quello che mi ha sempre affascinato, infatti, dello scrittore di providence, piu’ ancora dei terribili “antichi” evocati nei suoi racconti, era l’atmosfera che sapeva ricreare: cupa, innaturale, che non lasciava speranza. Quando scrivo storie horror, trovo aiuto nel ripensare a quella atmosfera. Per il resto, Kraken e’ un romanzo strano. Non riesco a catalogarlo. E’ un progetto nato per essere una ghaphic novel, con Marco Checchetto ai disegni, e forse un giorno lo sara’… ma tempo fa, per dare a marco il tono dell’atmosfera che desideravo per la storia, ho scritto due scene in prosa… e non mi sono piu’ fermato. Kraken procede in parallelo insieme ad altri progetti. Mi ci dedico quando riesco, raccolgo appunti, idee, e dettagli per caratterizzare ambienti e personaggi. Non so quando lo portero’ a termine. Ci sto giocando ancora un po’, prima di fare le cose seriamente. |
![]() Da zona x 21 - “Magic Patrol - Il libro nero” Bonelli Ed. |
| 2 ) Glorfindel: Ci puoi parlare di V.O.C. studio? Mi sembra un progetto piuttosto innovativo nel panorama del fantastico in Italia, uno studio che progetta autonomamente grafic novel e anche romanzi. |
| Stefano Vietti: L’idea e’ nata quando Marco Checchetto, Giancarlo Olivares ed io ci siamo ritrovati a lavorare sul progetto di spider-man per il giornalino. C’era molta sinergia, nel trio e una buona dose di discussione, come ai tempi di Hammer… cosi’ abbiamo deciso di aprire un sito internet insieme, per mostrare il nostro lavoro a livello individuale e quello che avremmo voluto fare come gruppo. Con spider-man la collaborazione ha funzionato molto bene… ci sono molte nuove idee in discussione. Vedremo cosa riusciremo a sviluppare. Il problema e’ che, scrivendo e disegnando per vivere, abbiamo sempre cosi’ poco tempo da dedicare ai progetti “in cerca di editore”. |
| 3 ) Glorfindel: Hai scritto alcune tra le più belle storie di Nathan Never, Agenzia Alfa, Zona X, e creato Gray Logan e N.E.X.T. 02, due serie che vedono protagonisti robot avanzatissimi, ma che genere di fantascienza ti piace di più? |
| Stefano Vietti: Beh, ti ringrazio per i complimenti. Ho scritto parecchia fantascienza, negli ultimi 15 anni, e’ vero e ne ho letta ancora di piu’. Se proprio devo fare una scelta, la fantascienza che preferisco e’ quella di guerra. Fanteria dello spazio di Heinlein resta per me un cult… Aliens di Cameron un film che rivedo sempre appassionandomi… inutile dire quanto sia in attesa di Avatar! |
| 4) Glorfindel: Il progetto che ha portato alla creazione di storie dell’uomo ragno tutte made in Italy è una cosa del tutto singolare nell’universo Marvel, come ti sei approcciato a questo “mito” del fumetto? |
| Stefano Vietti: Con molta umilta’. Non certo con la presunzione di strafare o di imbastire chissa’ quali trame… la verita’ e’ che mi andava di stare sul semplice. Di scrivere uno spider-man un po’ vecchia scuola, forse per tentare di rivivere le emozioni che certe storie del passato mi avevano dato. Volevo un peter parker universitario, malinconico, innamorato di mary jane e con una zia may costantemente preoccupata per lui. E volevo dei cattivi con un piano nella testa che mi desse possibilita’ di creare un po’ di continuity fra le storie. Quando ho proposto le mie idee alla panini, che con Francesco Meo prima e Simon Bisi dopo controllava l’intera operazione, sono stati da subito molto soddisfatti e mi hanno lasciato fare. Non posso non aggiungere che ho avuto accanto, anche in molte fasi della progettazione, e quindi che mi sono stati di grande aiuto, autori del calibro di Checchetto (che oggi disegna per marvel) e Olivares… Ai quali poi si sono aggiunti Dante Bastianoni e Giuseppe Matteoni… e con i colori di Oscar Celestini e Fabio D’auria, per un risultato finale davvero molto buono. |
