Paolo Marzola blog

Archive for the ‘l'evasione del prigioniero’ Category

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Il nostro viaggio nel tempo e nello spazio attraverso il genere fantastico in Italia prosegue con un grande maestro, Giorgio Pezzin, eclettico narratore che ha sempre prodotto storie di alta qualita’ collaborando con i piu’ grandi nomi del panorama Disney italiano (da Cavazzano e De vita) autore di centinaia di storie o di “saghe”, la sua produzione ha affascinato ben piu’ di una generazione di lettori. Lo ringrazio per la sua cortesia e vi invito ad andare sul suo sito www.fumettiestorie.com dove sta sperimentando in maniera eccellente nuovi modi di fare fumetto e se vorrete potrete lasciare anche una vostra impressione a riguardo.
La prossima volta posso già annunciare che sarà un vero onore per me proporre l’intervista di un autore che è un vero e proprio mito della letteratura a fumetti, Michele Medda Co-creatore di Nathan Never, sceneggiatore di X-Campus, di bellissime storie anche di Dylan Dog (”Il giorno del licantropo” Dylan Dog di questo mese è una sua sceneggitura) e tante altre tra cui la sua ultima creazione “Caravan” per la Bonelli. Buona lettura.
1 ) Glorfindel: Sono un poco emozionato perché io sono praticamente cresciuto con le sue storie e le ritengo anche parte integrante della mia educazione all’avventura, ha infatti iniziato a scrivere per Topolino nel 1970, l’anno in cui sono nato; come è scaturito il suo amore per la scrittura?
Giorgio Pezzin: Quando ero ragazzo io non c’erano televisione, computer, telefonini … e quasi neanche i fumetti! Ho sessant’anni e non mi considero né vecchio, né anziano…solo un pochino “maturo”, ma è incredibile pensare a quanto sono cambiate le cose nel frattempo.
Ecco, proprio pensare, riflettere sulle cose ed emozionarmi per questo, è stata la molla che mi ha spinto a leggere. Mi piaceva immaginare le cose e questo mi spingeva a conoscere quello che immaginavano gli altri. Per immaginare bisogna sapere, conoscere…per cui sono sempre stato un divoratore di libri di ogni tipo:storia, divulgazione scientifica, romanzi … e poi anche fumetti. Tanto per capirci a 14-18 anni mi sono letto Guerra e Pace (almeno un paio di volte) ; Il placido Don, I Buddenbrock di Thomas Mann; e poi ovviamente tutto Verne, Kipling (che però non mi piaceva troppo essendo piuttosto approssimativo), Pirandello, Verga, e poi via via Asimov, e i gialli di Agatha Christie, Rex Stout e anche di Mickey Spillane, che allora era molto in voga e a me piacevano moltissimo. Poi si sa, quando si comincia a leggere, non si finisce più.
2 ) Glorfindel: Due grandi saghe scritte da lei sono impresse nella mia memoria, quella di “Zapotec e la Macchina del tempo” (ricordo la bellissima “Il segreto della Gioconda”) e “I signori della galassia”, storie intrise di fantascienza; che tipo di fantascienza ama Giorgio Pezzin?
Giorgio Pezzin: Premetto che mi piacciono in genere le storie a lieto fine. La lettura del romanzo per me deve essere rilassante e non posso finire un libro pieno di disappunto perchè le cose sono andate male. Abbiamo già abbastanza malanni nella realtà!Quindi la fantascienza che mi piace è quella sorprendente, ma non becera o sanguinolenta.Alla fine deve trionfare il bene. Questo secondo me dovrebbe valere in generale per tutta la letteratura rivolta ai ragazzi. Se vogliamo davvero che il mondo migliori, per primi occorre preparare i giovani e, visto che i ragazzi non seguono sempre l’esempio dei genitori (che spesso comunque non sono un buon esempio) né quello dei professori (idem), facciamo in modo che seguano l’esempio dei fumetti.Amo abbastanza la fantascienza, ma non saprei citare gli autori. Però amo quella realistica, bendocumentata, assurdamente logica. Quella possibile o plausibile, insomma. Per le mie storie ovviamente mi sono ispirato alle Guerre Stellari di Lucas che, però, non considero vera fantascienza, ma piuttosto una avventura classica (come potrebbe essere un western) ambientata in un luogo (e un tempo) diverso. E’ una cosa di mestiere che si fa spesso e deriva dal fatto che le motivazioni per cui si legge una bella storia sono sempre le stesse: amore, colpi di scena, tradimenti, rivalse, vendette, ecc…
corteggi_astronave.jpgDel 1967 è una bella storia “L’astronave perduta”, collana rodeo, disegni di Luigi Corteggi, uno dei primi esperimenti di fantascienza per la Bonelli Editore
3 ) Glorfindel: Con “Topolino e il tesoro della Mayflower” inizia la serie bellissima serie di “C’era una volta… in America”, ma ricordo anche storie molto belle come “Paperino e la graande impresa” (con riferimenti alla Costituzione Americana) dalle quale si intuisce la sua attenzione per gli Stati Uniti e la storia di questa grande nazione, è così?
