Paolo Marzola blog

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Ho il piacere di ospitare oggi su queste pagine uno scrittore “fuori genere” come egli ama definirsi: Davide Sapienza, scrittore, giornalista (fondatore della rivista Fire, la più professionale fanzine sugli U2 degli anni ottanta, traduttore di testi di artisti e gruppi come U2, Simple Minds, Waterboys, Nirvana), esploratore e osservatore di territori inviolati, anche dell’io più profondo, traduttore ed esperto di miti dell’avventura da Jack London a Robert Falcon Scott passando per Barry Lopez, spirito libero, amante e profondo conoscitore del rock e delle montagne nelle quali ha deciso di vivere (dove nasce la Valle Borlezza, sotto la Presolana, che é collegata alla Valle Seriana, nelle Orobie, con la moglie Cristina Donà e Leonardo il loro cucciolo umano).
L’avventura che Davide Sapienza ci racconta nei suoi libri (come i Diari di Rubha Hunish e La valle di ognidove) ci fa sognare, aprire la nostra immaginazione e la nostra fantasia (come nell’insolita “Milano in una stella” e in “Aletheia, la vetta nuova“), perchè come dice lui “Nessun viaggiatore è migliore o più unico di un altro, niente dà diritto elettivo di piantare una bandierina in un buco per terra e reclamare qualcosa che non può appartenere all’uomo, ma solo all’immaginazione e al sentire”.
Ringrazio Dav per la sua cortesia e gentilezza e gli auguro di realizzare i suoi molteplici progetti professionali e di vita; la vera passione per la montagna, la scrittura e la musica lo rendono per me un vero esempio di moderno scrittore/viaggiatore con salde radici in un passato che non va assolutamente dimenticato.
Glorfindel: Davide Sapienza, 25 anni di carriera nella scrittura, come è nata questa tua passione e come si è trasformata in professione?
Davide Sapienza: Dunque, sin da piccolo avevo collegato la lettura dei libri alla possibilità di poterli scrivere. A scuola a volte pensavo – con pudore – “ma queste cose che mi spiegano mi paiono ovvie, io so come ci si sente”. Solo anni dopo ho capito che probabilmente avevo quel tipo di spirito e di approccio connaturato al mio carattere. Dunque, è stato naturale – avendo una grande passione per la musica rock – cercare di scrivere di musica e per quindici anni è stata l’attività principale, con libri articoli servizi radiotv etc etc ma anche volumi dedicati ai nativi americani e altre cose extra musicali.
Glorfindel: Hai scritto una frase che mi ha fatto molto pensare: “La gente ha molta necessità di essere rassicurata. Io non scrivo per rassicurare, ma per sferzare, spronare ad andare a cercare mete incognite, anche vicoli ciechi: per esplorare. Scrivo per esplorare, esploro per scrivere.”  L’esplorazione e la scrittura, come è nato questo connubio nella tua vita?
Davide Sapienza: Anche in questo caso si tratta di una questione caratteriale. Mi annoio facilmente e trovo stupido ripercorrere sempre gli stessi sentieri. Se hai tante perle tra le mani, perché sentirti obbligato a infilarci un filo per forzarne l’unione tra loro in un’unica soluzione visuale? Non è un peccato perdersi lo splendore e le sfumature di ogni piccola parte della loro superficie singola? E solo dopo immaginare di unirle in un filo conduttore? Questo è quello che ho provato a fare con La valle di Ognidove, che definirei un ben strano romanzo, a suo modo, ma anche un’esplorazione letteraria. Voglio arrivare dove arriverò, che non so dov’è ovviamente, e voltarmi indietro per dire: “almeno ho cercato di vedere e attraversare nuove terre letterarie”.
Glorfindel: Oltre ai tuoi scritti affianchi un importante ruolo di traduttore e curatore di opere scritte da autentici miti dell’avventura, come Jack London (Cacciatore di anime, Martin Eden, Preparare un fuoco, Il marinaio nella neve. Jack London e il Grande Nord, Il marinaio nella neve. Jack London e il Grande Nord,) oppure l’ultimo I Diari del Polo di Robert Falcon Scott, che é la prima traduzione moderna  a quasi un secolo dalla sua pubblicazione.
Davide Sapienza: Raul Montanari presentando il suo FESTIVAL DEI NARRATORI ITALIANI (www.presenteprossimo.it) con Tiziano Scarpa, Aldo Nove, Giuseppe Culicchia etc, che andrò a chiudere sabato 28 novembre a Nembro (Bg), ci presenta come scrittori che fanno anche “altro”, eppure quello che si chiama “altro” fa assolutamente parte dell’anima di uno scrittore di un certo tipo. Dunque tradurre un gigante della letteratura americana – forse il più grande di tutti – come London, è per me fonte di gioia, meraviglia e scoperta: anche London l’ho (ri)scoperto esplorando. Ed esplorando ho verificato che tutti si erano intruppati sul solito sentierone fatto di tanti luoghi comuni, mentre Jack London è un vero pianeta immenso da esplorare. Venite anche voi, vedrete che roba.