13 Ott
![]() ![]() |
| Undicesimo appuntamento con la letteratura, il fumetto e il cinema di genere “Fantastico” in Italia; il nostro viaggio prosegue con Giovanni Agnoloni (‘nome di battaglia’ connettivista Kosmos) scrittore, conferenziere attivissimo, divulgatore di Tolkien nella letteratura comparata, Connettivista, ideatore della manifestazione letteraria fiorentina “La penna del Magnifico”, traduttore per le lingue inglese, francese, spagnola e portoghese, e redattore del blog letterario www.lapoesiaelospirito.it, che ringrazio per la sua estrema cortesia e gentilezza, sono felicissimo di pubblicare la sua bellissima intervista e gli auguro di poter realizzare i suoi numerosi progetti, |
| Sono inoltre lieto di annunciare che la prossima intervista sarà a Stefano Vietti, noto sceneggiatore per Nathan Never, Legs Weaver, Jonathan Steele, Zona X (alcune delle più belle storie di Magic Patrol come Il libro nero o La dimensione Omega), Martin Mystère, Uomo ragno, Dragonero e anche di alcuni romanzi di cui ci parlerà. |
| 1 ) Glorfindel: Vernon Vinge pone come data per l’avvento della Singolarità il 2030, come pensi che cambierà la nostra vita? |
| Kosmos: Ti sorprenderò, come connettivista. Io non credo granché nell’idea di un futuro tecnologico e virtuale che ci ‘sfugga di mano’. Così come, in genere, i vari allarmi tecnologici – penso al Millennium Bug – poi sfumano in qualcosa di diverso. Sono uno scrittore che ama gli immaginari fantascientifici più per le suggestioni e le attinenze che presentano con le profondità dell’animo umano – in forma simbolico-archetipica – che per l’idea che veramente le cose debbano andare secondo le linee che essi suggeriscono. Certo, esistono aspetti della fantasia di autori come Philip Dick e William Gibson che oggi sono diventati parte del nostro quotidiano, ma lo stesso Gibson, recentemente intervistato (v. http://www.fantascienza.com), ha espresso dubbi sulle reali capacità predittive della fantascienza. Dunque, l’idea di una realtà sintetica che si distacchi dalla parabola della vita, di un’intelligenza artificiale che prenda il sopravvento sulla nostra radice umana per portarci in una direzione che non possiamo controllare, mi seduce solo nella misura in cui adombra un significato filosofico e spirituale: l’apertura all’assenza di controllo sulle emozioni più profonde, lo sciogliersi delle resistenze dell’Io in un Sé capace di intuizioni cosmiche e affondante nelle profondità dell’anima - che poi è la porta dell’Eterno. |
| 2 ) Glorfindel: Credi che la Singolarità porterà un miglioramento o un peggioramento nel rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda? |
| Kosmos: Se mai dovesse verificarsi, credo che ci costringerebbe a renderci conto di come la dimensione del ‘razionale’, del ‘controllante’, non sia la soluzione dei problemi, ma la causa. In ultima analisi, la sfera nella quale si gioca la partita della felicità umana è puramente interiore. Siamo costantemente divisi tra ciò che vorremmo realizzare e quello che, in virtù degli schemi razionali in cui la nostra vita è incasellata, ‘dobbiamo’ fare. Perdere il controllo e trovarsi ad affrontare inevitabilmente un elemento decisionale ‘esterno’ rispetto al nostro essere-umano, ovvero la tecnologia e l’intelligenza artificiale, ci porterebbe a dover per forza riprendere contatto con la dimensione del cuore, del centro interiore, del senso ultimo – e, insieme, precedente a tutto – del nostro vivere, a partire dal qui e dall’ora. Lo stesso vale per la natura. Il nostro rapporto con essa è sbilanciato perché cerchiamo di possederla, esattamente come cerchiamo di ‘possedere’ noi stessi e gli altri, invece di usare il talento che abbiamo per realizzare i nostri desideri e integrarli con quelli di coloro che amiamo. Così anche la natura diventa terreno di conquista, da occupare e coartare ai nostri scopi. Avere un ‘nemico’ esterno non sarebbe una cosa gradevole, ma ci costringerebbe a far leva su quello che veramente conta. |