Giorgio Pezzin: Ho ammirazione per gli Stati Uniti per l’idea di libertà che permea quel paese (credo sinceramente che ci abbiano salvato dalle dittature di destra e di sinistra, e non solo per interesse economico, ma anche per sincero slancio di generosità) ma non dimentico che comunque gli Stati Uniti sono nati da una conquista sulla pelle di chi c’era prima.Non mi entusiasmo. Io sono uno scrittore commerciale e mi sembrava comunque bello far ritrovare ai ragazzi, in un fumetto, parte di quello che avevano magari conosciuto a scuola nei libri di storia. Sono debitore per l’ispirazione alla bellissima “Storia del West” di D’Antonio, edita da Bonelli.
4 ) Glorfindel: Nel 1999 lei crea una serie che esplora il mondo del mistero e del terrore, del fantastico e dell’inspiegabile, Tops Stories, nel quale un antenato di Topolino (Sir Top de Tops un pò Indiana Jones un pò Martin Mystère) è un avventuroso scopritore di antichi misteri. Questa passione per l’avventura misteriosa come nasce?
Giorgio Pezzin: Ho scritto oltre 800 storie a fumetti, per un totale di più di 27.000 pagine pubblicate. La passione per l’avventura misteriosa nasce dalla necessità di trovare nuovi spunti. In effetti il racconto avventuroso-misterioso è il massimo per catturare l’attenzione del lettore. Inoltre le storie di De Tops avevano un finale pieno di dubbi e quindi non concluso…il lettore poteva finirlo come voleva e questo secondo me è il massimo. Su tutto occorre dire che le mie storie sono sempre state disegnate da Disegnatori eccesionali: Giorgio Cavazzano, prima, e poi Massimo de Vita.

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Siamo alla sesta intervista che cerca di indagare i processi creativi degli autori di genere fantastico in Italia, come ha saputo tradurre ottimamente in parole Dario Tonani. Prosegue per cui questa sorta di tavola rotonda virtuale, e come avevo promesso oggi lo facciamo con un autore di “letteratura a fumetti” che non ha certo bisogno di presentazioni, Carlo Recagno (vincitore del premio Italia 2006) che molto gentilmente ha risposto a svariate domande, quelle riguardanti anche il suo ultimo lavoro, l’albo di “Storie da Altrove” (Bonelli) dal titolo “La donna che rapì Albert Einstein”, che ho già avuto il piacere di leggere e che consiglio vivamente a tutti. Già vi posso anticipare che il prossimo autore sarà il grande Giorgio Pezzin, sceneggiatore anche di bellissime storie di fantascienza fumettata. Alla prossima.
1 ) Glorfindel: Il 26 settembre 2009 è uscito in edicola il dodicesimo albo di “Storie da Altrove” dal titolo “La donna che rapì Albert Einstein”; suo il Soggetto e Sceneggiatura, Disegni di Sergio Giardo. Ci può illustrare la trama e i personaggi principali che popolano la base di Altrove nell’anno?…
Carlo Racagno: Con “Altrove” cerchiamo sempre di alternare personaggi letterari e personaggi reali. La volta scorsa il protagonista era Sherlock Holmes, e quindi quest’anno ci voleva un personaggio storico. Abbiamo trovato il modo di impiegarne addirittura due, di due periodi diversi, sfruttando una connessione realmente esistente. Il protagonista è Albert Einstein, che da tempo volevo usare in una storia, e la vicenda è ambientata nel 1904; Albert si diletta a sviluppare teorie strampalate, che nessuno prende sul serio, ma che verranno pubblicate l’anno successivo, il suo “Annus mirabilis”, e getteranno le basi per tutta la sua carriera. Al momento, però, Einstein non è ancora uno scienziato famoso in tutto il mondo, ma soltanto un oscuro impiegato dell’Ufficio Brevetti di Berna che conduce una vita modesta assieme alla moglie Mileva. La sua tranquilla routine viene spezzata quando si trova coinvolto in una strana vicenda fatta di agenti segreti e misteriosi documenti perduti e ritrovati, che lo convinceranno che l’universo è un luogo molto più vasto e incredibile di quanto immaginasse. Grazie agli agenti di “Altrove”, Albert apprende di avere un insospettato legame con uno scrittore italiano di un secolo prima, Ugo Foscolo, e di un segreto a lungo cercato (e mai trovato) dai servizi segreti di Napoleone. La vicenda scaturisce da un periodo specifico della vita del poeta, quando era capitano nell’esercito della Repubblica Cisalpina e prestava servizio in Inghilterra, dove ebbe una relazione con una giovane nobildonna. Come tutti abbiamo studiato a scuola, da questa ragazza Foscolo ebbe poi una figlia, ma nell’universo di Martin Mystère le cose non sono mai semplici come sembrano, e questo personaggio alla fine rivelerà lati insospettati.
2 ) Glorfindel: Storie da Altrove, un vero e proprio romanzo a fumetti, è un prodotto sempre molto curato e di altissima qualità, ma quanto tempo si impiega per scrivere un albo di questo spessore?
Carlo Racagno: Circa nove-dieci mesi, ma non mi dedico esclusivamente ad “Altrove”. Il mio lavoro principale è per Martin Mystère, e, come quasi tutti i miei colleghi della Bonelli, lavoro a più storie contemporaneamente. Oggi scrivo – faccio per dire – cinque pagine della storia “A” per un disegnatore, domani altre cinque o sei della storia “B” per un altro disegnatore, dopodomani scrivo tre-quattro pagine della storia “C” per una terza persona, e via di seguito. Questo sistema di realizzare le sceneggiature a pezzi e a bocconi permette di tenere impegnati più disegnatori contemporaneamente, e anche di mantenere la mente elastica, dal punto di vista creativo, poiché si deve sempre saltare da una narrazione a un’altra.
