Paolo Marzola blog

Archive for the ‘l'evasione del prigioniero’ Category

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Questo dodicesimo appuntamento della nostra galoppata tra gli autori di genere fantastico, siano essi sceneggiatori o scrittori, vede come protagonista un grande del fumetto italiano: Stefano Vietti autore di bellissime storie tra le quali ricordo Uomo ragno, Nathan Never, Agenzia Alfa, Zona X (in Magic Patrol ricordo “Il libro nero e “La dimensione Omega”) ma anche Storie da Altrove numero 6 (con protagonisti Garibaldi e D’Annunzio) e potrei continuare con Dragonero e tanto altro di cui abbiamo avuto modo di conversare insieme. Ringrazio Stefano Vietti per la sua estrema cortesia e gli auguro di realizzare tutti i suoi innumerevoli progetti tra i quali figurano anche dei romanzi di famtascienza.
1 ) Glorfindel: “… Mentre l’impianto degli organi si susseguiva e durante l’innesto degli arti, delle zanne e delle scaglie e nel fluire successivo del plasma fino al più insignificante vaso sanguigno, la bestia sentiva, e soffriva…”
Questo suggestivo testo è tratto da un romanzo che stai scrivendo dal nome “Kraken” nome di un leggendario mostro che presenta analogie con il mostro Cthulhu di Howard Phillips Lovecraft. Ci puoi dire qualcosa a riguardo?
Stefano Vietti: In realta’ non mi sono ispirato ai “miti di Cthulhu” per il progetto di kraken (che e’ il nome in codice del protagonista del romanzo), ma riconosco l’influenza di Lovecraft nel mio lavoro, soprattutto a livello di atmosfera.
Quello che mi ha sempre affascinato, infatti, dello scrittore di providence, piu’ ancora dei terribili “antichi” evocati nei suoi racconti, era l’atmosfera che sapeva ricreare: cupa, innaturale, che non lasciava speranza. Quando scrivo storie horror, trovo aiuto nel ripensare a quella atmosfera.
Per il resto, Kraken e’ un romanzo strano. Non riesco a catalogarlo. E’ un progetto nato per essere una ghaphic novel, con Marco Checchetto ai disegni, e forse un giorno lo sara’… ma tempo fa, per dare a marco il tono dell’atmosfera che desideravo per la storia, ho scritto due scene in prosa… e non mi sono piu’ fermato.  Kraken procede in parallelo insieme ad altri progetti. Mi ci dedico quando riesco, raccolgo appunti, idee, e dettagli per caratterizzare ambienti e personaggi. Non so quando lo portero’ a termine. Ci sto giocando ancora un po’, prima di fare le cose seriamente.
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Da zona x 21 - “Magic Patrol - Il libro nero” Bonelli Ed.
2 ) Glorfindel: Ci puoi parlare di V.O.C. studio? Mi sembra un progetto piuttosto innovativo nel panorama del fantastico in Italia, uno studio che progetta autonomamente grafic novel e anche romanzi.
Stefano Vietti: L’idea e’ nata quando Marco Checchetto, Giancarlo Olivares ed io ci siamo ritrovati a lavorare sul progetto di spider-man per il giornalino. C’era molta sinergia, nel trio e una buona dose di discussione, come ai tempi di Hammer… cosi’ abbiamo deciso di aprire un sito internet insieme, per mostrare il nostro lavoro a livello individuale e quello che avremmo voluto fare come gruppo.
Con spider-man la collaborazione ha funzionato molto bene… ci sono molte nuove idee in discussione. Vedremo cosa riusciremo a sviluppare. Il problema e’ che, scrivendo e disegnando per vivere, abbiamo sempre cosi’ poco tempo da dedicare ai progetti “in cerca di editore”.
3 ) Glorfindel: Hai scritto alcune tra le più belle storie di Nathan Never, Agenzia Alfa, Zona X, e creato Gray Logan e N.E.X.T. 02, due serie che vedono protagonisti robot avanzatissimi, ma che genere di fantascienza ti piace di più?
Stefano Vietti: Beh, ti ringrazio per i complimenti. Ho scritto parecchia fantascienza, negli ultimi 15 anni, e’ vero e ne ho letta ancora di piu’. Se proprio devo fare una scelta, la fantascienza che preferisco e’ quella di guerra. Fanteria dello spazio di Heinlein resta per me un cult… Aliens di Cameron un film che rivedo sempre appassionandomi… inutile dire quanto sia in attesa di Avatar!
4) Glorfindel: Il progetto che ha portato alla creazione di storie dell’uomo ragno tutte made in Italy è una cosa del tutto singolare nell’universo Marvel, come ti sei approcciato a questo “mito” del fumetto?
Stefano Vietti: Con molta umilta’. Non certo con la presunzione di strafare o di imbastire chissa’ quali trame… la verita’ e’ che mi andava di stare sul semplice. Di scrivere uno spider-man un po’ vecchia scuola, forse per tentare di rivivere le emozioni che certe storie del passato mi avevano dato. Volevo un peter parker universitario, malinconico, innamorato di mary jane e con una zia may costantemente preoccupata per lui. E volevo dei cattivi con un piano nella testa che mi desse possibilita’ di creare un po’ di continuity fra le storie. Quando ho proposto le mie idee alla panini, che con Francesco Meo prima e Simon Bisi dopo controllava l’intera operazione, sono stati da subito molto soddisfatti e mi hanno lasciato fare. Non posso non aggiungere che ho avuto accanto, anche in molte fasi della progettazione,  e quindi che mi sono stati di grande aiuto, autori del calibro di Checchetto (che oggi disegna per marvel) e Olivares… Ai quali poi si sono aggiunti Dante Bastianoni e Giuseppe Matteoni… e con i colori di Oscar Celestini e Fabio D’auria, per un risultato finale davvero molto buono.

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Undicesimo appuntamento con la letteratura, il fumetto e il cinema di genere “Fantastico” in Italia; il nostro viaggio prosegue con Giovanni Agnoloni (‘nome di battaglia’ connettivista Kosmos) scrittore, conferenziere attivissimo, divulgatore di Tolkien nella letteratura comparata, Connettivista, ideatore della manifestazione letteraria fiorentina “La penna del Magnifico”, traduttore per le lingue inglese, francese, spagnola e portoghese, e redattore del blog letterario www.lapoesiaelospirito.it, che ringrazio per la sua estrema cortesia e gentilezza, sono felicissimo di pubblicare la sua bellissima intervista e gli auguro di poter realizzare i suoi numerosi progetti,
Sono inoltre lieto di annunciare che la prossima intervista sarà a Stefano Vietti, noto sceneggiatore per Nathan Never, Legs Weaver, Jonathan Steele, Zona X (alcune delle più belle storie di Magic Patrol come Il libro nero o La dimensione Omega), Martin Mystère, Uomo ragno, Dragonero e anche di alcuni romanzi di cui ci parlerà.