| 3 ) Glorfindel: Hai scritto una cosa che mi ha molto colpito: “Il connettivismo è una nuova, raffinata espressione della tendenza spontanea dell’uomo a parlare e a scandagliare la propria psiche (nel senso greco del termine, psychè, “anima”) parlando per miti e simboli. In questo senso, è figlio di un incontro tra la psicologia (soprattutto junghiana) e le suggestioni provenienti da varie tradizioni filosofiche – vi si possono intuire echi di platonismo, come nella nostalgia di eterno che lacera molti personaggi, e di epicureismo, come nel tema dell’indifferenza della natura alla sofferenza dell’uomo e della ricerca di uno stato di non-dolore, o atarassia – e spirituali – si pensi alle suggestioni di vuoto cosmico, di ascendenza buddhista, e a quelle che rimandano al concetto di Amore, anche in prospettiva universale, che è centrale nel cristianesimo”. E’ una nuova prospettiva umanista di approccio alla fantascienza? |
| Kosmos: Assolutamente sì. Io sono umanista per vocazione, e sposo in pieno la massima terenziana: “Homo sum. Nihil humanum a me alienum puto” (“Sono un uomo. Non considero a me estraneo niente di ciò che è umano”). Mi interessa tutto quello che può aiutarci a riprendere contatto con il nostro Sé Superiore, la radice più profonda del nostro essere-uomini-e-donne. Il connettivismo, come in passato la mitologia greca visitata da Omero, le visioni della natura suggerite da Virgilio e Lucrezio, il viaggio nell’Aldilà di Dante nella Commedia e i luoghi della fantasia di J.R.R. Tolkien, sono estrinsecazioni di visioni interiori che attingono alla parte più intima dell’animo umano, là dove si formano le adesioni ai progetti di vita più sentiti o – come, purtroppo, spesso avviene – le scissioni (per dirla con James Hillman) o le Ombre (per citare Carl Gustav Jung), determinate dal controllo razionale – indotto dalla famiglia e dalla società – sul richiamo della dimensione ‘panica’, quella della pura appartenenza alla natura – che altro non è se non l’adesione al Cuore. Platone ha descritto questa ricerca della Luce come ‘uscita’ dall’Ombra ne La Repubblica, con il mito della caverna, splendida metafora della ricerca della libertà dalle catene dell’apparenza e dell’omologazione nell’opinione comune. Epicuro e il cantore latino delle sue visioni filosofiche, Lucrezio, autore del De rerum natura, hanno colto lo stato di isolamento dell’uomo in una natura a lui indifferente, che fa nascere il bisogno della ricerca di armonia interiore nel non-turbamento (atarassia), laddove autori cristiani come Dante e Tolkien hanno affondato il bisturi di una consapevolezza ispirata dalla loro fede – ma una fede non bigotta né eminentemente dogmatica, bensì radicata nell’umano – per scendere nella dimensione dell’Ombra e raggiungere la Luce solo dopo aver visitato i luoghi del tormento, gli angoli di coscienza dove si annida il seme della nostra verità. È qui che alligna l’Amore, valore condiviso sia dal buddhismo sia dal cristianesimo, e che passa per la “notte oscura dell’anima” di San Juan de la Cruz, radicandosi in un’adesione alla chiamata profonda del proprio Sé, nel quale s’incontra l’Eterno – che è già qui, mescolato alla nostra carne e infiltrato nei nostri atomi. |
| 4) Glorfindel: Fantascienza, Noir, Horror e Fantasy; pur possedendo enormi potenzialità, in Italia la letteratura fantastica, al contrario di altre nazioni come il Regno Unito, è confinata nel territorio della sottocultura, come mai? |