Scott, e prossimamente il norvegese Frodtjof Nansen – il più grande esploratore della storia – sono per me un modo di vivere quella geografia che amo esplorare anche fisicamente e di far conoscere al pubblico versioni vere e originali di storie entrate nell’immaginario dei popoli.
Glorfindel: I diari di Rubha Hunish è un libro che ho amato molto, una raccolta di pensieri che esplora la montagna in modo originale,  impressioni nate a contatto con la natura, tra le vette alpine e le distese artiche; qual è stato il processo creativo per questa tua opera?
Davide Sapienza: Intanto lasciami dire che quando ho terminato quel libro, letteralmente non sapevo cosa mi trovavo tra le mani. Sono state alcune persone, come il mio attuale agente Gianluigi Zecchin e poi il professor Piero Gelli, ma anche lo scrittore Michele Monina e suo fratello, fondatore di Pequod Edizioni, a farmi capire di aver realizzato qualcosa di speciale. Dopo l’uscita, ho avuto molti più riconoscimenti di quelli che fosse legittimo aspettarsi da un libro così particolare. Gelli definiva queste pagine “riflessioni filosofiche risolte con pensieri forti e precisi”. Il che, se ci penso, non è poco. Aveva anche paragonato la qualità della scrittura a quella di un Chatwin. Anche questo, non è poco.
Il libro è nato nel corso di sei lunghi anni in cui nella mia vita si è aperta una grande distesa immensa di opportunità: lasciato il giornalismo rock, ho continuato a lavorare part time come consulente per la Rykodisc, occupandomi solo di musica che amavo e non da giornalista. Intanto viaggiavo, facevo quello che facevo con molta libertà e scrivevo pensando al libro. Che per anni si è intitolato come il sottotitolo (Brevi saggi sull’interruzione del pensiero in viaggio). Poi nel 2002 ho deciso che una volta rientrato dal Perù avrei chiuso il libro e alla fine di quell’anno, in effetti lo chiusi. Ci rimisi poi mano all’inizio del 2004, aggiungendo delle pagine importanti. Ma credo che così si è creata un’opera piuttosto unica, sia in relazione al viaggio che alla montagna e alla natura. Insomma, elaborando nell’inconscio per anni la lezione di maestri come Barry Lopez, Renato Da Pozzo, Franco Michieli, Rigoni Stern e i miei amati trascendentalisti americani (NdR, Henry Thoreau con “Walden ovvero vita nei boschi” e Emerson Ralph W. con “Teologia e natura”) ma anche libri come Nelle vene dell’America piuttosto che Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta, ne è uscito questo libro.

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Oggi ho il grandissimo piacere di presentare un intervista a Silvana De Mari, secondo me una delle più grandi autrici di letteratura fantastica in Italia (Gli ultimi incantesimi, L’ultimo elfo, Il cavaliere, la strega, la morte e il diavolo), persona estremamente cortese e colta che è un vero piacere poter ascoltare anche dal vivo, e per questo vi invito a guardare sul suo sito la pagina degli incontri con il pubblico.
“La difesa della verità” è il titolo che ho scelto per questa intervista, perchè Silvana De Mari è anche questo, una persona che lotta per le idee in cui crede e che le trasmette alle sue opere, perchè come scrive lei “da tempo immemorabile la narrazione fantastica ha sempre toccato, in tutte le sue forme, corde profonde nell’uomo. Dalla fiaba tramandata per generazioni e raccontata alla famiglia riunita davanti al focolare al poema epico, lontana eco di gloriose battaglie e indimenticabili eroi, alla letteratura fantasy del Signore degli Anelli o di Harry Potter, con le sue metafore sfuggenti e le sue suggestioni cangianti e multiformi, il fantastico si è sempre posto come infinito e prezioso deposito di archetipi dell’immaginario”. Buona lettura.
Glorfindel: Ne “L’ultimo orco” si racconta di una cupa epoca nella quale miriadi di Orchi insidiano il mondo degli Uomini. Chi sono gli Orchi per Silvana De Mari?
Silvana De Mari: Coloro che provano piacere nel causare dolore. E qui comincia un discorso spinoso. Contrariamente a quello che riteneva Rousseau con la sua disastrosa teoria del buon selvaggio, il cervello umano è naturalmente feroce. L’odio è un piacere che si autoalimenta, come tutti i piaceri. Causare dolore a un altro, torturarlo o vederlo torturare, ci dà un senso di potenza. In epoca preistorica la ferocia era funzionale, aumentava la sopravvivenza. Con l’aggregazione in gruppi sempre più grandi, la ferocia è diventata disfunzionale e siamo usciti dalla preistoria, ma la tentazione è rimasta. Gli orchi sono coloro che ammazzano gli indifesi  e dopo averli ammazzati festeggiano. Questa è la base del genocidio.