1 ) Glorfindel: Vernon Vinge pone come data per l’avvento della Singolarità il 2030, come pensi che cambierà la nostra vita?
Kosmos: Ti sorprenderò, come connettivista. Io non credo granché nell’idea di un futuro tecnologico e virtuale che ci ‘sfugga di mano’. Così come, in genere, i vari allarmi tecnologici – penso al Millennium Bug – poi sfumano in qualcosa di diverso. Sono uno scrittore che ama gli immaginari fantascientifici più per le suggestioni e le attinenze che presentano con le profondità dell’animo umano – in forma simbolico-archetipica – che per l’idea che veramente le cose debbano andare secondo le linee che essi suggeriscono. Certo, esistono aspetti della fantasia di autori come Philip Dick e William Gibson che oggi sono diventati parte del nostro quotidiano, ma lo stesso Gibson, recentemente intervistato (v. http://www.fantascienza.com), ha espresso dubbi sulle reali capacità predittive della fantascienza. Dunque, l’idea di una realtà sintetica che si distacchi dalla parabola della vita, di un’intelligenza artificiale che prenda il sopravvento sulla nostra radice umana per portarci in una direzione che non possiamo controllare, mi seduce solo nella misura in cui adombra un significato filosofico e spirituale: l’apertura all’assenza di controllo sulle emozioni più profonde, lo sciogliersi delle resistenze dell’Io in un Sé capace di intuizioni cosmiche e affondante nelle profondità dell’anima - che poi è la porta dell’Eterno.
2 ) Glorfindel: Credi che la Singolarità porterà un miglioramento o un peggioramento nel rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda?
Kosmos: Se mai dovesse verificarsi, credo che ci costringerebbe a renderci conto di come la dimensione del ‘razionale’, del ‘controllante’, non sia la soluzione dei problemi, ma la causa. In ultima analisi, la sfera nella quale si gioca la partita della felicità umana è puramente interiore. Siamo costantemente divisi tra ciò che vorremmo realizzare e quello che, in virtù degli schemi razionali in cui la nostra vita è incasellata, ‘dobbiamo’ fare. Perdere il controllo e trovarsi ad affrontare inevitabilmente un elemento decisionale ‘esterno’ rispetto al nostro essere-umano, ovvero la tecnologia e l’intelligenza artificiale, ci porterebbe a dover per forza riprendere contatto con la dimensione del cuore, del centro interiore, del senso ultimo – e, insieme, precedente a tutto – del nostro vivere, a partire dal qui e dall’ora. Lo stesso vale per la natura. Il nostro rapporto con essa è sbilanciato perché cerchiamo di possederla, esattamente come cerchiamo di ‘possedere’ noi stessi e gli altri, invece di usare il talento che abbiamo per realizzare i nostri desideri e integrarli con quelli di coloro che amiamo. Così anche la natura diventa terreno di conquista, da occupare e coartare ai nostri scopi. Avere un ‘nemico’ esterno non sarebbe una cosa gradevole, ma ci costringerebbe a far leva su quello che veramente conta.
3 ) Glorfindel: Hai scritto una cosa che mi ha molto colpito: “Il connettivismo è una nuova, raffinata espressione della tendenza spontanea dell’uomo a parlare e a scandagliare la propria psiche (nel senso greco del termine, psychè, “anima”) parlando per miti e simboli. In questo senso, è figlio di un incontro tra la psicologia (soprattutto junghiana) e le suggestioni provenienti da varie tradizioni filosofiche – vi si possono intuire echi di platonismo, come nella nostalgia di eterno che lacera molti personaggi, e di epicureismo, come nel tema dell’indifferenza della natura alla sofferenza dell’uomo e della ricerca di uno stato di non-dolore, o atarassia – e spirituali – si pensi alle suggestioni di vuoto cosmico, di ascendenza buddhista, e a quelle che rimandano al concetto di Amore, anche in prospettiva universale, che è centrale nel cristianesimo”.
E’ una nuova prospettiva umanista di approccio alla fantascienza?
Kosmos: Assolutamente sì. Io sono umanista per vocazione, e sposo in pieno la massima terenziana: “Homo sum. Nihil humanum a me alienum puto” (“Sono un uomo. Non considero a me estraneo niente di ciò che è umano”). Mi interessa tutto quello che può aiutarci a riprendere contatto con il nostro Sé Superiore, la radice più profonda del nostro essere-uomini-e-donne. Il connettivismo, come in passato la mitologia greca visitata da Omero, le visioni della natura suggerite da Virgilio e Lucrezio, il viaggio nell’Aldilà di Dante nella Commedia e i luoghi della fantasia di J.R.R. Tolkien, sono estrinsecazioni di visioni interiori che attingono alla parte più intima dell’animo umano, là dove si formano le adesioni ai progetti di vita più sentiti o – come, purtroppo, spesso avviene – le scissioni (per dirla con James Hillman) o le Ombre (per citare Carl Gustav Jung), determinate dal controllo razionale – indotto dalla famiglia e dalla società – sul richiamo della dimensione ‘panica’, quella della pura appartenenza alla natura – che altro non è se non l’adesione al Cuore. Platone ha descritto questa ricerca della Luce come ‘uscita’ dall’Ombra ne La Repubblica, con il mito della caverna, splendida metafora della ricerca della libertà dalle catene dell’apparenza e dell’omologazione nell’opinione comune. Epicuro e il cantore latino delle sue visioni filosofiche, Lucrezio, autore del De rerum natura, hanno colto lo stato di isolamento dell’uomo in una natura a lui indifferente, che fa nascere il bisogno della ricerca di armonia interiore nel non-turbamento (atarassia), laddove autori cristiani come Dante e Tolkien hanno affondato il bisturi di una consapevolezza ispirata dalla loro fede – ma una fede non bigotta né eminentemente dogmatica, bensì radicata nell’umano – per scendere nella dimensione dell’Ombra e raggiungere la Luce solo dopo aver visitato i luoghi del tormento, gli angoli di coscienza dove si annida il seme della nostra verità. È qui che alligna l’Amore, valore condiviso sia dal buddhismo sia dal cristianesimo, e che passa per la “notte oscura dell’anima” di San Juan de la Cruz, radicandosi in un’adesione alla chiamata profonda del proprio Sé, nel quale s’incontra l’Eterno – che è già qui, mescolato alla nostra carne e infiltrato nei nostri atomi.