3 ) Glorfindel: Il suo primo soggetto per gli albi di Martin Mystère fu “Aria di Baker Street”, un “Apocrifo” molto buono ma con “Storie da Altrove” si è veramente superato scrivendo “L’uomo che inseguiva le ombre” e “L’ombra che sfidò Sherlock Holmes” e con un capolavoro assoluto come “La cosa che attende nella nebbia” che miscela sapientemente un “Apocrifo” eccezionale con il mito della caccia selvaggia, echi del Twin Peaks di Lynch, Tesla, X files, la spedizione di Lewis e Clark …fino ad andare coraggiosamente dove nessun uomo ‘civilizzato’ era mai giunto prima!
Sembra una grande passione quella per il personaggio creato da Sir Arthur Conan Doyle, come è nata? E quella per il mistero e il noir?
Carlo Racagno: In realtà non sono un grande appassionato del giallo in sè. La passione per Sherlock Holmes vera e propria l’ho sviluppata poi nell’adolescenza, e l’ho in un certo senso “ereditata” dall’amore per un altro personaggio, Nero Wolfe, del quale mia madre è sempre stata una lettrice accanita. Soltanto dopo aver appreso della teoria di William S. Baring-Gould secondo la quale Wolfe era figlio di Holmes, ho cominciato a interessarmi “seriamente” al detective di Baker Street, ed è diventata molto rapidamente una passione che continua tuttora, e che mi ha spinto appunto a “incorporare” Holmes nel mio lavoro.
4 ) Glorfindel: So che lei è un trekker sfegatato; il futuro proposto dalla saga creata da Gene Roddenberry è quello che anche lei si augura? Una curiosità, le è piaciuto il film diretto da JJ Abrams?
Carlo Racagno: Molto. Direi che è il primo film di Star Trek che sfrutta veramente il mezzo cinematografico dopo lo Star Trek:The Motion Picture diretto da Robert Wise. Quando da ragazzo vedevo la serie classica, a volte – come tutti i fan – fantasticavo su come avrei voluto un film con quei personaggi (era ovviamente prima che vedessi The Motion Picture), e me lo immaginavo più o meno così. In un certo senso, JJ Abrams ha realizzato un tipo di film che sognavo da trent’anni.

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Il nostro excursus nel mondo della letteratura fantastica italiana (e, non posso fare nomi ma tra breve presenteremo interviste anche di grandi autori e sceneggiatori di grafic novel, dato che un ottimo fumetto è sicuramente ottima “letteratura disegnata“) prosegue con uno stepitoso Dario Tonani, autore di Infect@ e del volume l’Algoritmo bianco nonchè vincitore del Premio Tolkien, del Premio Lovecraft e del Premio Italia. Dario è stato estremamente gentile e ha risposto anche con molta ironia alle domande che gli ho posto, un in bocca al lupo e alla prossima volta.
1 ) Glorfindel: E’ palpabile la sensazione che una città come Milano ispiri direttamente i tuoi lavori, Vernon Vinge pone come data per l’avvento della Singolarità il 2030, gli eventi dell’Agoverso avvengono nel 2045 come la vedi cambiata per quella data?
Dario Tonani: Come vedo la Milano del 2045? Né più né meno di come l’ho descritta in “Infect@” e ne “L’algoritmo bianco”: grigia, sporca, incarognita. Mi sono divertito a ipotizzare che per quella data la città avrà visto cadere in briciole gli effetti benefici del lifting pre-Expo, metterà su chili (sì, me la immagino anche un più popolosa, a dispetto del trend di quest’ultimo lustro), e sarà ancora più via di testa… E’ ovvio che si tratta di una “previsione” funzionale alle storie che imbastisco, che non intacca minimamente il legame forte che sento nei confronti di questa città. Milano è la capitale italiana dell’editoria, il luogo dov’è esploso il fenomeno delle radio private e delle tv commerciali, con tutto ciò che ne è seguito, di bello, di brutto e di aberrante: nell’“Algoritmo” mi sono lanciato a fantasticare che sia anche la città che decreterà la morte del sistema radio-televisivo, la fine dei giornali, il crepuscolo della carta, aprendo la strada a quel mostro mediatico che si chiama Agoverso… L’Agoverso come non luogo/non tempo per eccellenza, come negazione della fiction, perché ogni istante al suo interno è as-so-lu-ta-men-te reale: tutto è reality show, quello che non posso fare io in prima persona lo farà qualcun altro per me, e io da tossico di vita altrui ne assumerò immagini, sensazioni, ricordi, esperienze, speranze, incubi. Usato sicuro, insomma, senza rischi e senza inganno! A che servirebbero libri e giornali, cinema e tv?
2 ) Glorfindel: Nel volume “L’algoritmo bianco” parti da questo assunto: “Sono convinto che in un domani non lontanissimo l’uomo sarà in grado di uccidere un proprio simile con il linguaggio. E non intendo in senso figurato. Certo, non sarà l’uomo che conosciamo oggi, dovrà intervenire uno “step evolutivo” essenziale: quello dell’uomo transumano” a questo punto la mia domanda è cosa sarà l’uomo (più umano o più macchina)?