Glorfindel: “L’ultimo Elfo” è un libro veramente magico, amato da giovani e adulti, quale è stato il processo creativo che ha portato alla sua nascita?
Silvana De Mari: Tra i quattro e i nove anni ho abitato a Trieste. Il cuore di mio padre non funzionava bene e gli erano state prescritte lunghe passeggiate. Il cane e io lo accompagnavamo, in queste marce,
che spaziavano dalle scogliere al Carso, passando dalle strade della città e dai moli del porto. Fu allora che mio padre cominciò a raccontarmi complicate storie di spiritelli e gnomi, ambientate agli albori del mondo nelle foreste infinite che lo ricoprivano. E io cominciai a chiedermi, visto che le creature magiche erano dapprima esistite, per poi non più esistere, come fossero scomparse, quanto era stato terribile scomparire, se qualcuna delle creature si era accorta di essere l’ultima. Cosa avrei provato io a sapere che, dopo di me, nessuno come me sarebbe mai più esistito?
Mano a mano che crescevo alle buffe storie dei folletti se ne sovrapposero altre, atroci e terribili, che nascevano dai luoghi stessi che ci circondavano.
Mio padre cominciò a parlarmi delle trincee della prima guerra mondiale, che avevano traversato quegli stessi prati che noi traversavamo, seguiti dal nostro cane, lieto e felice per tutta quell’aria fresca e quella luce. Mi parlò delle Foibe, poco distati da noi, molto simili alle grotte che andavamo a visitare, e che un decennio prima erano state riempite di corpi gettati dentro vivi. Mi portò a vedere i muri della Risiera di San Saba, unico campo di sterminio sul suolo italiano. La Risiera non aveva contenuto riso ma persone, che poi erano state mandate nel posto dove è scritto che il lavoro rende liberi, e di tutte le cose che mi ha raccontato, questa memoria è la più assurda e la più indicibile.
Glorfindel: “Il cavaliere, la strega, la morte e il diavolo” è un libro dalle tinte forti, con una profonda riflessione sulla vita e sulla morte; io l’ho letto tutto di un fiato. Racconti così diversi e scritti con grande passione, ma perché un saggio sulla morte?
Silvana De Mari: Grazie, per averlo letto  tutto di un fiato. Amo molto questi racconti. Ho cominciato a scrivere a sedici anni dopo aver visto il film Brancaleone alle Crociate. Ho scritto le prime righe di un racconto lungo, Il cavaliere, la strega, la Morte e il diavolo, su una versione stracciona e disperata di Bradamante, che ho poi finito trent’anni dopo. Il saggio sulla morte perché ognuno di noi si interroga su Dio e sulla morte, il nostro ultimo dono, la nostra ultima crisi dove ci giochiamo tutta la nostra vita, dove possiamo con un ultimo colpo d’ala decidere di renderla magnifica, qualunque essa sia stata. Come sarebbe possibile non scrivere un saggio sulla morte?
Glorfindel: Ha scritto ”Nella letteratura fantasy, come nella sua figlia legittima, la fantascienza fantasy (Guerre stellari) gli eserciti sono multietnici. La compagnia dell’Anello è formata da due uomini, un elfo, un mago, quattro hobbit e un nano. Nella battaglia finale di Guerre stellari umani e non umani combattono affiancati. Il genere fantasy trascende la nazione, ed è il poema epico dei nostri giorni”.
Cos’è il Fantasy per lei?
Silvana De Mari: Una narrazione di eroi. Diceva Bertold Brecht Beata quella terra che non ha bisogno di eroi. Quella terra non siamo più noi: la vacanza è finita. Noi siamo una generazione che dovrà di nuovo combattere per la libertà di parola. Era anche impensabile che la piccola Europa restasse ricca e libera circondata da popoli di mendicanti e di schiavi. Ora siamo allo scontro finale: o la libertà ci sarà per tutti o per nessuno, quindi ci sarà per tutti. Un’armata multietnica fatta da tutti colore che sono disposti a versare il proprio sangue per la libertà si prepara. Con coraggio ed orgoglio. La speranza che gli orchi vengano battuti. La strada per ritrovare la strada del coraggio, per uscire dal relativismo folle che dichiara uguali  chi ha graziato l’adultera e chi l’ha condannata, che non distingue tra il rispetto dei diritti dell’uomo e la loro assenza.
A Dachau sono state “studiate” le crocefissioni: uomini sono stati crocefissi per il solo piacere di vederli morire. Ad Aushwitz bambini sono stati dissezionati vivi perché erano gemelli. Mentre le torri gemelle bruciavano in molti ballavano per strada e il capo del commando ha lasciato un testamento dove ordinava che gli esseri inferiori, le donne, e gli esseri molto inferiori, le donne incinte, non osassero  partecipare al suo funerale. Gli orchi esistono, e la loro straordinaria idiozia è un’ulteriore  catastrofe perché li rende imprevedibili.