4) Glorfindel: Fantascienza, Noir, Horror e Fantasy; pur possedendo enormi potenzialità, in Italia la letteratura fantastica, al contrario di altre nazioni come il Regno Unito, è confinata nel territorio della sottocultura, come mai?
Kosmos: Siamo un paese dove gli stereotipi culturali resistono più a lungo. È un problema non solo culturale in senso stretto, ma anche sociale – si pensi ai potentati che impediscono ai ‘cervelli’ italiani di trovare un’adeguata collocazione e li costringono ad andare a lavorare all’estero. Recentemente sono stato in America per delle conferenze sulle mie ricerche tolkieniane, che partono dal mio saggio Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien (ed. Spazio Tre, 2004) e passano per il mio contributo alla raccolta di articoli The Ring Goes Ever On (2008), curata dalla Tolkien Society inglese, dal titolo Tolkien as a Benchmark of Comparative Literature — Middle-earth in Our World (disponibili sul mio blog, insieme a dei filmati delle conferenze in questione http://giovanniag.wordpress.com/). Ho riscontrato un notevole interesse per i miei lavori, da parte non solo degli studenti, ma di numerosi professori universitari, che parlavano con me ‘alla pari’, nonostante non fossi un accademico. Questo significa che c’è curiosità, c’è apertura e voglia di confronto. Servono, per far emergere anche in Italia la cosiddetta ‘letteratura di genere’, due cose: una minor volontà di difendere la cosiddetta cultura ‘alta’, riconoscendo come essa sia invece presente ogniqualvolta emergono contenuti profondamente umani (nel senso di umanistici), e una distinzione non tanto tra ‘di genere’ (tipo: fantasy) e mainstream. L’unica vera differenza è quella tra buona e non buona letteratura.

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Ed eccoci arrivati al decimo appuntamento di questo percorso di interviste volte a indagare i percorsi creativi e lo stato di salute del “fantastico” in italia, i nostri riflettori sono puntati questa volta su Fabio Guaglione e Fabio Resinato, vincitori di molti premi internazionali con E:D:E:N (2004) The Silver Rope (2006) e Afterville (2008), che vede la straordinaria partecipazione dello scrittore americano di fantascienza Bruce Sterling considerato insieme a William Gibson il padre del cyberpunk. Auguro grande fortuna a Fabio&Fabio perchè in italia una produzione cinematografica (a livello indie, lo ricordo) del loro livello non si è mai vista e sono sicuro che riusciranno nelle loro imprese.
La prossima intervista sarà a Giovanni Agnoloni, autore del saggio Letteratura del fantastico – I giardini di Lorien (ed. Spazio Tre, 2004), grande esperto de Il signore degli anelli e di J.R.R. Tolkien, molto attivo anche all’interno del movimento connettivista.
1 ) Glorfindel: Afterville è un progetto molto veramente molto ben realizzato, la cosa che impressiona di più è l’impatto visivo degno di produzioni ad alto budget (cosa che si nota anche nelle vostre precedenti realizzazioni, E.D.E.N. e Silver Rope) ma quanto è difficile realizzare film di fantascienza (o di genere fantastico) in italia?
Fabio&Fabio: Apriamo un vaso di Pandora. Questa è la classica domanda che potrebbe generare un’articolata risposta lunga ore e ore…E’ un argomento di cui si parla molto e di cui si continua a parlare.
Parliamo di “quanto è difficile farsi finanziare un film di genere”?

Allora diciamo che, perlomeno attualmente, è impossibile realizzare un film di genere in Italia, se non auto-finanziato o finanziato da privati al di fuori del cosiddetto “sistema cinematografico”. Non esistono produttori che finanziano o incoraggiano concretamente questo tipo di progetti. Si fa fatica con i corti, figuriamoci con i lungometraggi. Non c’è la cultura cinematografica su questo tipo di progetti, né da parte di chi dovrebbe finanziarli né talvolta, purtroppo , da parte di chi vorrebbe farli.
Parliamo di “quanto è difficile fare un film con gli effetti speciali?

Sicuramente l’evoluzione tecnologica degli ultimi anni ha cambiato sicuramente le carte in tavola. Oggi è possibile realizzare la fantascienza “Home-made”, soprattutto per quel che riguarda la post-produzione. Le due variabili in questione sono il livello del prodotto che si vuole ottenere, e la “materia prima” su cui lavorare (ovvero la sceneggiatura e le riprese). Per fortuna internet sta aumentando esponenzialmente il know-how di tutte le persone che lavorano in questo campo, riducendo potenzialmente in qualche modo il gap che c’è tra colossi dell’industria di post-produzione d’oltreoceano, e gli “scancheroni” che da loro casa provano a imparare e rubare i trucchi del mestiere. Viva gli scancheroni.
Per poter realizzare un film di questo tipo è fondamentale avere le idee chiare (in termini artistici e produttivi), sapere esattamente cosa si sta andando a fare sul set, e avere un team di persone ultra-competenti che lavorano per il bene del progetto.
Teoricamente, fare film di fantascienza in questo paese non sarebbe più difficile che in altri (la pellicola o le camere digitali sono le stesse, i software per scrivere sceneggiature o per montare o per fare CGI sono gli stessi, ecc…)…in pratica, l’”italian way” rende tutto impossibile o quasi.
Detto questo…fare un film di “fantascienza” di per sé vuol dire tutto o niente. Un film di fantascienza non prevede per forza effetti speciali o costi proibitivi…si pensi a Gattaca o a The Cube…
Come detto, il discorso è pressoché infinito…
2 ) Glorfindel: Domanda che in molti vi avranno fatto, come siete riusciti a coinvolgere nel vostro progetto Bruce Sterling, siete suoi ammiratori?
Fabio&Fabio: E’ una storia strana.
Afterville è stato un progetto realizzato in collaborazione con i ragazzi di Undesign, uno studio di design di Torino, e Fabrizio Accatino, i curatori dell’omonima mostra “Afterville”, collegata al congresso mondiale dell’ordine degli architetti, situato a Torino che, nel 2008, era stata eletta come la capitale mondiale del design. Durante i mesi di lavorazione, il progetto Afterville ha coinvolto sempre più persone: Livio Magnini dei Bluvertigo, lo studio di design e post produzione Fast Forward, i Subsonica, ecc… Non era più un semplice cortometraggio. Sono stati Accatino & company ad avere l’idea di utilizzare un nome noto della fantascienza, e si sono adoperati per contattarlo. Insieme a loro abbiamo deciso che ruolo nello script avrebbe potuto interpretare (quello dello scienziato Adam Vurias), sapendo che sarebbe stato il caso di dargli più spazio.