| Kosmos: Siamo un paese dove gli stereotipi culturali resistono più a lungo. È un problema non solo culturale in senso stretto, ma anche sociale – si pensi ai potentati che impediscono ai ‘cervelli’ italiani di trovare un’adeguata collocazione e li costringono ad andare a lavorare all’estero. Recentemente sono stato in America per delle conferenze sulle mie ricerche tolkieniane, che partono dal mio saggio Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien (ed. Spazio Tre, 2004) e passano per il mio contributo alla raccolta di articoli The Ring Goes Ever On (2008), curata dalla Tolkien Society inglese, dal titolo Tolkien as a Benchmark of Comparative Literature — Middle-earth in Our World (disponibili sul mio blog, insieme a dei filmati delle conferenze in questione http://giovanniag.wordpress.com/). Ho riscontrato un notevole interesse per i miei lavori, da parte non solo degli studenti, ma di numerosi professori universitari, che parlavano con me ‘alla pari’, nonostante non fossi un accademico. Questo significa che c’è curiosità, c’è apertura e voglia di confronto. Servono, per far emergere anche in Italia la cosiddetta ‘letteratura di genere’, due cose: una minor volontà di difendere la cosiddetta cultura ‘alta’, riconoscendo come essa sia invece presente ogniqualvolta emergono contenuti profondamente umani (nel senso di umanistici), e una distinzione non tanto tra ‘di genere’ (tipo: fantasy) e mainstream. L’unica vera differenza è quella tra buona e non buona letteratura. |
9 Ott
![]() ![]() |
| Ed eccoci arrivati al decimo appuntamento di questo percorso di interviste volte a indagare i percorsi creativi e lo stato di salute del “fantastico” in italia, i nostri riflettori sono puntati questa volta su Fabio Guaglione e Fabio Resinato, vincitori di molti premi internazionali con E:D:E:N (2004) The Silver Rope (2006) e Afterville (2008), che vede la straordinaria partecipazione dello scrittore americano di fantascienza Bruce Sterling considerato insieme a William Gibson il padre del cyberpunk. Auguro grande fortuna a Fabio&Fabio perchè in italia una produzione cinematografica (a livello indie, lo ricordo) del loro livello non si è mai vista e sono sicuro che riusciranno nelle loro imprese. |
| La prossima intervista sarà a Giovanni Agnoloni, autore del saggio Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien (ed. Spazio Tre, 2004), grande esperto de Il signore degli anelli e di J.R.R. Tolkien, molto attivo anche all’interno del movimento connettivista. |
| 1 ) Glorfindel: Afterville è un progetto molto veramente molto ben realizzato, la cosa che impressiona di più è l’impatto visivo degno di produzioni ad alto budget (cosa che si nota anche nelle vostre precedenti realizzazioni, E.D.E.N. e Silver Rope) ma quanto è difficile realizzare film di fantascienza (o di genere fantastico) in italia? |
| Fabio&Fabio: Apriamo un vaso di Pandora. Questa è la classica domanda che potrebbe generare un’articolata risposta lunga ore e ore…E’ un argomento di cui si parla molto e di cui si continua a parlare. Parliamo di “quanto è difficile farsi finanziare un film di genere”? Allora diciamo che, perlomeno attualmente, è impossibile realizzare un film di genere in Italia, se non auto-finanziato o finanziato da privati al di fuori del cosiddetto “sistema cinematografico”. Non esistono produttori che finanziano o incoraggiano concretamente questo tipo di progetti. Si fa fatica con i corti, figuriamoci con i lungometraggi. Non c’è la cultura cinematografica su questo tipo di progetti, né da parte di chi dovrebbe finanziarli né talvolta, purtroppo , da parte di chi vorrebbe farli. Parliamo di “quanto è difficile