E qui arriva il discorso della rabbia, anche questa, insieme alle mie migliori doti, intolleranza e arroganza, ereditata da mio padre. è la rabbia per il dolore inutile, il dolore per chi distrugge gli altri senza guadagnarci nulla, anzi che si danneggia pur di poter distruggere, che è infinitamente più grave di distruggere gli altri per guadagnarci qualche cosa, e questa è la differenza tra i malvagi e gli idioti criminali. I malvagi seguono linee logiche ed è possibile fermarli. In tutti i casi ti danneggiano solo se ne hanno un ricavo. Se non ci guadagnano nulla ad ucciderti, ti lasciano vivere, è qualcosa. Gli idioti criminali non si fermano mai. Se è ingenuo ritenere che la politica e la storia siano indipendenti dal denaro, altrettanto ingenuo è ritenere che il denaro ne sia l’unico motore. L’odio è una delle più potenti emozioni umane, infinitamente più forte dell’avidità: quest’ultima è situata sulla recentissima competitività. L’odio fa parte del nostro sistema più antico. L’odio di gruppo, una piazza che si autocontagia, vuol dire una scarica di adrenalina e serotonina insieme, è uno dei piaceri più assoluti. Annulla sia la paura che il dubbio. L’odio si contagia e si moltiplica. Per il piacere dell’odio e del dominio del mondo alla propria volontà asservita, gli idioti criminali distruggono sè stessi e tutto quello su cui mettono le mani.
L’idiozia criminale di oggi si chiama terrorismo islamico: si tratta di un tipo di ferocia spaventoso, dove si inneggia alla distruzione di vite innocenti facendola rientrare in uno schema voluto da Dio e da lui premiato con il paradiso. L’idiozia criminale è la ferocia di un popolo contro le sue stesse donne, contro le sue stesse bambine.

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Il tredicesimo appuntamento del percorso che abbiamo dedicato alla situzione e ai personaggi del genere fantastico in italia, vede come protagonista Enrico Solito, medico pediatra infantile, uno dei massimi esperti di Sherlock Holmes in Italia e anche nel mondo (già presidente dell’associazione Uno studio in Holmes di Firenze) e autore di numerosi apocrifi (si chiamano così i libri che non sono usciti dalla penna di Sir Arthur Conan Doyle autore invece del Canone, i quattro romanzi e 56 racconti con protagonista Sherlock Holmes) tra i quali I casi proibiti di Sherlock Holmes, 7 Misteri per Sherlock, Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio e Sherlock Holmes e l’orrore di Cornovaglia e di gialli come Nero Porpora e Delitti di Regime che esulano da ambienti inerenti Sherlock Holmes.
Solito è inoltre autore con Stefano Guerra di un enciclopiedia Sherlockiana completissima, di cui prepara una riedizione e che uscì già anni fa con il nome di I diciassette scalini. Auguro grande fortuna al Dottor Solito, una persona veramente squisita e cortese, e ai suoi molteplici progetti, basterà seguire questo blog per avere notizie sulle sue prossime uscite.
1 ) Glorfindel: Personalmente ritengo il suo “Sherlock Holmes e le ombre di Gubbio” uno dei più godibili Apocrifi che abbia mai letto, un vero gioco di rimandi e citazioni da  cui traspare anche il suo amore per i particolari, i nomi, i luoghi a  Londra e a Gubbio, perfino gli orari dei treni, sono puntigliosamente esatti. Quanto tempo ha impiegato per scrivere un “meccanismo” così perfetto?
Enrico Solito: La vera difficoltà, ma anche forse la parte più divertente e godibile per me, è la ricerca di dati. In genere ci vogliono 6 mesi, un anno, per raccoglierli: ricostruisco tutto quello che posso sull’ambiente, l’epoca, perfno il modo di vestire, o di cucinare. Cerco cioè di “vivere” quel posto e quella gente prima di ambientarci una storia. Per Gubbio ho messo le mani anche su un volume scritto da un inglese sulla Corsa dei ceri alla fine dell’800 (l’ho citato nel libro, fingendo che sia stato Holmes a dare  a lui le informazioni) e il massimo successo è stato correggere degli Eugubini che credevano di aver trovato un errore. Per l’ultimo di Holmes, “Sherlock Holmes e l’orrore di Cornovaglia”, sono stato molto più maniacale, mi ci è voluto un anno, ho scovato negozietti inglesi e appassionati di ferrovie, ho trovato una copia del badaeker di quell’anno, centinaia di foto d’epoca, e credo di essere l’unico, tra Italia ed Inghilterra, a conoscere esattamente la linea ferroviaria dove si svolge l’azione. E’ solo qundo mi “sento” pienamente in quel contesto che la storia si svolge, quasi da sé, naturalmente.
2 ) Glorfindel: Uscirà a Natale lo Sherlock Holmes di Guy Ritchie, con Robert Downey Jr. e Jude Law; a detta del regista: “Holmes rivelerà doti da guerriero altrettanto letali del suo leggendario intelletto, e combatterà come mai prima per sconfiggere un nuovo nemico e sventare un piano diabolico che potrebbe distruggere l’Inghilterra.”