Dario Tonani: Sarà una sintesi di umano e di inumano, quanto felice ed equilibrata francamente non saprei. Molti dei “gingilli” che stanno cambiando la nostra vita oggi - cellulari di ultima generazione, banda larga, Tv satellitare - non li porteremo più in tasca o nello zainetto a tracolla, ma saranno “inglobati” all’interno del nostro corpo, alimentati dal nostro cuore. Saremo interfacce, né più né meno… O se l’idea di innesti e protesi ci fa accapponare la pelle, avremo disponibile in gocce tutta la (nano)tecnologia che ci serve per comunicare con l’altra metà del globo, la porteremo addosso come un profumo… Tv, Internet, Skype, YouTube, Facebook, SecondLife, Twitter sempre “accesi”, pronto uso, ma all’ennesima potenza rispetto alle loro potenzialità attuali. Dall’uomo wi-fi all’uomo transumano…
3 ) Glorfindel: Infect@ è incentrato su una droga il cui abuso provoca un’invasione dell’Hinterland milanese da parte di orde di cartoni animati dopati; indubbiamente un’idea originale ma come ti è venuta? Qual è stato il processo creativo?
Dario Tonani: Le idee più strane arrivano come folate di vento improvvise, per vie traverse, seguendo libere associazioni. E’ stato così anche per i cosiddetti +toon (i cartoni animati dopati di “Infect@”): stavo scrivendo un racconto di science-fantasy e uno dei personaggi, all’interno di un pub, si era imbambolato a guardare le immagini che scorrevano su un monitor. C’era qualcosa di profondamente sbagliato nella sua reazione catatonica. Guardava ed era come se lappasse le immagini dallo schermo. Niente sesso o violenza, nulla di morboso o di scioccante, solo innocui cartoni animati. Un’orgia di colori. L’idea mi ha stregato subito, tanto che ho accantonato il racconto, convinto che avrei potuto cavarne fuori una storia molto più lunga. Ho abbandonato il personaggio alla sua catalessi e ho cominciato a scrivere “Infect@”, in primis nella forma di due storielle brevi, poi come romanzo vero e proprio. Ironia della sorte: quei due “nocciolini” sono andati persi nel disco fisso di un portatile che mi è morto tra le mani, e non c’è stato verso di recuperarli… Ma esiste anche una seconda ragione per i cartoni, più personale: ho passato interi pomeriggi sul divano a guardarli, con mio figlio piccolo. Qualcosa dev’essere sfuggito al controllo e l’infezione ha preso il sopravvento.
4 ) Glorfindel: So che il cinema è una tua grande passione, hai mai pensato a come potrebbe essere una trasposizione cinematografica dei tuoi romanzi e da chi ti piacerebbe venisse realizzata?
Dario Tonani: Sì, vero, sono un consumatore famelico (e onnivoro) di cinema, perché vi ritrovo sostanzialmente lo stesso modo di raccontare che impronta la mia scrittura. Qualche volta, quando scrivo, mi scopro a mimare i gesti dei miei personaggi per fissarmeli “visivamente” nella testa prima di trasferirli sulla pagina. Se si “racconta” un’azione appena dopo averla compiuta è difficile che alla mente ti vengano le parole sbagliate. Anche i dialoghi devono suonarmi bene “a orecchio”, per cui spesso li recito a voce alta. Ovvio che abbia un’idea piuttosto chiara di come mi piacerebbe veder trasposte le mie storie sul grande schermo: in genere, giusto per divertirmi, faccio un casting dalla A alla Zeta, scelgo il regista, le sequenze di maggior impatto e il commento musicale di ogni scena. Amo le storie che riescono a sorprendermi, ma che lo fanno colpendo sotto la cintura: il cinema di oggi, che grazie soprattutto agli effetti speciali ha sviluppato un talento straordinario nel lasciare lo spettatore a bocca aperta, non sempre riesce a graffiare davvero, a lasciare il segno anche dopo che si è usciti dalla sala. Quello dei cosiddetti “blockbuster” è troppo politically correct per i miei gusti, un esercizio di tecnica molto ben eseguito, ma spesso senza sussulti. In genere, al cinema spettacolare d’Oltreoceano cambierei tutti gli happy end, che peraltro non ci sono quasi mai nel soggetto originario. Ma mi hai chiesto di fare nomi: visto che sognare non costa nulla, dico Quentin Tarantino, Steven Spielberg, Ridley Scott. Gente che di solito non ha mai grossi problemi di budget.

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Prosegue la nostra cavalcata nel mondo della letteratura fantastica italiana (dopo Valerio Evangelisti, Giovanni De Matteo e Giulio Leoni) oggi ho il piacere di presentarvi Massimo Pietroselli scrittore romano che ringrazio per la gentilezza e l’attenzione che mi ha prestato; Massimo Pietroselli ci parla inoltre delle sue nuove fatiche, tra cui “L’affare testa di Morto” terzo capitolo dei polizieschi che hanno come protagonisti Archibugi e Quadraccia e di un romanzo d’avventura ambientato nella roma antica.
1 ) Glorfindel: Credo tu sia l’unico scrittore ad aver vinto sia il premio Urania (per la fantascienza) sia il premio Tedeschi (per il giallo), qual è stata la scintilla che ha fatto nascere in te la passione per la fantascienza e il fantastico in genere?