fare un film con gli effetti speciali? Sicuramente l’evoluzione tecnologica degli ultimi anni ha cambiato sicuramente le carte in tavola. Oggi è possibile realizzare la fantascienza “Home-made”, soprattutto per quel che riguarda la post-produzione. Le due variabili in questione sono il livello del prodotto che si vuole ottenere, e la “materia prima” su cui lavorare (ovvero la sceneggiatura e le riprese). Per fortuna internet sta aumentando esponenzialmente il know-how di tutte le persone che lavorano in questo campo, riducendo potenzialmente in qualche modo il gap che c’è tra colossi dell’industria di post-produzione d’oltreoceano, e gli “scancheroni” che da loro casa provano a imparare e rubare i trucchi del mestiere. Viva gli scancheroni. Per poter realizzare un film di questo tipo è fondamentale avere le idee chiare (in termini artistici e produttivi), sapere esattamente cosa si sta andando a fare sul set, e avere un team di persone ultra-competenti che lavorano per il bene del progetto. Teoricamente, fare film di fantascienza in questo paese non sarebbe più difficile che in altri (la pellicola o le camere digitali sono le stesse, i software per scrivere sceneggiature o per montare o per fare CGI sono gli stessi, ecc…)…in pratica, l’”italian way” rende tutto impossibile o quasi. Detto questo…fare un film di “fantascienza” di per sé vuol dire tutto o niente. Un film di fantascienza non prevede per forza effetti speciali o costi proibitivi…si pensi a Gattaca o a The Cube… Come detto, il discorso è pressoché infinito… |
![]() |
| 2 ) Glorfindel: Domanda che in molti vi avranno fatto, come siete riusciti a coinvolgere nel vostro progetto Bruce Sterling, siete suoi ammiratori? |
| Fabio&Fabio: E’ una storia strana. Afterville è stato un progetto realizzato in collaborazione con i ragazzi di Undesign, uno studio di design di Torino, e Fabrizio Accatino, i curatori dell’omonima mostra “Afterville”, collegata al congresso mondiale dell’ordine degli architetti, situato a Torino che, nel 2008, era stata eletta come la capitale mondiale del design. Durante i mesi di lavorazione, il progetto Afterville ha coinvolto sempre più persone: Livio Magnini dei Bluvertigo, lo studio di design e post produzione Fast Forward, i Subsonica, ecc… Non era più un semplice cortometraggio. Sono stati Accatino & company ad avere l’idea di utilizzare un nome noto della fantascienza, e si sono adoperati per contattarlo. Insieme a loro abbiamo deciso che ruolo nello script avrebbe potuto interpretare (quello dello scienziato Adam Vurias), sapendo che sarebbe stato il caso di dargli più spazio. Noi…non abbiamo mai letto neanche una sua riga! Sappiamo che può sembrare strano, o brutto a dirsi…ma è così. Il non-conoscerlo ha secondo noi alimentato una collaborazione molto interessante, priva di pre-concetti. Ci siamo conosciuti sul set durante le riprese, e Fabrizio Accatino ha discusso con lui sul ruolo, creando un “passato” al personaggio. Successivamente, noi ci siamo incontrati con i ragazzi di Undesign per decidere come integrare la sceneggiatura con le aggiunte richieste da Sterling, che praticamente si era cucito il personaggio addosso, e in che direzioni i suoi dialoghi andavo riscritti. Ad esempio, è stata sua l’idea di parlare un italiano stentato nelle interviste durante il film…una trovata bislacca che ci ha subito conquistato. Inoltre, abbiamo capito che valeva la pena di valorizzare al massimo la sua partecipazione…da lì, l’idea di utilizzare un brano particolarmente significativo del suo intervento in mezzo ai titoli di coda, un po’ come una bonus Track (che, dobbiamo dire, è una delle trovate più apprezzate dal pubblico…sia per la forma, sia per il contenuto di quella parte di dialogo). Fonte ispiratore di quel pezzo è stato il mitico Dickie Fox, il mentore del protagonista di Jerry Maguire. |