Un Holmes più d’azione potrebbe avvicinare uno stuolo di giovani lettori, cosa ne pensa?
Io personalmente ho iniziato a leggere il Canone dopo la visione di “Piramide di paura”, rimasi letteralmente affascinato dal personaggio.
Enrico Solito: Chissà, può darsi: sospendo il giudizio. Vede, ognuno vede Holmes in modo diverso, perchè credo corrisponda ad un archetipo dentro di noi e ognuno lo vive alla sua maniera. Non mi è dispiaciuta “Piramide di paura” ma ho amato di più, per dire, “Basil l’investigatopo” ma sopratutto “Senza indizio” o “Assassinio su commissione”.
3 ) Glorfindel: Come vede la situazione della letteratura di genere in Italia, giallo, noir, fantascienza e Fantasy?
Enrico Solito: Mi pare che ci sia molta vivacità, molti nuovi autori, molte idee, anche se qualcuno dei nuovi autori mi pare abbracciare un genere senza crederci fino in fondo,e  fa opere di maniera. Nel complesso la produzione mi pare assai stimolante, anche se talvolta la qualità delude.
4 ) Glorfindel: Ho letto che da giovane non amava i gialli e vero? Qual è stato il suo primo contatto con il Canone?
Enrico Solito: Preparavo l’esame di medicina legale al’ultimo anno di università: cadaveri, segni di ferite, armi da taglio e così via. Studiavo assieme ad un caro amico, che ora fa il gastroenterologo, che commentò sospirando: “Pare di leggere Sherlock Holmes”. Io scossi le spalle e pronunciai le mie ultime parole famose: non mi piacciono i gialli. Lui sbarrò gli occhi come se avessi bestemmiato in chiesa, e mi sussurrò che Holmes non era un “giallo” ma un racconto gotico che centrava un epoca e una ambientazione straordinaria; nebbia, ululati, pipe, violini e paludi. Il giorno dopo per curiosità andai a comprarmi l’edizione Mondadori, due stupendi volumi rilegati in blue giallo e mi misi a leggere…non ho più smesso.

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Lo sguardo che abbiamo proposto sulla letteratura fantastica italiana (dopo Giovanni De Matteo e Giulio Leoni) prosegue questa settimana con il grande Magister, Valerio Evangelisti in persona che ha risposto con una gentilezza estrema alle domande che gli abbiamo proposto con un lavoro di squadra io e Faramir, essendo anch’egli un ammiratore dello scrittore italiano vivente più popolare nel mondo. Tante le anticipazioni, da un prequel di Tortuga al grande ritorno di Nicolas Eymerich.
1 ) Glorfindel: Lei ha dichiarato che il fantastico, e in particolar modo la fantascienza, rappresenta il solo modo per descrivere adeguatamente, in chiave narrativa, il mondo attuale, ma ha più volte espresso il suo pessimismo nei confronti dell’attuale produzione letteraria Anglosassone, Americana e Italiana, non c’è nessuno che secondo lei si salva da tanto disimpegno sociale? Come vede la fantascienza nei prossimi anni?
Valerio Evangelisti: Esistono filoni locali della fantascienza tutti da esplorare, fuori degli Stati Uniti, dell’Inghilterra o anche dell’Europa occidentale. La sf latinoamericana, per esempio, ha una tradizione lunga (specie in Argentina) e offre autori interessanti. Idem per paesi dell’Europa dell’est come la Polonia, la Repubblica Ceca, la Russia. Sarebbe un errore, però, concentrarsi solo sulla narrativa. La fantascienza è per sua natura multiforme, si propaga in tutti i media. Certi telefilm americani (Lost, Battlestar Galactica) o inglesi (l’ultima stagione di Torchwood, intitolata Children of Earth) offrono abbondante materia di riflessione. Peccato che oggi di rado la sf letteraria si mostri alla stessa altezza, a parte eccezioni. Confido che si tratti di una mera questione di mercato, e che presto tornino gli equivalenti di ciò che furono, a suo tempo, i Dick, gli Sheckley, gli Asimov, gli Heinlein ecc. La nozione stessa di futuro attualmente è in crisi, e il presente pare immutabile. Credo, o sarebbe meglio dire spero, che sia una fase transitoria.
2 ) Glorfindel: Qual è la sua opinione rispetto la teoria della Singolarità?
Valerio Evangelisti: Se parliamo della singolarità tecnologica, un esempio lo abbiamo in tasca, ed è il cellulare. Ci ha cambiato la vita, non c’è dubbio. Prima ancora erano venuti i computer. E ancora prima… Ci sono salti nell’evoluzione legati alla tecnologia. Si tratta di vedere se la psiche si adatta. La mia risposta è: a volte sì, a volte no.