Noi…non abbiamo mai letto neanche una sua riga!
Sappiamo che può sembrare strano, o brutto a dirsi…ma è così. Il non-conoscerlo ha secondo noi alimentato una collaborazione molto interessante, priva di pre-concetti. Ci siamo conosciuti sul set durante le riprese, e Fabrizio Accatino ha discusso con lui sul ruolo, creando un “passato” al personaggio. Successivamente, noi ci siamo incontrati con i ragazzi di Undesign per decidere come integrare la sceneggiatura con le aggiunte richieste da Sterling, che praticamente si era cucito il personaggio addosso, e in che direzioni i suoi dialoghi andavo riscritti. Ad esempio, è stata sua l’idea di parlare un italiano stentato nelle interviste durante il film…una trovata bislacca che ci ha subito conquistato. Inoltre, abbiamo capito che valeva la pena di valorizzare al massimo la sua partecipazione…da lì, l’idea di utilizzare un brano particolarmente significativo del suo intervento in mezzo ai titoli di coda, un po’ come una bonus Track (che, dobbiamo dire, è una delle trovate più apprezzate dal pubblico…sia per la forma, sia per il contenuto di quella parte di dialogo).
Fonte ispiratore di quel pezzo è stato il mitico Dickie Fox, il mentore del protagonista di Jerry Maguire.
3 ) Glorfindel: Silver Rope è un film di impronta fantascientifica ma che tocca temi filosofici e spirituali, il senso della vita e della morte, temi che a volte sembrano inconciliabili come scienza e fede, essendo anche gli autori della sceneggiatura mi interessa molto sapere come vedete voi il futuro della nostra civiltà, la singolarità tecnologica che Sterling ha descritto nel saggio “Tomorrow now. Come vivremo nei prossimi cinquant’anni” come influenzerà la nostra vita?
Fabio&Fabio: A parte preoccupazioni e speranze, non abbiamo una precisa visione del futuro…ne abbiamo diverse. Da qui nascono molte delle nostre storie, come ad esempio The Silver Rope, che porta all’estremo un’intuizione riguardante l’anima e la sua natura.Il futuro che vorremmo…anche se qui volano paroloni…è un futuro in cui scienza e fede siano tutt’altro che opposti. La filosofia orientale, la saggezza popolare e l’evoluzione dalla fisica quantistica non fanno che integrare l’una con l’altra. Ci sono molti interessi economici e politici che vorrebbero i due “poli” perennamente divisi…ma se fossero semplicemente visti come punti di vista complementari di una stessa realtà, probabilmente la civiltà compierebbe un salto quantico in avanti.
4 ) Glorfindel: A che punto siete con My favourite game? Il lungometraggio che avevate in progetto di realizzare qualche tempo fa, descritto con da voi come un misto tra Predator, Fight Club, 28 Giorni Dopo, La Casa, The Village, e Non Aprite Quella Porta?
Fabio&Fabio: Che descrizione altisonante!!A parte gli scherzi… il progetto MFG è attualmente tornato nel cassetto. L’accordo con la casa di produzione che aveva opzionato i diritti sul film non è andato a buon fine. All’epoca fu un duro colpo, ma oggi lo guardiamo come un’esperienza molto importante.Il progetto tuttavia non è morto, ed ha uno stato di pre-produzione molto avanzato. Chissà, magari un domani risorgerà…

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“In mano a Baldini l’afabeto è un’arma affilata, e dovrebbe avere il porto d’armi per scrivere. Quello che mi piace di più di questo scrittore è la sua capacità di portarvi per mano, con sapienza, a scoprire le pieghe più oscure e inquietanti della normalità” così, Nicolò Ammaniti descrive in maniera mirabile Eraldo Baldini.
Eraldo Baldini è uno dei grandi della nuova narrativa italiana, soprattutto nel campo della letteratura noir, gialla e del mistero; lo ringrazio per la cortesia e la gentilezza con cui ha risposto alle mie domande. Sono scolpiti nella mia memoria due suoi libri che reputo capolavori assoluti “Mal’aria” e “Come il lupo”, auguro una gran fortuna a lui e al suo prossimo romanzo, “In una selva oscura”.
Vi annuncio che la prossima intervista sarà a Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, giovani registi milanesi, autori dei pluripremiati cortometraggi di science fiction Afterville, E:d:e:n e The Silver Rope. Fabio&Fabio stanno scrivendo nuove sceneggiature, soggetti per reti televisive e satellitari mentre lavorano a nuovi ambizioni progetti che vedranno la luce a breve.
1 ) Glorfindel: I suoi romanzi narrano spesso di eventi strani, drammatici, misteriosi e soprannaturali ma al contempo sono storie intrise di nostalgia e di rimandi al passato.
In quanto studioso di Antropologia culturale quali sono gli aspetti che più l’affascinano della cultura popolare, quella dei racconti del filò, ad esempio, che hanno permesso di tramandare leggende e favole nere?
Eraldo Baldini: Mi affascina, della cultura popolare, la grande capacità relativa all’immaginario: alle prese con una natura potente non ben distinta dalla sopranatura, riusciva a darle volti spesso ambigui e paurosi ma sempre efficaci, così come riusciva a raccontarla col mito e a rispettarla sia con il comportamento quotidiano che con l’eccezionalità del rito.
2 ) Glorfindel: La sceneggiatura del film “La valle delle ombre”, tratta da alcuni suoi racconti, è stata composta in compagnia di nomi illustri come quelli di Sandrone Dazieri e Giampiero Rigosi. Ci può parlare di questo progetto molto atipico nel panorama cinematografico italiano? (Ricordo inoltre che da un suo bellissimo libro e da una sua sceneggiatura è stato tratto il film-tv, “Mal’aria”, e a memoria credo che fosse dai tempi di “Voci notturne” di Pupi Avati che in Rai non si proponesse un film-tv con tematiche quali il mistero e il soprannaturale).
Eraldo Baldini: Il soggetto del film è costruito miscelando tra loro alcuni miei racconti contenuti nelle antologie “Gotico rurale” e “Bambini, ragni e altri predatori”: storie che si rifanno proprio all’immaginario folklorico e alla cultura popolare di cui dicevamo prima. Lo scenario però non è, come mio solito, quello della pianura padana, ma di una vallata del Canton Ticino. In un villaggio alcuni bambini si ritrovano intenti a raccontarsi storie cupe e allo stesso tempo ad affrontare i «fantasmi» del passato che hanno evocato proprio con quelle storie. Per quanto riguarda “Mal’aria” in tivù, diciamo che è risultato molto più soft del mio romanzo da cui è tratto, ma d’altronde ciò era scontato: le atmosfere e i passaggi molto cupi e drammatici del romanzo difficilmente potevano essere portati sulla prima serata di Rai Uno. In ogni caso sono contento: sei milioni e mezzo di spettatori sono stati un grande risultato, un numero di “contatti” impressionante.