| 3 ) Glorfindel: Silver Rope è un film di impronta fantascientifica ma che tocca temi filosofici e spirituali, il senso della vita e della morte, temi che a volte sembrano inconciliabili come scienza e fede, essendo anche gli autori della sceneggiatura mi interessa molto sapere come vedete voi il futuro della nostra civiltà, la singolarità tecnologica che Sterling ha descritto nel saggio “Tomorrow now. Come vivremo nei prossimi cinquant’anni” come influenzerà la nostra vita? |
| Fabio&Fabio: A parte preoccupazioni e speranze, non abbiamo una precisa visione del futuro…ne abbiamo diverse. Da qui nascono molte delle nostre storie, come ad esempio The Silver Rope, che porta all’estremo un’intuizione riguardante l’anima e la sua natura.Il futuro che vorremmo…anche se qui volano paroloni…è un futuro in cui scienza e fede siano tutt’altro che opposti. La filosofia orientale, la saggezza popolare e l’evoluzione dalla fisica quantistica non fanno che integrare l’una con l’altra. Ci sono molti interessi economici e politici che vorrebbero i due “poli” perennamente divisi…ma se fossero semplicemente visti come punti di vista complementari di una stessa realtà, probabilmente la civiltà compierebbe un salto quantico in avanti. |
| 4 ) Glorfindel: A che punto siete con My favourite game? Il lungometraggio che avevate in progetto di realizzare qualche tempo fa, descritto con da voi come un misto tra Predator, Fight Club, 28 Giorni Dopo, La Casa, The Village, e Non Aprite Quella Porta? |
| Fabio&Fabio: Che descrizione altisonante!!A parte gli scherzi… il progetto MFG è attualmente tornato nel cassetto. L’accordo con la casa di produzione che aveva opzionato i diritti sul film non è andato a buon fine. All’epoca fu un duro colpo, ma oggi lo guardiamo come un’esperienza molto importante.Il progetto tuttavia non è morto, ed ha uno stato di pre-produzione molto avanzato. Chissà, magari un domani risorgerà… |
7 Ott
![]() ![]() |
| “In mano a Baldini l’afabeto è un’arma affilata, e dovrebbe avere il porto d’armi per scrivere. Quello che mi piace di più di questo scrittore è la sua capacità di portarvi per mano, con sapienza, a scoprire le pieghe più oscure e inquietanti della normalità” così, Nicolò Ammaniti descrive in maniera mirabile Eraldo Baldini. Eraldo Baldini è uno dei grandi della nuova narrativa italiana, soprattutto nel campo della letteratura noir, gialla e del mistero; lo ringrazio per la cortesia e la gentilezza con cui ha risposto alle mie domande. Sono scolpiti nella mia memoria due suoi libri che reputo capolavori assoluti “Mal’aria” e “Come il lupo”, auguro una gran fortuna a lui e al suo prossimo romanzo, “In una selva oscura”. |
| Vi annuncio che la prossima intervista sarà a Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, giovani registi milanesi, autori dei pluripremiati cortometraggi di science fiction Afterville, E:d:e:n e The Silver Rope. Fabio&Fabio stanno scrivendo nuove sceneggiature, soggetti per reti televisive e satellitari mentre lavorano a nuovi ambizioni progetti che vedranno la luce a breve. |
| 1 ) Glorfindel: I suoi romanzi narrano spesso di eventi strani, drammatici, misteriosi e soprannaturali ma al contempo sono storie intrise di nostalgia e di rimandi al passato. In quanto studioso di Antropologia culturale quali sono gli aspetti che più l’affascinano della cultura popolare, quella dei racconti del filò, ad esempio, che hanno permesso di tramandare leggende e favole nere? |