Massimo Pietroselli: Dai libri di Peter Kolosimo! Naturalmente, crescendo mi sono reso conto dell’ingenuità di certe posizioni, ma per un ragazzino dell’era pre Hi-Tech leggere che nell’antico Egitto erano approdati i superstiti di Atlantide, o che a Palenque è disegnato un astronauta, significava un trip immaginifico incredibile! In più, Kolosimo condiva i suoi romanzi con citazioni di romanzi di fantascienza (di cui lui stesso era un autore), suggerendomi così un approfondimento che da allora ho continuato a praticare.
2 ) Glorfindel: Hai dichiarato di non amare il cyberpunk, corrente letteraria che ha condizionato la fantascienza degli ultimi vent’anni, tu che tipo di fantascienza ami scrivere?
Massimo Pietroselli: Guarda, c’è in rete una tesi di laurea che si chiama “Il cyberpunk in Italia”, dove si parla tra l’altro di me. Si dice che, benché io non mi dichiari amante del genere, invece lo pratichi. Io dico di no, perché il cyberpunk secondo me non è un contenuto, ma uno stile. E questo stile a me non piace, troppo manierato: io lo chiamo barocco hi-tech. A quelli che dicono che il tema di “Miraggi di silicio” (il romanzo con cui ho vinto il Premio Urania) è un tema cyberpunk, rispondo che l’idea è già nel mito della caverna di Platone.
A me piace scrivere una fantascienza dove vi siano delle estrapolazioni scientifiche intriganti e con un plot avvicente, con uno stile possibilmente curato ma non di maniera. Gli anacoluti, le frasi spezzate, le metafore ricercate, le città piovose, lo slang inventato… non mi interessano. Dov’è il sense of wonder? A me piacciono Farmer, Van Vogt, Vance, Dick… tutta roba vecchia. Pre cyperpunk.
3 ) Glorfindel: La Singolarità prospettata da Vernon Vinge per il 2030 e ripresa da tantissimi autori come Charles Stross e Greg Egan è reale per te? Come pensi che sarà destinato a cambiare il mondo?
Massimo Pietroselli: Non ho la più pallida idea di come sia destinato a cambiare il mondo: mi basterebbe sapere che continuerà a esistere, viste le previsioni ambientali. Quelle sì che sono reali, non la singolarità tecnologica che mi sembra piuttosto New Age applicata alla Scienza (cosa che purtroppo va molto di moda, basta leggere “Il tao della fisica”). E poi, il mondo non finirà nel 2012?
4) Glorfindel: Fantascienza, Noir, Horror e Fantasy in Italia (al contrario dei paesi Anglosassoni per esempio) sono da sempre generi confinati ai margini della cultura, come mai?
Massimo Pietroselli: Per quanto riguarda il noir non direi, tutt’altro. Pare che oggi non si possa fare narrativa se non si scrive un noir: che poi ognuno lo intende come vuole. Il noir è in tutte le università, tutti lo scrivono, tutti ne parlano, tutti (?) lo leggono.
Permane una certa diffidenza per gli altri generi, soprattutto a livello di addetti dell’industria culturale. Tuttavia, anche in Italia da anni si fanno studi ponderosi sulla letteratura di massa e pian piano si rivalutano autori un tempo di nicchia. Guarda Scerbanenco, o De Angelis - che meritoriamente viene ristampato dalla Sellerio. Certo, è un disgelo a macchia di leopardo, non sistematico, ma qui e lì torna a spuntare l’erba. Dobbiamo soltanto aver pazienza e sperare di non cadere nell’eccesso opposto: che qualunque idiozia diventi “capolavoro ritrovato”. Come sta accadendo per il cinema: moltissimi film italiani degli anni ‘70, nonostante le sperticate rivalutazioni di registi d’oltreoceano, erano e restano emerite schifezze.
Sai cosa occorrerebbe in Italia? Un Truffaut. E’ stato lui, tra gli altri, a sdoganare Hitchcock.
E in conclusione, che significa essere ai margini della cultura? Quale cultura? No, non direi di preoccuparci di essere ai margini. Siamo tutti ai margini di qualcosa, dopotutto.

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Lo sguardo che abbiamo proposto sulla letteratura fantastica italiana (dopo Giovanni De Matteo e Giulio Leoni) prosegue questa settimana con il grande Magister, Valerio Evangelisti in persona che ha risposto con una gentilezza estrema alle domande che gli abbiamo proposto con un lavoro di squadra io e Faramir, essendo anch’egli un ammiratore dello scrittore italiano vivente più popolare nel mondo. Tante le anticipazioni, da un prequel di Tortuga al grande ritorno di Nicolas Eymerich.
1 ) Glorfindel: Lei ha dichiarato che il fantastico, e in particolar modo la fantascienza, rappresenta il solo modo per descrivere adeguatamente, in chiave narrativa, il mondo attuale, ma ha più volte espresso il suo pessimismo nei confronti dell’attuale produzione letteraria Anglosassone, Americana e Italiana, non c’è nessuno che secondo lei si salva da tanto disimpegno sociale? Come vede la fantascienza nei prossimi anni?