3 ) Glorfindel: Ho trovato “Melma” un romanzo molto interessante, una storia eco-fantascientifica, ambientata nel 2050, con una possibilità altissima di accadere per davvero… Come lo vede il futuro del nostro pianeta?
Eraldo Baldini: Non sono ottimista: credo che il problema principale sia quello climatico, e che si sia giunti a segnali netti quanto inascoltati. Insomma, forse si sta superando il punto di non ritorno, e nonostante ciò pare che nessuno, fra coloro che dovrebbero, affronti la situazione in maniera decisa.
4 ) Glorfindel: Nel 2001 ha sceneggiato il volume a fumetti “Le porte del tempo”; è un esperienza che ritiene si possa ripetere?
Eraldo Baldini: Non si trattava della sceneggiatura di un fumetto, ma di un romanzo per bambini scritto per la Walt Disney, con protagonista Topolino. I vincoli dovuti al fatto che dovevo utilizzare un personaggio già esistente e caratterizzato e i numerosi “paletti” che vanno osservati quando si scrive per i bambini hanno reso il lavoro molto difficile. Però chissà, forse un giorno avrò di nuovo modo e voglia di farlo.

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Ci troviamo all’ottavo appuntamento con le interviste de “L’evasione del prigioniero” volte a dare voce ai protagonisti del mondo del fantastico in Italia, in tutte le sue forme ed espressioni, dalla letteratura al fumetto per arrivare al cinema. E oggi abbiamo un vero e proprio mito: Michele Medda che insieme agli amici Antonio Serra e Bepi Vigna sceneggia storie per le serie Martin Mystère, Dylan Dog e Zona X, per poi creare nel 1991 la serie Nathan Never, che esce sotto il marchio Sergio Bonelli Editore. A questa fa seguito Legs Weaver (1995-2005), prima protagonista femminile di una collana Bonelli. Ora si dedica alla sua miniserie “Caravan” e a Dylan Dog, tiene anche corsi di racconto cinematografico a Firenze, lo ringrazio e vi invito a leggere la questa interessantissima chiacchierata.
La prossima intervista la posso già anticipare, sarà a Eraldo Baldini, grande scrittore specializzato in antropologia culturale ed etnografia, una delle voci più interessanti della nuova narrativa italiana.
1 ) Glorfindel: Riguardo la sua ultima creazione, Caravan, ho notato una particolare ricerca nel dare spessore e profondità ai personaggi, è una sua caratteristica vero? Ricordo ad esempio “Una canzone per sara” dove Nathan Never ritrova la sua dimensione umana…
Michele Medda: Cerco di dare spessore ai miei personaggi come credo facciano tutti. Penso che nessuno scrittore vorrebbe scrivere personaggi piatti e unidimensionali, nemmeno all’interno di storie avventurose. Tra i lettori di Nathan Never si dice che “Medda è quello delle storie intimiste”, ma credo che sia una cosa legata a un paio di storie scritte tanti anni fa. Ho scritto anche per Legs – e quelle storie ovviamente erano tutt’altro che intimiste – e per Dylan Dog. Non so se quantitativamente la mia “vena intimista” prevalga rispetto a storie più dichiaramente avventurose o di taglio ironico come quelle scritte per Dylan Dog. Caravan fa storia a sé, perché comunque non è una serie “di genere”.
2 ) Glorfindel: Ha dichiarato che Caravan è una serie particolare, in che senso? Immagino sia difficile descriverla senza svelare la trama.
Michele Medda: Si può raccontare tranquillamente lo spunto di partenza: dopo l’apparizione in cielo di nuvole misteriose che provocano un black out, l’intera popolazione di una cittadina di nome Nest Point viene evacuata dai militari; che però non spiegano quello che sta accadendo, trincerandosi dietro le parole “sicurezza nazionale”. Questo viaggio lungo strade deserte, mentre il resto del mondo sembra essere scomparso, è raccontato da un ragazzo che tiene un diario di quello che sta accadendo. Più che il disvelamento di un enigma, quello delle nuvole misteriose, Caravan racconta le storie degli abitanti di Nest Point. È una serie particolare rispetto alle altre serie della Sergio Bonelli Editore, perché non c’è un protagonista fisso e non ci sono eroi tutti d’un pezzo che lottano contro il Male.
3 ) Glorfindel: Vernon Vinge pone l’avvento della Singolarità Tecnologica nel 2030, immaginando un mondo simile a quello in cui vive Nathan Never, pensa che sia una data realistica?
Michele Medda: Proprio non saprei. Questo tipo di speculazioni mi lascia indifferente. Aspetto l’era dell’Acquario, piuttosto. Penso che ce ne sia molto più bisogno.
4 ) Glorfindel: Lei è uno dei creatori di Nathan Never, personaggio che esordì nel 1991 e che nel corso degli anni ha generato anche spin-off di successo. Gli stilemi e l’ambientazione traggono ispirazione dal Cyberpunk, ma Michele Medda che genere di fantascienza legge e guarda, quali gli autori che ama?
Michele Medda: In realtà non sono mai stato un appassionato di SF letteraria. Quando abbiamo cominciato Nathan Never le mie conoscenze del genere erano quasi esclusivamente cinematografiche. Per un decennio, tra la fine degli anni settanta e la fine degli anni ottanta, credo di avere visto veramente tutta la fantascienza uscita al cinema. Quanto ai libri, ho recuperato dopo, e in maniera disordinata: molto Dick, Sturgeon, Sheckley, Ballard, Fate largo! di Harrison, l’imprescindibile Dune, e una vagonata di titoli di Urania oggi dimenticati (forse con qualche ragione). Poi, con il boom del cyberpunk, ho perso completamente interesse nel genere. Neuromante non sono nemmeno riuscito a finirlo. Se non ricordo male (parliamo di vent’anni fa, ormai) gli ultimi titoli di SF “contemporanea” che ho letto sono stati un paio di romanzi di Lucius Shepard. Dopo, solo riletture dei classici.

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Il nostro viaggio nel tempo e nello spazio attraverso il genere fantastico in Italia prosegue con un grande maestro, Giorgio Pezzin, eclettico narratore che ha sempre prodotto storie di alta qualita’ collaborando con i piu’ grandi nomi del panorama Disney italiano (da Cavazzano e De vita) autore di centinaia di storie o di “saghe”, la sua produzione ha affascinato ben piu’ di una generazione di lettori. Lo ringrazio per la sua cortesia e vi invito ad andare sul suo sito www.fumettiestorie.com dove sta sperimentando in maniera eccellente nuovi modi di fare fumetto e se vorrete potrete lasciare anche una vostra impressione a riguardo.