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Dopo la chiacchierata con Giovanni De Matteo prosegue il nostro viaggio tra gli autori italiani di genere fantastico con Giulio Leoni (Dante Alighieri e i delitti della Medusa, I delitti del mosaico, I delitti della luce, La crociata delle tenebre, La donna sulla luna, E trentuno con la morte) che estremamente gentile e paziente ha risposto ad un numero spropositato di miei domande, lo ringrazio ancora e auguro una gran fortuna alla sua ultima fatica letteraria “La regola delle ombre” Mondadori in uscita oggi.
1 ) Glorfindel: Da oggi 15 settembre è nelle librerie “La regola delle ombre” (Mondadori), il tuo nuovo romanzo, ambientato all’epoca dei Borgia.
Giulio Leoni: Sì, è un’indagine di Pico della Mirandola in quel mondo tenebroso di esoteristi, stregoni e cabalisti che ribolle nella Città eterna sotto l’apparente razionalità del nascente Rinascimento. Ma soprattutto è un’indagine sulla personalità sfuggente e sull’opera per molti aspetti misconosciuta del più grande genio del Quattrocento, Leon Battista Alberti. Che tutti conosciamo come massimo architetto, ma di cui invece forse sfuggono ancora gli interessi e i legami con il mondo delle ombre.
Noi siamo portati infatti a considerare il Rinascimento come un’età tutto sommato luminosa, al netto della violenza politica e della ferocia nei comportamenti individuali. E invece… esiste un risvolto occulto altrettanto formidabile, intessuto di antiche superstizioni e di magia. Pensa che appena pochi anni dopo il 1482, anno in cui è ambientata la Regola, verrà pubblicato il Malleus maleficarum, il manuale per i processi alle streghe che darà il via alla caccia alle manifestazioni demoniache per tutta Europa. E che è appena nato un certo Johann Faust, che diverrà celebre proprio per le sue oscure frequentazioni. Ecco, la Regola è proprio questo, un’indagine sui risvolti oscuri di un’epoca, prima ancora che su una catena di orrendi omicidi. Oscurità che penetra ovunque, anche nel più grande e famoso tempio della Cristianità, come scoprirà chi avrà la pazienza di leggerlo.
Ma la Regola è anche il lungo e amoroso inseguimento di una donna sfuggente e struggente: la bellissima Simonetta Vespucci, colei che era stata la più bella donna dei suoi tempi e che era morta giovanissima. Ma che adesso qualcuno sembra aver richiamato dalla tomba grazie a un rito magico il cui segreto si perde nella notte dei tempi. Pensa, tutto questo in un libro solo! C’è da riflettere, no?

2 ) Glorfindel: Si dice nel mondo degli appassionati che tu abbia scritto anche Fantasy, sotto lo pseudonimo di JP Rylan (Il trono della follia e Il santuario delle tenebre, Mondadori). Come mai l’uso di uno pseudonimo?
Giulio Leoni: Ah, curiosoni, e poi dicono che l’Italia sia la terra dei misteri! Non confermo niente, al massimo di avere una certa conoscenza di quell’autore. In realtà non c’è stato alcun motivo particolare, se non una questione di opportunità. Nell’anno della prima uscita venne pubblicato anche un mio giallo storico, I delitti della Luce, e l’editore ritenne che l’uscita contemporanea di un’opera radicalmente diversa avrebbe potuto generare confusione nei lettori. Per questo l’ho dovuto un po’abbandonare al suo destino. Poi però, come capita sempre con i figli non programmati, ho finito per affezionarmi al misterioso J.P. Rylan e l’ho tenuto in vita anche nelle puntate successive della saga.
Ti ringrazio però dell’occasione che mi dai per spendere qualche parola su questa impresa segreta, forse minore rispetto ai gialli storici, ma che per me è stato invece l’occasione per sperimentare un altro filone narrativo. Perché i Canti di Anharra (è questo il titolo generale della trilogia di cui hai riportato sopra i primi due capitoli) sono appunto un esperimento: non rispettano infatti i canoni tradizionali del genere, a parte la ripresa di alcuni temi dell’heroic fantasy alla Howard. Niente draghi parlanti, elfi o strane razze, pietre o pozioni magiche, se non quel minimo necessario a un racconto dilettevole. E nessun universo parallelo: per strano che possa sembrare, specialmente all’inizio, la storia si svolge sulla nostra terra. Questo ha forse disorientato qualche lettore, che immaginava qualcosa di diverso: in realtà quella di Anharra è una storia di archeologia fantastica, che comincia come un fantasy ma si concluderà come… beh, per questo bisognerà pazientare fino alla terza parte!
Comunque, al di là dei risultati, sono davvero contento che la riedizione del ciclo nella collana Epyx di Mondadori, per di più completata da alcuni passi che per vari motivi erano caduti nella prima edizione, mi consenta di portarla adesso a compimento.
3 ) Glorfindel: Fantascienza, Noir, Horror e Fantasy; pur possedendo enormi potenzialità in Italia la letteratura fantastica è spesso confinata nel territorio della sottocultura, come mai?