| Eraldo Baldini: Mi affascina, della cultura popolare, la grande capacità relativa all’immaginario: alle prese con una natura potente non ben distinta dalla sopranatura, riusciva a darle volti spesso ambigui e paurosi ma sempre efficaci, così come riusciva a raccontarla col mito e a rispettarla sia con il comportamento quotidiano che con l’eccezionalità del rito. |
| 2 ) Glorfindel: La sceneggiatura del film “La valle delle ombre”, tratta da alcuni suoi racconti, è stata composta in compagnia di nomi illustri come quelli di Sandrone Dazieri e Giampiero Rigosi. Ci può parlare di questo progetto molto atipico nel panorama cinematografico italiano? (Ricordo inoltre che da un suo bellissimo libro e da una sua sceneggiatura è stato tratto il film-tv, “Mal’aria”, e a memoria credo che fosse dai tempi di “Voci notturne” di Pupi Avati che in Rai non si proponesse un film-tv con tematiche quali il mistero e il soprannaturale). |
| Eraldo Baldini: Il soggetto del film è costruito miscelando tra loro alcuni miei racconti contenuti nelle antologie “Gotico rurale” e “Bambini, ragni e altri predatori”: storie che si rifanno proprio all’immaginario folklorico e alla cultura popolare di cui dicevamo prima. Lo scenario però non è, come mio solito, quello della pianura padana, ma di una vallata del Canton Ticino. In un villaggio alcuni bambini si ritrovano intenti a raccontarsi storie cupe e allo stesso tempo ad affrontare i «fantasmi» del passato che hanno evocato proprio con quelle storie. Per quanto riguarda “Mal’aria” in tivù, diciamo che è risultato molto più soft del mio romanzo da cui è tratto, ma d’altronde ciò era scontato: le atmosfere e i passaggi molto cupi e drammatici del romanzo difficilmente potevano essere portati sulla prima serata di Rai Uno. In ogni caso sono contento: sei milioni e mezzo di spettatori sono stati un grande risultato, un numero di “contatti” impressionante. |
| 3 ) Glorfindel: Ho trovato “Melma” un romanzo molto interessante, una storia eco-fantascientifica, ambientata nel 2050, con una possibilità altissima di accadere per davvero… Come lo vede il futuro del nostro pianeta? |
| Eraldo Baldini: Non sono ottimista: credo che il problema principale sia quello climatico, e che si sia giunti a segnali netti quanto inascoltati. Insomma, forse si sta superando il punto di non ritorno, e nonostante ciò pare che nessuno, fra coloro che dovrebbero, affronti la situazione in maniera decisa. |
| 4 ) Glorfindel: Nel 2001 ha sceneggiato il volume a fumetti “Le porte del tempo”; è un esperienza che ritiene si possa ripetere? |
| Eraldo Baldini: Non si trattava della sceneggiatura di un fumetto, ma di un romanzo per bambini scritto per la Walt Disney, con protagonista Topolino. I vincoli dovuti al fatto che dovevo utilizzare un personaggio già esistente e caratterizzato e i numerosi “paletti” che vanno osservati quando si scrive per i bambini hanno reso il lavoro molto difficile. Però chissà, forse un giorno avrò di nuovo modo e voglia di farlo. |
4 Ott
![]() ![]() |
| Ci troviamo all’ottavo appuntamento con le interviste de “L’evasione del prigioniero” volte a dare voce ai protagonisti del mondo del fantastico in Italia, in tutte le sue forme ed espressioni, dalla letteratura al fumetto per arrivare al cinema. E oggi abbiamo un vero e proprio mito: Michele Medda che insieme agli amici Antonio Serra e Bepi Vigna sceneggia storie per le serie Martin Mystère, Dylan Dog e Zona X, per poi creare nel 1991 la serie Nathan Never, che esce sotto il marchio Sergio Bonelli Editore. A questa fa seguito Legs Weaver (1995-2005), prima protagonista femminile di una collana Bonelli. Ora si dedica alla sua miniserie “Caravan” e a Dylan Dog, tiene anche corsi di racconto cinematografico a Firenze, lo ringrazio e vi invito a leggere la questa interessantissima chiacchierata. |