La prossima volta posso già annunciare che sarà un vero onore per me proporre l’intervista di un autore che è un vero e proprio mito della letteratura a fumetti, Michele Medda Co-creatore di Nathan Never, sceneggiatore di X-Campus, di bellissime storie anche di Dylan Dog (”Il giorno del licantropo” Dylan Dog di questo mese è una sua sceneggitura) e tante altre tra cui la sua ultima creazione “Caravan” per la Bonelli. Buona lettura.
1 ) Glorfindel: Sono un poco emozionato perché io sono praticamente cresciuto con le sue storie e le ritengo anche parte integrante della mia educazione all’avventura, ha infatti iniziato a scrivere per Topolino nel 1970, l’anno in cui sono nato; come è scaturito il suo amore per la scrittura?
Giorgio Pezzin: Quando ero ragazzo io non c’erano televisione, computer, telefonini … e quasi neanche i fumetti! Ho sessant’anni e non mi considero né vecchio, né anziano…solo un pochino “maturo”, ma è incredibile pensare a quanto sono cambiate le cose nel frattempo.
Ecco, proprio pensare, riflettere sulle cose ed emozionarmi per questo, è stata la molla che mi ha spinto a leggere. Mi piaceva immaginare le cose e questo mi spingeva a conoscere quello che immaginavano gli altri. Per immaginare bisogna sapere, conoscere…per cui sono sempre stato un divoratore di libri di ogni tipo:storia, divulgazione scientifica, romanzi … e poi anche fumetti. Tanto per capirci a 14-18 anni mi sono letto Guerra e Pace (almeno un paio di volte) ; Il placido Don, I Buddenbrock di Thomas Mann; e poi ovviamente tutto Verne, Kipling (che però non mi piaceva troppo essendo piuttosto approssimativo), Pirandello, Verga, e poi via via Asimov, e i gialli di Agatha Christie, Rex Stout e anche di Mickey Spillane, che allora era molto in voga e a me piacevano moltissimo. Poi si sa, quando si comincia a leggere, non si finisce più.
2 ) Glorfindel: Due grandi saghe scritte da lei sono impresse nella mia memoria, quella di “Zapotec e la Macchina del tempo” (ricordo la bellissima “Il segreto della Gioconda”) e “I signori della galassia”, storie intrise di fantascienza; che tipo di fantascienza ama Giorgio Pezzin?
Giorgio Pezzin: Premetto che mi piacciono in genere le storie a lieto fine. La lettura del romanzo per me deve essere rilassante e non posso finire un libro pieno di disappunto perchè le cose sono andate male. Abbiamo già abbastanza malanni nella realtà!Quindi la fantascienza che mi piace è quella sorprendente, ma non becera o sanguinolenta.Alla fine deve trionfare il bene. Questo secondo me dovrebbe valere in generale per tutta la letteratura rivolta ai ragazzi. Se vogliamo davvero che il mondo migliori, per primi occorre preparare i giovani e, visto che i ragazzi non seguono sempre l’esempio dei genitori (che spesso comunque non sono un buon esempio) né quello dei professori (idem), facciamo in modo che seguano l’esempio dei fumetti.Amo abbastanza la fantascienza, ma non saprei citare gli autori. Però amo quella realistica, bendocumentata, assurdamente logica. Quella possibile o plausibile, insomma. Per le mie storie ovviamente mi sono ispirato alle Guerre Stellari di Lucas che, però, non considero vera fantascienza, ma piuttosto una avventura classica (come potrebbe essere un western) ambientata in un luogo (e un tempo) diverso. E’ una cosa di mestiere che si fa spesso e deriva dal fatto che le motivazioni per cui si legge una bella storia sono sempre le stesse: amore, colpi di scena, tradimenti, rivalse, vendette, ecc…
corteggi_astronave.jpgDel 1967 è una bella storia “L’astronave perduta”, collana rodeo, disegni di Luigi Corteggi, uno dei primi esperimenti di fantascienza per la Bonelli Editore
3 ) Glorfindel: Con “Topolino e il tesoro della Mayflower” inizia la serie bellissima serie di “C’era una volta… in America”, ma ricordo anche storie molto belle come “Paperino e la graande impresa” (con riferimenti alla Costituzione Americana) dalle quale si intuisce la sua attenzione per gli Stati Uniti e la storia di questa grande nazione, è così?
Giorgio Pezzin: Ho ammirazione per gli Stati Uniti per l’idea di libertà che permea quel paese (credo sinceramente che ci abbiano salvato dalle dittature di destra e di sinistra, e non solo per interesse economico, ma anche per sincero slancio di generosità) ma non dimentico che comunque gli Stati Uniti sono nati da una conquista sulla pelle di chi c’era prima.Non mi entusiasmo. Io sono uno scrittore commerciale e mi sembrava comunque bello far ritrovare ai ragazzi, in un fumetto, parte di quello che avevano magari conosciuto a scuola nei libri di storia. Sono debitore per l’ispirazione alla bellissima “Storia del West” di D’Antonio, edita da Bonelli.
4 ) Glorfindel: Nel 1999 lei crea una serie che esplora il mondo del mistero e del terrore, del fantastico e dell’inspiegabile, Tops Stories, nel quale un antenato di Topolino (Sir Top de Tops un pò Indiana Jones un pò Martin Mystère) è un avventuroso scopritore di antichi misteri. Questa passione per l’avventura misteriosa come nasce?
Giorgio Pezzin: Ho scritto oltre 800 storie a fumetti, per un totale di più di 27.000 pagine pubblicate. La passione per l’avventura misteriosa nasce dalla necessità di trovare nuovi spunti. In effetti il racconto avventuroso-misterioso è il massimo per catturare l’attenzione del lettore. Inoltre le storie di De Tops avevano un finale pieno di dubbi e quindi non concluso…il lettore poteva finirlo come voleva e questo secondo me è il massimo. Su tutto occorre dire che le mie storie sono sempre state disegnate da Disegnatori eccesionali: Giorgio Cavazzano, prima, e poi Massimo de Vita.