Valerio Evangelisti: Esistono filoni locali della fantascienza tutti da esplorare, fuori degli Stati Uniti, dell’Inghilterra o anche dell’Europa occidentale. La sf latinoamericana, per esempio, ha una tradizione lunga (specie in Argentina) e offre autori interessanti. Idem per paesi dell’Europa dell’est come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Russia. Sarebbe un errore, però, concentrarsi solo sulla narrativa. La fantascienza è per sua natura multiforme, si propaga in tutti i media. Certi telefilm americani (Lost, Battlestar Galactica) o inglesi (l’ultima stagione di Torchwood, intitolata Children of Earth) offrono abbondante materia di riflessione. Peccato che oggi di rado la sf letteraria si mostri alla stessa altezza, a parte eccezioni. Confido che si tratti di una mera questione di mercato, e che presto tornino gli equivalenti di ciò che furono, a suo tempo, i Dick, gli Sheckley, gli Asimov, gli Heinlein ecc. La nozione stessa di futuro attualmente è in crisi, e il presente pare immutabile. Credo, o sarebbe meglio dire spero, che sia una fase transitoria.
2 ) Glorfindel: Qual è la sua opinione rispetto la teoria della Singolarità?
Valerio Evangelisti: Se parliamo della singolarità tecnologica, un esempio lo abbiamo in tasca, ed è il cellulare. Ci ha cambiato la vita, non c’è dubbio. Prima ancora erano venuti i computer. E ancora prima… Ci sono salti nell’evoluzione legati alla tecnologia. Si tratta di vedere se la psiche si adatta. La mia risposta è: a volte sì, a volte no.

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Dopo la chiacchierata con Giovanni De Matteo prosegue il nostro viaggio tra gli autori italiani di genere fantastico con Giulio Leoni (Dante Alighieri e i delitti della Medusa, I delitti del mosaico, I delitti della luce, La crociata delle tenebre, La donna sulla luna, E trentuno con la morte) che estremamente gentile e paziente ha risposto ad un numero spropositato di miei domande, lo ringrazio ancora e auguro una gran fortuna alla sua ultima fatica letteraria “La regola delle ombre” Mondadori in uscita oggi.
1 ) Glorfindel: Da oggi 15 settembre è nelle librerie “La regola delle ombre” (Mondadori), il tuo nuovo romanzo, ambientato all’epoca dei Borgia.
Giulio Leoni: Sì, è un’indagine di Pico della Mirandola in quel mondo tenebroso di esoteristi, stregoni e cabalisti che ribolle nella Città eterna sotto l’apparente razionalità del nascente Rinascimento. Ma soprattutto è un’indagine sulla personalità sfuggente e sull’opera per molti aspetti misconosciuta del più grande genio del Quattrocento, Leon Battista Alberti. Che tutti conosciamo come massimo architetto, ma di cui invece forse sfuggono ancora gli interessi e i legami con il mondo delle ombre.
Noi siamo portati infatti a considerare il Rinascimento come un’età tutto sommato luminosa, al netto della violenza politica e della ferocia nei comportamenti individuali. E invece… esiste un risvolto occulto altrettanto formidabile, intessuto di antiche superstizioni e di magia. Pensa che appena pochi anni dopo il 1482, anno in cui è ambientata la Regola, verrà pubblicato il Malleus maleficarum, il manuale per i processi alle streghe che darà il via alla caccia alle manifestazioni demoniache per tutta Europa. E che è appena nato un certo Johann Faust, che diverrà celebre proprio per le sue oscure frequentazioni. Ecco, la Regola è proprio questo, un’indagine sui risvolti oscuri di un’epoca, prima ancora che su una catena di orrendi omicidi. Oscurità che penetra ovunque, anche nel più grande e famoso tempio della Cristianità, come scoprirà chi avrà la pazienza di leggerlo.
Ma la Regola è anche il lungo e amoroso inseguimento di una donna sfuggente e struggente: la bellissima Simonetta Vespucci, colei che era stata la più bella donna dei suoi tempi e che era morta giovanissima. Ma che adesso qualcuno sembra aver richiamato dalla tomba grazie a un rito magico il cui segreto si perde nella notte dei tempi. Pensa, tutto questo in un libro solo! C’è da riflettere, no?

2 ) Glorfindel: Si dice nel mondo degli appassionati che tu abbia scritto anche Fantasy, sotto lo pseudonimo di JP Rylan (Il trono della follia e Il santuario delle tenebre, Mondadori). Come mai l’uso di uno pseudonimo?
Giulio Leoni: Ah, curiosoni, e poi dicono che l’Italia sia la terra dei misteri! Non confermo niente, al massimo di avere una certa conoscenza di quell’autore. In realtà non c’è stato alcun motivo particolare, se non una questione di opportunità. Nell’anno della prima uscita venne pubblicato anche un mio giallo storico, I delitti della Luce, e l’editore ritenne che l’uscita contemporanea di un’opera radicalmente diversa avrebbe potuto generare confusione nei lettori. Per questo l’ho dovuto un po’abbandonare al suo destino. Poi però, come capita sempre con i figli non programmati, ho finito per affezionarmi al misterioso J.P. Rylan e l’ho tenuto in vita anche nelle puntate successive della saga.
Ti ringrazio però dell’occasione che mi dai per spendere qualche parola su questa impresa segreta, forse minore rispetto ai gialli storici, ma che per me è stato invece l’occasione per sperimentare un altro filone narrativo. Perché i Canti di Anharra (è questo il titolo generale della trilogia di cui hai riportato sopra i primi due capitoli) sono appunto un esperimento: non rispettano infatti i canoni tradizionali del genere, a parte la ripresa di alcuni temi dell’heroic fantasy alla Howard. Niente draghi parlanti, elfi o strane razze, pietre o pozioni magiche, se non quel minimo necessario a un racconto dilettevole. E nessun universo parallelo: per strano che possa sembrare, specialmente all’inizio, la storia si svolge sulla nostra terra. Questo ha forse disorientato qualche lettore, che immaginava qualcosa di diverso: in realtà quella di Anharra è una storia di archeologia fantastica, che comincia come un fantasy ma si concluderà come… beh, per questo bisognerà pazientare fino alla terza parte!