Giulio Leoni: È vero. E dire che noi eravamo partiti molto bene, come spesso sanno fare gli Italiani. È la solita storia, noi scopriamo l’America e gli altri ci fanno i soldi! Nel ‘500 il povero Ariosto scrive un poema in cui c’è già tutto il fantasy, la fantascienza e l’horror dei cinque secoli successivi: lo presenta al cardinale d’Este e che si sente dire? “Ma dove avete ritrovato tante corbellerie, messer Ludovico?”
Ci rimase tanto male che poi dopo di lui nessuno ha osato riprovarci. A parte gli scherzi, questa storia che il racconto fantastico non sarebbe altro che un mucchio di corbellerie è pesata come un macigno sulla cultura italiana. Adesso sarebbe troppo lungo spiegare perché, ma effettivamente nella tradizione “alta” della letteratura italiana si è radicata nel tempo una forte ostilità nei confronti del racconto fantastico, al massimo relegato alla letteratura per ragazzi. Discredito che per certi aspetti penalizza tuttora il riconoscimento critico di una forma del narrare che invece riscuote un crescente apprezzamento da parte dei lettori. Si tratta di avere pazienza: anche Omero scrisse narrativa di genere, in tempi in cui la letteratura “alta” era rivolta a indagare i segreti della natura e degli dei. In fondo basta aspettare due o tremila anni e le cose si aggiustano da sé.
4) Glorfindel: Compari insieme ad altri autori nella raccolta “Lovecraft il guardiano dei sogni”: sei un appassionato di fantascienza?
Giulio Leoni: Certamente, e da tantissimo tempo. La fantascienza anzi è stata la mia prima passione, prima ancora del giallo e del thriller. Per anni sono stato un lettore vorace, anche se non ho ancora avuto il tempo di scrivere quel romanzone che ho in mente da tempo. Ma prima o poi… nel frattempo ho scritto però diversi racconti, dispersi per antologie dedicate al genere. E sono in particolare un grande estimatore di Lovecraft, che ho scoperto sin dalle sue prime traduzioni italiane. A proposito, non ti sembra che Regola delle Ombre sia una bella traduzione di Necronomicon? E non è mica un caso!
5 ) Glorfindel: Il nome del blog è di derivazione Tolkieniana per cui mi è impossibile non porti questa domanda, hai mai letto il Signore degli Anelli?
Giulio Leoni: Sì, anche se devo confessare con un certo sforzo, specie nei suoi passaggi meno dinamici. So che questo farà inorridire tutti i bravi cultori del fantasy, ma che posso farci? Mentre ho molto apprezzato la trasposizione cinematografica.

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Giovanni De Matteo, gentile come pochi, ha entusiasticamente accettato di concedermi parte del suo tempo per discorrere di fantascienza e del futuro che ci si presenterà. De Matteo è un autore di fantascienza (Sezione π², Revenant - Storie di ritorni e di ritornanti), vincitore del Premio Urania nel 2006, attivo anche come blogger; conosciuto in rete con il nickname di X, è tra gli estensori del documento programmatico da cui si è evoluto il connettivismo.
Prima di iniziare, colgo l’occasione per ringraziarlo ancora per la sua disponibilità e cortesia.
1 ) Glorfindel: Vernon Vinge pone come data per l’avvento della Singolarità il 2030, è una data reale?
X: Nessuno può dirlo e credo che anche l’affermazione di Vinge contenga, al di là di un tentativo di estrapolazione “militante”, una componente non trascurabile di provocazione. Sulla questione sussistono pareri diversi, trattandosi di un’ipotesi che di scientifico ha la base piuttosto semplicistica di essere una proiezione realizzata a partire dai dati del nostro presente. Di sicuro, il progresso sta accelerando. Possiamo rendercene conto noi tutti. Se questo ci porterà o meno alla contrazione dell’orizzonte temporale delle nostre previsioni sul futuro fino al suo azzeramento (che è poi ciò in cui consiste la Singolarità nella sua formulazione più generale), e in maniera ancora più specifica all’insorgenza di una IA in grado di contribuire al processo di accelerazione (secondo la catena dei cosiddetti “ritorni accelerati” proposta dal controverso Ray Kurzweil sulla scorta delle considerazioni di Vinge), è impossibile sostenerlo con certezza. Possiamo avanzare delle ipotesi, questo sì. E farne materia per le nostre storie, approfittando del concetto per confrontarci con un’idea che ha soprattutto una forte carica suggestiva e una sua interessante valenza metaforica.
2 ) Glorfindel: La singolarità porterà ad un nuovo rapporto tra l’uomo e la natura che lo circonda?