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Siamo alla sesta intervista che cerca di indagare i processi creativi degli autori di genere fantastico in Italia, come ha saputo tradurre ottimamente in parole Dario Tonani. Prosegue per cui questa sorta di tavola rotonda virtuale, e come avevo promesso oggi lo facciamo con un autore di “letteratura a fumetti” che non ha certo bisogno di presentazioni, Carlo Recagno (vincitore del premio Italia 2006) che molto gentilmente ha risposto a svariate domande, quelle riguardanti anche il suo ultimo lavoro, l’albo di “Storie da Altrove” (Bonelli) dal titolo “La donna che rapì Albert Einstein”, che ho già avuto il piacere di leggere e che consiglio vivamente a tutti. Già vi posso anticipare che il prossimo autore sarà il grande Giorgio Pezzin, sceneggiatore anche di bellissime storie di fantascienza fumettata. Alla prossima.
1 ) Glorfindel: Il 26 settembre 2009 è uscito in edicola il dodicesimo albo di “Storie da Altrove” dal titolo “La donna che rapì Albert Einstein”; suo il Soggetto e Sceneggiatura, Disegni di Sergio Giardo. Ci può illustrare la trama e i personaggi principali che popolano la base di Altrove nell’anno?…
Carlo Racagno: Con “Altrove” cerchiamo sempre di alternare personaggi letterari e personaggi reali. La volta scorsa il protagonista era Sherlock Holmes, e quindi quest’anno ci voleva un personaggio storico. Abbiamo trovato il modo di impiegarne addirittura due, di due periodi diversi, sfruttando una connessione realmente esistente. Il protagonista è Albert Einstein, che da tempo volevo usare in una storia, e la vicenda è ambientata nel 1904; Albert si diletta a sviluppare teorie strampalate, che nessuno prende sul serio, ma che verranno pubblicate l’anno successivo, il suo “Annus mirabilis”, e getteranno le basi per tutta la sua carriera. Al momento, però, Einstein non è ancora uno scienziato famoso in tutto il mondo, ma soltanto un oscuro impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna che conduce una vita modesta assieme alla moglie Mileva. La sua tranquilla routine viene spezzata quando si trova coinvolto in una strana vicenda fatta di agenti segreti e misteriosi documenti perduti e ritrovati, che lo convinceranno che l’universo è un luogo molto più vasto e incredibile di quanto immaginasse. Grazie agli agenti di “Altrove”, Albert apprende di avere un insospettato legame con uno scrittore italiano di un secolo prima, Ugo Foscolo, e di un segreto a lungo cercato (e mai trovato) dai servizi segreti di Napoleone. La vicenda scaturisce da un periodo specifico della vita del poeta, quando era capitano nell’esercito della Repubblica Cisalpina e prestava servizio in Inghilterra, dove ebbe una relazione con una giovane nobildonna. Come tutti abbiamo studiato a scuola, da questa ragazza Foscolo ebbe poi una figlia, ma nell’universo di Martin Mystère le cose non sono mai semplici come sembrano, e questo personaggio alla fine rivelerà lati insospettati.
2 ) Glorfindel: Storie da Altrove, un vero e proprio romanzo a fumetti, è un prodotto sempre molto curato e di altissima qualità, ma quanto tempo si impiega per scrivere un albo di questo spessore?
Carlo Racagno: Circa nove-dieci mesi, ma non mi dedico esclusivamente ad “Altrove”. Il mio lavoro principale è per Martin Mystère, e, come quasi tutti i miei colleghi della Bonelli, lavoro a più storie contemporaneamente. Oggi scrivo – faccio per dire – cinque pagine della storia “A” per un disegnatore, domani altre cinque o sei della storia “B” per un altro disegnatore, dopodomani scrivo tre-quattro pagine della storia “C” per una terza persona, e via di seguito. Questo sistema di realizzare le sceneggiature a pezzi e a bocconi permette di tenere impegnati più disegnatori contemporaneamente, e anche di mantenere la mente elastica, dal punto di vista creativo, poiché si deve sempre saltare da una narrazione a un’altra.
3 ) Glorfindel: Il suo primo soggetto per gli albi di Martin Mystère fu “Aria di Baker Street”, un “Apocrifo” molto buono ma con “Storie da Altrove” si è veramente superato scrivendo “L’uomo che inseguiva le ombre” e “L’ombra che sfidò Sherlock Holmes” e con un capolavoro assoluto come “La cosa che attende nella nebbia” che miscela sapientemente un “Apocrifo” eccezionale con il mito della caccia selvaggia, echi del Twin Peaks di Lynch, Tesla, X files, la spedizione di Lewis e Clark …fino ad andare coraggiosamente dove nessun uomo ‘civilizzato’ era mai giunto prima!
Sembra una grande passione quella per il personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle, come è nata? E quella per il mistero e il noir?
Carlo Racagno: In realtà non sono un grande appassionato del giallo in sè. La passione per Sherlock Holmes vera e propria l’ho sviluppata poi nell’adolescenza, e l’ho in un certo senso “ereditata” dall’amore per un altro personaggio, Nero Wolfe, del quale mia madre è sempre stata una lettrice accanita. Soltanto dopo aver appreso della teoria di William S. Baring-Gould secondo la quale Wolfe era figlio di Holmes, ho cominciato a interessarmi “seriamente” al detective di Baker Street, ed è diventata molto rapidamente una passione che continua tuttora, e che mi ha spinto appunto a “incorporare” Holmes nel mio lavoro.
4 ) Glorfindel: So che lei è un trekker sfegatato; il futuro proposto dalla saga creata da Gene Roddenberry è quello che anche lei si augura? Una curiosità, le è piaciuto il film diretto da JJ Abrams?
Carlo Racagno: Molto. Direi che è il primo film di Star Trek che sfrutta veramente il mezzo cinematografico dopo lo Star Trek:The Motion Picture diretto da Robert Wise. Quando da ragazzo vedevo la serie classica, a volte – come tutti i fan – fantasticavo su come avrei voluto un film con quei personaggi (era ovviamente prima che vedessi The Motion Picture), e me lo immaginavo più o meno così. In un certo senso, JJ Abrams ha realizzato un tipo di film che sognavo da trent’anni.

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Il nostro excursus nel mondo della letteratura fantastica italiana (e, non posso fare nomi ma tra breve presenteremo interviste anche di grandi autori e sceneggiatori di grafic novel, dato che un ottimo fumetto è sicuramente ottima “letteratura disegnata“) prosegue con uno stepitoso Dario Tonani, autore di Infect@ e del volume l’Algoritmo bianco nonchè vincitore del Premio Tolkien, del Premio Lovecraft e del Premio Italia. Dario è stato estremamente gentile e ha risposto anche con molta ironia alle domande che gli ho posto, un in bocca al lupo e alla prossima volta.