Comunque, al di là dei risultati, sono davvero contento che la riedizione del ciclo nella collana Epyx di Mondadori, per di più completata da alcuni passi che per vari motivi erano caduti nella prima edizione, mi consenta di portarla adesso a compimento.
3 ) Glorfindel: Fantascienza, Noir, Horror e Fantasy; pur possedendo enormi potenzialità in Italia la letteratura fantastica è spesso confinata nel territorio della sottocultura, come mai?
Giulio Leoni: È vero. E dire che noi eravamo partiti molto bene, come spesso sanno fare gli Italiani. È la solita storia, noi scopriamo l’America e gli altri ci fanno i soldi! Nel ‘500 il povero Ariosto scrive un poema in cui c’è già tutto il fantasy, la fantascienza e l’horror dei cinque secoli successivi: lo presenta al cardinale d’Este e che si sente dire? “Ma dove avete ritrovato tante corbellerie, messer Ludovico?”
Ci rimase tanto male che poi dopo di lui nessuno ha osato riprovarci. A parte gli scherzi, questa storia che il racconto fantastico non sarebbe altro che un mucchio di corbellerie è pesata come un macigno sulla cultura italiana. Adesso sarebbe troppo lungo spiegare perché, ma effettivamente nella tradizione “alta” della letteratura italiana si è radicata nel tempo una forte ostilità nei confronti del racconto fantastico, al massimo relegato alla letteratura per ragazzi. Discredito che per certi aspetti penalizza tuttora il riconoscimento critico di una forma del narrare che invece riscuote un crescente apprezzamento da parte dei lettori. Si tratta di avere pazienza: anche Omero scrisse narrativa di genere, in tempi in cui la letteratura “alta” era rivolta a indagare i segreti della natura e degli dei. In fondo basta aspettare due o tremila anni e le cose si aggiustano da sé.
4) Glorfindel: Compari insieme ad altri autori nella raccolta “Lovecraft il guardiano dei sogni”: sei un appassionato di fantascienza?
Giulio Leoni: Certamente, e da tantissimo tempo. La fantascienza anzi è stata la mia prima passione, prima ancora del giallo e del thriller. Per anni sono stato un lettore vorace, anche se non ho ancora avuto il tempo di scrivere quel romanzone che ho in mente da tempo. Ma prima o poi… nel frattempo ho scritto però diversi racconti, dispersi per antologie dedicate al genere. E sono in particolare un grande estimatore di Lovecraft, che ho scoperto sin dalle sue prime traduzioni italiane. A proposito, non ti sembra che Regola delle Ombre sia una bella traduzione di Necronomicon? E non è mica un caso!
5 ) Glorfindel: Il nome del blog è di derivazione Tolkieniana per cui mi è impossibile non porti questa domanda, hai mai letto il Signore degli Anelli?
Giulio Leoni: Sì, anche se devo confessare con un certo sforzo, specie nei suoi passaggi meno dinamici. So che questo farà inorridire tutti i bravi cultori del fantasy, ma che posso farci? Mentre ho molto apprezzato la trasposizione cinematografica.

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Giovanni De Matteo, gentile come pochi, ha entusiasticamente accettato di concedermi parte del suo tempo per discorrere di fantascienza e del futuro che ci si presenterà. De Matteo è un autore di fantascienza (Sezione π², Revenant - Storie di ritorni e di ritornanti), vincitore del Premio Urania nel 2006, attivo anche come blogger; conosciuto in rete con il nickname di X, è tra gli estensori del documento programmatico da cui si è evoluto il connettivismo.
Prima di iniziare, colgo l’occasione per ringraziarlo ancora per la sua disponibilità e cortesia.
1 ) Glorfindel: Vernon Vinge pone come data per l’avvento della Singolarità il 2030, è una data reale?
X: Nessuno può dirlo e credo che anche l’affermazione di Vinge contenga, al di là di un tentativo di estrapolazione “militante”, una componente non trascurabile di provocazione. Sulla questione sussistono pareri diversi, trattandosi di un’ipotesi che di scientifico ha la base piuttosto semplicistica di essere una proiezione realizzata a partire dai dati del nostro presente. Di sicuro, il progresso sta accelerando. Possiamo rendercene conto noi tutti. Se questo ci porterà o meno alla contrazione dell’orizzonte temporale delle nostre previsioni sul futuro fino al suo azzeramento (che è poi ciò in cui consiste la Singolarità nella sua formulazione più generale), e in maniera ancora più specifica all’insorgenza di una IA in grado di contribuire al processo di accelerazione (secondo la catena dei cosiddetti “ritorni accelerati” proposta dal controverso Ray Kurzweil sulla scorta delle considerazioni di Vinge), è impossibile sostenerlo con certezza. Possiamo avanzare delle ipotesi, questo sì. E farne materia per le nostre storie, approfittando del concetto per confrontarci con un’idea che ha soprattutto una forte carica suggestiva e una sua interessante valenza metaforica.