| La prossima intervista la posso già anticipare, sarà a Eraldo Baldini, grande scrittore specializzato in antropologia culturale ed etnografia, una delle voci più interessanti della nuova narrativa italiana. |
| 1 ) Glorfindel: Riguardo la sua ultima creazione, Caravan, ho notato una particolare ricerca nel dare spessore e profondità ai personaggi, è una sua caratteristica vero? Ricordo ad esempio “Una canzone per sara” dove Nathan Never ritrova la sua dimensione umana… |
| Michele Medda: Cerco di dare spessore ai miei personaggi come credo facciano tutti. Penso che nessuno scrittore vorrebbe scrivere personaggi piatti e unidimensionali, nemmeno all’interno di storie avventurose. Tra i lettori di Nathan Never si dice che “Medda è quello delle storie intimiste”, ma credo che sia una cosa legata a un paio di storie scritte tanti anni fa. Ho scritto anche per Legs – e quelle storie ovviamente erano tutt’altro che intimiste – e per Dylan Dog. Non so se quantitativamente la mia “vena intimista” prevalga rispetto a storie più dichiaramente avventurose o di taglio ironico come quelle scritte per Dylan Dog. Caravan fa storia a sé, perché comunque non è una serie “di genere”. |
| 2 ) Glorfindel: Ha dichiarato che Caravan è una serie particolare, in che senso? Immagino sia difficile descriverla senza svelare la trama. |
| Michele Medda: Si può raccontare tranquillamente lo spunto di partenza: dopo l’apparizione in cielo di nuvole misteriose che provocano un black out, l’intera popolazione di una cittadina di nome Nest Point viene evacuata dai militari; che però non spiegano quello che sta accadendo, trincerandosi dietro le parole “sicurezza nazionale”. Questo viaggio lungo strade deserte, mentre il resto del mondo sembra essere scomparso, è raccontato da un ragazzo che tiene un diario di quello che sta accadendo. Più che il disvelamento di un enigma, quello delle nuvole misteriose, Caravan racconta le storie degli abitanti di Nest Point. È una serie particolare rispetto alle altre serie della Sergio Bonelli Editore, perché non c’è un protagonista fisso e non ci sono eroi tutti d’un pezzo che lottano contro il Male. |
| 3 ) Glorfindel: Vernon Vinge pone l’avvento della Singolarità Tecnologica nel 2030, immaginando un mondo simile a quello in cui vive Nathan Never, pensa che sia una data realistica? |
| Michele Medda: Proprio non saprei. Questo tipo di speculazioni mi lascia indifferente. Aspetto l’era dell’Acquario, piuttosto. Penso che ce ne sia molto più bisogno. |
| 4 ) Glorfindel: Lei è uno dei creatori di Nathan Never, personaggio che esordì nel 1991 e che nel corso degli anni ha generato anche spin-off di successo. Gli stilemi e l’ambientazione traggono ispirazione dal Cyberpunk, ma Michele Medda che genere di fantascienza legge e guarda, quali gli autori che ama? |
| Michele Medda: In realtà non sono mai stato un appassionato di SF letteraria. Quando abbiamo cominciato Nathan Never le mie conoscenze del genere erano quasi esclusivamente cinematografiche. Per un decennio, tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta, credo di avere visto veramente tutta la fantascienza uscita al cinema. Quanto ai libri, ho recuperato dopo, e in maniera disordinata: molto Dick, Sturgeon, Sheckley, Ballard, Fate largo! di Harrison, l’imprescindibile Dune, e una vagonata di titoli di Urania oggi dimenticati (forse con qualche ragione). Poi, con il boom del cyberpunk, ho perso completamente interesse nel genere. Neuromante non sono nemmeno riuscito a finirlo. Se non ricordo male (parliamo di vent’anni fa, ormai) gli ultimi titoli di SF “contemporanea” che ho letto sono stati un paio di romanzi di Lucius Shepard. Dopo, solo riletture dei classici. |
![]() ![]() ![]() ![]() |
|---|
![]() |
|---|
![]() |
![]() |
![]() |