1 ) Glorfindel: E’ palpabile la sensazione che una città come Milano ispiri direttamente i tuoi lavori, Vernon Vinge pone come data per l’avvento della Singolarità il 2030, gli eventi dell’Agoverso avvengono nel 2045 come la vedi cambiata per quella data?
Dario Tonani: Come vedo la Milano del 2045? Né più né meno di come l’ho descritta in “Infect@” e ne “L’algoritmo bianco”: grigia, sporca, incarognita. Mi sono divertito a ipotizzare che per quella data la città avrà visto cadere in briciole gli effetti benefici del lifting pre-Expo, metterà su chili (sì, me la immagino anche un più popolosa, a dispetto del trend di quest’ultimo lustro), e sarà ancora più via di testa… E’ ovvio che si tratta di una “previsione” funzionale alle storie che imbastisco, che non intacca minimamente il legame forte che sento nei confronti di questa città. Milano è la capitale italiana dell’editoria, il luogo dov’è esploso il fenomeno delle radio private e delle tv commerciali, con tutto ciò che ne è seguito, di bello, di brutto e di aberrante: nell’“Algoritmo” mi sono lanciato a fantasticare che sia anche la città che decreterà la morte del sistema radio-televisivo, la fine dei giornali, il crepuscolo della carta, aprendo la strada a quel mostro mediatico che si chiama Agoverso… L’Agoverso come non luogo/non tempo per eccellenza, come negazione della fiction, perché ogni istante al suo interno è as-so-lu-ta-men-te reale: tutto è reality show, quello che non posso fare io in prima persona lo farà qualcun altro per me, e io da tossico di vita altrui ne assumerò immagini, sensazioni, ricordi, esperienze, speranze, incubi. Usato sicuro, insomma, senza rischi e senza inganno! A che servirebbero libri e giornali, cinema e tv?
2 ) Glorfindel: Nel volume “L’algoritmo bianco” parti da questo assunto: “Sono convinto che in un domani non lontanissimo l’uomo sarà in grado di uccidere un proprio simile con il linguaggio. E non intendo in senso figurato. Certo, non sarà l’uomo che conosciamo oggi, dovrà intervenire uno “step evolutivo” essenziale: quello dell’uomo transumano” a questo punto la mia domanda è cosa sarà l’uomo (più umano o più macchina)?
Dario Tonani: Sarà una sintesi di umano e di inumano, quanto felice ed equilibrata francamente non saprei. Molti dei “gingilli” che stanno cambiando la nostra vita oggi - cellulari di ultima generazione, banda larga, Tv satellitare - non li porteremo più in tasca o nello zainetto a tracolla, ma saranno “inglobati” all’interno del nostro corpo, alimentati dal nostro cuore. Saremo interfacce, né più né meno… O se l’idea di innesti e protesi ci fa accapponare la pelle, avremo disponibile in gocce tutta la (nano)tecnologia che ci serve per comunicare con l’altra metà del globo, la porteremo addosso come un profumo… Tv, Internet, Skype, YouTube, Facebook, SecondLife, Twitter sempre “accesi”, pronto uso, ma all’ennesima potenza rispetto alle loro potenzialità attuali. Dall’uomo wi-fi all’uomo transumano…
3 ) Glorfindel: Infect@ è incentrato su una droga il cui abuso provoca un’invasione dell’Hinterland milanese da parte di orde di cartoni animati dopati; indubbiamente un’idea originale ma come ti è venuta? Qual è stato il processo creativo?
Dario Tonani: Le idee più strane arrivano come folate di vento improvvise, per vie traverse, seguendo libere associazioni. E’ stato così anche per i cosiddetti +toon (i cartoni animati dopati di “Infect@”): stavo scrivendo un racconto di science-fantasy e uno dei personaggi, all’interno di un pub, si era imbambolato a guardare le immagini che scorrevano su un monitor. C’era qualcosa di profondamente sbagliato nella sua reazione catatonica. Guardava ed era come se lappasse le immagini dallo schermo. Niente sesso o violenza, nulla di morboso o di scioccante, solo innocui cartoni animati. Un’orgia di colori. L’idea mi ha stregato subito, tanto che ho accantonato il racconto, convinto che avrei potuto cavarne fuori una storia molto più lunga. Ho abbandonato il personaggio alla sua catalessi e ho cominciato a scrivere “Infect@”, in primis nella forma di due storielle brevi, poi come romanzo vero e proprio. Ironia della sorte: quei due “nocciolini” sono andati persi nel disco fisso di un portatile che mi è morto tra le mani, e non c’è stato verso di recuperarli… Ma esiste anche una seconda ragione per i cartoni, più personale: ho passato interi pomeriggi sul divano a guardarli, con mio figlio piccolo. Qualcosa dev’essere sfuggito al controllo e l’infezione ha preso il sopravvento.
4 ) Glorfindel: So che il cinema è una tua grande passione, hai mai pensato a come potrebbe essere una trasposizione cinematografica dei tuoi romanzi e da chi ti piacerebbe venisse realizzata?
Dario Tonani: Sì, vero, sono un consumatore famelico (e onnivoro) di cinema, perché vi ritrovo sostanzialmente lo stesso modo di raccontare che impronta la mia scrittura. Qualche volta, quando scrivo, mi scopro a mimare i gesti dei miei personaggi per fissarmeli “visivamente” nella testa prima di trasferirli sulla pagina. Se si “racconta” un’azione appena dopo averla compiuta è difficile che alla mente ti vengano le parole sbagliate. Anche i dialoghi devono suonarmi bene “a orecchio”, per cui spesso li recito a voce alta. Ovvio che abbia un’idea piuttosto chiara di come mi piacerebbe veder trasposte le mie storie sul grande schermo: in genere, giusto per divertirmi, faccio un casting dalla A alla Zeta, scelgo il regista, le sequenze di maggior impatto e il commento musicale di ogni scena. Amo le storie che riescono a sorprendermi, ma che lo fanno colpendo sotto la cintura: il cinema di oggi, che grazie soprattutto agli effetti speciali ha sviluppato un talento straordinario nel lasciare lo spettatore a bocca aperta, non sempre riesce a graffiare davvero, a lasciare il segno anche dopo che si è usciti dalla sala. Quello dei cosiddetti “blockbuster” è troppo politically correct per i miei gusti, un esercizio di tecnica molto ben eseguito, ma spesso senza sussulti. In genere, al cinema spettacolare d’Oltreoceano cambierei tutti gli happy end, che peraltro non ci sono quasi mai nel soggetto originario. Ma mi hai chiesto di fare nomi: visto che sognare non costa nulla, dico Quentin Tarantino, Steven Spielberg, Ridley Scott. Gente che di solito non ha mai grossi problemi di budget.

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