2 ) Glorfindel: La singolarità porterà ad un nuovo rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda?
X: Ecco, questo è uno degli aspetti più interessanti della faccenda. Di sicuro, è uno dei motivi per cui la Singolarità è diventata una tematica così tanto sfruttata dagli autori contemporanei. E sono convinto che possa essere anche uno dei punti di maggior fascino dal punto di vista del lettore. Nel corso della sua storia, l’uomo si è rapportato con l’ambiente in maniera impositiva, piegando la natura alle proprie esigenze. Ha continuato a farlo anche dopo le varie rivoluzioni industriali, crogiolandosi nella convinzione che l’impatto del suo operato potesse continuare a essere assorbito dal pianeta senza conseguenze. Oggi abbiamo la certezza della fragilità di queste supposizioni e l’avvento della Singolarità si trova a essere subordinato agli effetti del cambiamento climatico. Come metafora, la Singolarità ci costringe – in altre parole – a confrontarci con una questione decisiva: quanto a lungo potremo sostenere il ritmo attuale del progresso, prima che il collasso ecologico della Terra arrivi a spezzare la catena? Se nel nostro futuro ci sarà davvero una Singolarità, allora sarà auspicabile che si sia prima trovata una formula valida per la convivenza sostenibile della civiltà tecnologica con la natura. Altrimenti, il suo eventuale avvento rischierà di rivelarsi effimero e fallace, come è già successo per la maggior parte delle rivoluzioni che l’hanno preceduta. Se non peggio: non dimentichiamoci che stiamo parlando di sistemi estremamente complessi e, come insegna la teoria del caos, gli esiti potrebbero rivelarsi catastrofici.
3 ) Glorfindel: In Inghilterra, dove la sensibilità per la Fantascienza è molto alta, una miniserie TV come Torchwood Children of Earth ha toccato una media di sei milioni di spettatori sul primo canale della BBC. In Italia esiste un sottobosco di giovani editori che pubblicano fantascienza in varie forme (dai libri alle graphic novel) ma il cinema e le serie TV si ostinano a riproporre temi stanchi e logori. Come mai?
X: Bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati: case di produzione, direttori di struttura, responsabili di palinsesto. Rispetto all’Italia, la cultura britannica è sicuramente più sensibile ai temi del fantastico e della fantascienza, priva della sindrome di superiorità che stigmatizza il nostro establishment culturale, se così vogliamo definirlo. Qui da noi, complice il retaggio crociano sulla superiorità universale della cultura umanistica, dogma moderno deleterio quanto pochi altri, la fantascienza non ha mai conosciuto una vera esplosione di popolarità, per quanto abbia attraversato una stagione decisamente felice a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. A quell’epoca pionieristica e gloriosa forse è mancato un successivo, necessario ricambio generazionale. Lettori (e, in senso più generico possibile, fruitori) sono ormai assuefatti ai cliché propagandati dai detrattori, “indottrinati” per credere che i libri di fantascienza siano solo spazzatura con raggi laser e navi spaziali e i film nient’altro che un carrozzone di effetti speciali. Le serie TV inglesi e americane ci insegnano che non è così e, soprattutto, danno una lezione a 360° alla nostra TV, dimostrando di essere capaci di coniugare audience e qualità, laddove da noi una trasmissione non è nient’altro che il riempitivo tra due pause pubblicitarie.
4 ) Glorfindel: Sempre restando in tema, nei paesi Anglosassoni si è discusso molto su questa affermazione di Paolo Bacigalupi: “Mi sembra quasi che malgrado gli strumenti in possesso della fantascienza, strumenti che nessun genere può vantare, talvolta si assista come a uno spreco di potenzialità da parte nostra”. Pensi che la Fantascienza possa aiutare l’uomo a comprendere meglio il suo futuro?
X: Se ne è discusso anche in Italia, fidati (in sede di commenti al mio articolo che riportava la notizia per Fantascienza.com: http://www.fantascienza.com): il bello di un mondo globalizzato è che, trovando il tempo di farlo, si è sempre in condizione di azzerare le distanze. Per venire alla tua domanda, attraverso la sua attitudine al cambiamento, all’esplorazione dello spettro delle possibilità, la fantascienza si ritrova a disporre degli strumenti più adeguati per analizzare tempi paradossali come quelli che ci troviamo ad attraversare: estremamente veloci per quel che concerne il fronte tecnologico e l’avanzamento scientifico, terribilmente lacunosi invece per quanto attiene alla sfera dei diritti civili, del progresso sociale, della tutela ambientale e della consapevolezza etica.
Viviamo in un mondo complesso, che cambia di più ogni giorno che passa, e quasi mai riusciamo a riscontrare una concordanza di direzione tra le due traiettorie. I generi nel loro complesso (dalla crime fiction alla science fiction), e la fantascienza in particolare, sono nelle condizioni ambientali più adatte per esercitare le loro prerogative e consolidare con orgoglio una posizione di avanguardia che li contraddistingue rispetto all’odierno panorama culturale.
La fantascienza, poi, è tenacemente filtrata nel nostro immaginario collettivo, grazie a linguaggi popolari come cinema, TV, anime, fumetti e videogiochi. Con questi presupposti, dipende solo da editori e autori conservare la lucidità e lo slancio necessari per parlare al pubblico di una cosa complessa come il presente, attraverso una metafora potente come il futuro.

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