X: Ecco, questo è uno degli aspetti più interessanti della faccenda. Di sicuro, è uno dei motivi per cui la Singolarità è diventata una tematica così tanto sfruttata dagli autori contemporanei. E sono convinto che possa essere anche uno dei punti di maggior fascino dal punto di vista del lettore. Nel corso della sua storia, l’uomo si è rapportato con l’ambiente in maniera impositiva, piegando la natura alle proprie esigenze. Ha continuato a farlo anche dopo le varie rivoluzioni industriali, crogiolandosi nella convinzione che l’impatto del suo operato potesse continuare a essere assorbito dal pianeta senza conseguenze. Oggi abbiamo la certezza della fragilità di queste supposizioni e l’avvento della Singolarità si trova a essere subordinato agli effetti del cambiamento climatico. Come metafora, la Singolarità ci costringe – in altre parole – a confrontarci con una questione decisiva: quanto a lungo potremo sostenere il ritmo attuale del progresso, prima che il collasso ecologico della Terra arrivi a spezzare la catena? Se nel nostro futuro ci sarà davvero una Singolarità, allora sarà auspicabile che si sia prima trovata una formula valida per la convivenza sostenibile della civiltà tecnologica con la natura. Altrimenti, il suo eventuale avvento rischierà di rivelarsi effimero e fallace, come è già successo per la maggior parte delle rivoluzioni che l’hanno preceduta. Se non peggio: non dimentichiamoci che stiamo parlando di sistemi estremamente complessi e, come insegna la teoria del caos, gli esiti potrebbero rivelarsi catastrofici.
3 ) Glorfindel: In Inghilterra, dove la sensibilità per la Fantascienza è molto alta, una miniserie TV come Torchwood Children of Earth ha toccato una media di sei milioni di spettatori sul primo canale della BBC. In Italia esiste un sottobosco di giovani editori che pubblicano fantascienza in varie forme (dai libri alle graphic novel) ma il cinema e le serie TV si ostinano a riproporre temi stanchi e logori. Come mai?
X: Bisognerebbe chiederlo ai diretti interessati: case di produzione, direttori di struttura, responsabili di palinsesto. Rispetto all’Italia, la cultura britannica è sicuramente più sensibile ai temi del fantastico e della fantascienza, priva della sindrome di superiorità che stigmatizza il nostro establishment culturale, se così vogliamo definirlo. Qui da noi, complice il retaggio crociano sulla superiorità universale della cultura umanistica, dogma moderno deleterio quanto pochi altri, la fantascienza non ha mai conosciuto una vera esplosione di popolarità, per quanto abbia attraversato una stagione decisamente felice a cavallo tra gli anni ’60 e ’70. A quell’epoca pionieristica e gloriosa forse è mancato un successivo, necessario ricambio generazionale. Lettori (e, in senso più generico possibile, fruitori) sono ormai assuefatti ai cliché propagandati dai detrattori, “indottrinati” per credere che i libri di fantascienza siano solo spazzatura con raggi laser e navi spaziali e i film nient’altro che un carrozzone di effetti speciali. Le serie TV inglesi e americane ci insegnano che non è così e, soprattutto, danno una lezione a 360° alla nostra TV, dimostrando di essere capaci di coniugare audience e qualità, laddove da noi una trasmissione non è nient’altro che il riempitivo tra due pause pubblicitarie.
4 ) Glorfindel: Sempre restando in tema, nei paesi Anglosassoni si è discusso molto su questa affermazione di Paolo Bacigalupi: “Mi sembra quasi che malgrado gli strumenti in possesso della fantascienza, strumenti che nessun genere può vantare, talvolta si assista come a uno spreco di potenzialità da parte nostra”. Pensi che la Fantascienza possa aiutare l’uomo a comprendere meglio il suo futuro?
X: Se ne è discusso anche in Italia, fidati (in sede di commenti al mio articolo che riportava la notizia per Fantascienza.com: http://www.fantascienza.com): il bello di un mondo globalizzato è che, trovando il tempo di farlo, si è sempre in condizione di azzerare le distanze. Per venire alla tua domanda, attraverso la sua attitudine al cambiamento, all’esplorazione dello spettro delle possibilità, la fantascienza si ritrova a disporre degli strumenti più adeguati per analizzare tempi paradossali come quelli che ci troviamo ad attraversare: estremamente veloci per quel che concerne il fronte tecnologico e l’avanzamento scientifico, terribilmente lacunosi invece per quanto attiene alla sfera dei diritti civili, del progresso sociale, della tutela ambientale e della consapevolezza etica.
Viviamo in un mondo complesso, che cambia di più ogni giorno che passa, e quasi mai riusciamo a riscontrare una concordanza di direzione tra le due traiettorie. I generi nel loro complesso (dalla crime fiction alla science fiction), e la fantascienza in particolare, sono nelle condizioni ambientali più adatte per esercitare le loro prerogative e consolidare con orgoglio una posizione di avanguardia che li contraddistingue rispetto all’odierno panorama culturale.
La fantascienza, poi, è tenacemente filtrata nel nostro immaginario collettivo, grazie a linguaggi popolari come cinema, TV, anime, fumetti e videogiochi. Con questi presupposti, dipende solo da editori e autori conservare la lucidità e lo slancio necessari per parlare al pubblico di una cosa complessa come il presente, attraverso una metafora potente come il futuro.

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