Paolo Marzola blog

Archive for the ‘Libri’ Category

Astronavi sulla preistoria

9788842532149g.jpgspazio2.jpg Astronavi sulla preistoria di Peter Kolosimo, Mursia.
Nel post precedente scrivevo di alieni ed eccomi ritornare sull’argomento con un libro che ho ri-letto quest’estate, si tratta di una vera chicca scritta dal grandissimo Peter Kolosimo e fu scritto nel 1972.
Scrittore controverso e inquieto, tra gli italiani più famosi all’estero, un personaggio tanto affascinante, in quanto Kolosimo studiava il “MISTERO” e ha contribuito a creare quella che viene chiamata “fantarcheologia”.
Lo scrittore trascorre gli anni della sua vita bolzanina (era nato a modena) a scrivere libri e confrontare documenti di prima mano provenienti dalle biblioteche di mezza Europa, per dimostrare che il denominatore comune delle antiche civiltà misteriose conducevano ad Atlantide, l´isola dell´Antartide inabissatasi per un cataclisma 12 mila anni fa e minuziosamente descritta da Platone. Il continente oltre le Colonne d´Ercole cancellato dal primo diluvio universale che non era abitato da terrestri. Il percorso scientifico di Kolosimo sulle tracce lasciate dalle entità atterrate dallo spazio sulla terra degli Aztechi e dei Maya dell´America centrale, nell´Egitto predinastico e in altre civiltà come quelle leggendarie di Mu e Lemuria.

Peter Kolosimo era un sognatore, un ricercatore dotato di una enorme capacità di raccontare, egli esponeva la tesi e i suoi libri si concludevano sempre con un punto interrogativo.

Piccolo aneddoto su Peter Kolosimo che mi ha coinvolto in prima persona.
A metà circa degli anni novanta scrissi a fantascienza.com chiedendo se potessero dedicare uno speciale a Peter Kolosimo in quanto sognatore della fantascienza unita all’archeologia, considerando che i sui libri li ho sempre letti come si legge un affascinante romanzo.
Qualche giorno dopo mi risponde credo Silvio Sosio in persona che in maniera alquanto seccata mi scrive che “loro” in quanto fantascienza.com seguono solo la fantascienza “seria” non le buffonate alla Kolosimo.

Ci rimango piuttosto male ma nel corso degli anni, nel 2002, fantascienza.com fa uscire un bellissimo speciale dal titolo di  PK: Peter Kolosimo, sognatore patafisico a firma di Massimo Pietroselli, autore che seguiamo con particolare cura e che abbiamo intevistato l’anno scorso. Finalmente penso io anche i puristi della fantascienza hanno dovuto riconoscere il suo valore.

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  • 978-88-518-0041-3.jpgspazio2.jpg A inizio ferie mi è stato regalato un’interessante e affascinante libro,

    Se l’universo brulica di alieni…dove sono tutti quanti?
    Cinquanta soluzioni al paradosso di Fermi e al problema della vita extraterrestre

    Un’affascinante guida al crescente dibattito scientifico sull’esistenza della vita extraterrestre. Il lettore riceverà un’istruzione di base in molti campi della scienza, tra cui astronomia, biologia, chimica, geologia, meteorologia e perfino psicologia. Webb è chiaro, divertente e imparziale nei confronti di ciascuna delle cinquanta opinioni.

    Se ci sono quattrocento milioni di stelle solo nella Via Lattea, e forse quattrocento milioni di galassie nell’Universo, è ragionevole che là fuori, in un cosmo che ha quattordici miliardi di anni, esista – o sia esistita – una civiltà avanzata almeno quanto la nostra: è l’enormità dei numeri a pretendere che sia così. Ma allora perché gli extraterrestri non ci hanno lasciato tracce, messaggi, artefatti? Se le dimensioni e l’età dell’Universo sostengono con forza l’esistenza di popolazioni aliene, perché non ne abbiamo testimonianza? Dal giorno del 1950 in cui, parlando con i colleghi alla mensa di Los Alamos, un serissimo Enrico Fermi domandò: «Dove sono tutti quanti?», questo paradosso porta il suo nome.

    Negli anni, schiere di scienziati di primo piano, ma anche filosofi, storici e autori di fantascienza, si sono cimentati con il paradosso di Fermi: qualcuno sostiene che gli alieni siano – non riconosciuti – già in mezzo a noi, altri affermano che semplicemente le civiltà extraterrestri non ci abbiano ancora comunicato la loro presenza, e come si può immaginare non mancano gli scettici.

    Stephen Webb, fisico teorico e appassionato collezionista delle soluzioni del paradosso di Fermi, presenta le più belle in questo libro, dandone un resoconto rigoroso, comprensibile e divertente: un potente e inconsueto esercizio intellettuale per gli amanti della scienza e del pensiero speculativo.

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  • L’ombra del vento

    ombra_vento.jpgspazio2.jpg L’ombra del vento, Mondandori, è stato il mio libro dell’estate, in ritardo rispetto alla sua uscita perchè volutamente rifuggo i bestsellers e devo dire che l’ho trovato eccezionale, un gran libro che rimane nel cuore, un libro per chi ama i libri, adesso sto leggendo Il gioco dell’angelo sempre di Carlos Ruiz Zafón ma è un poco noioso rispetto al primo.

    Al Cimitero dei Libri Dimenticati
    “Questo luogo è un mistero, Daniel, un santuario. Ogni libro, ogni volume che vedi possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie ad esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza. Molti anni fa, quando mio padre mi portò qui per la prima volta, questo luogo era già vecchio, quasi come la città. Nessuno sa con certezza da quanto tempo esista o chi l’abbia creato. Ti posso solo ripetere quello che mi disse mio padre: quando una biblioteca scompare, quando una libreria chiude i battenti, quando un libro si perde nell’oblio noi, custodi di questo luogo, facciamo in modo che arrivi qui. E qui i libri che più nessuno ricorda, i libri perduti nel tempo, vivono per sempre, in attesa del giorno in cui potranno tornare nelle mani di un nuovo lettore, di un nuovo spirito. Noi li vendiamo e li compriamo, ma in realtà i libri non ci appartengono mai. Ognuno di questi libri è stato il miglior amico di qualcuno. Adesso hanno soltanto noi, Daniel. Pensi di poter mantenere il segreto?”

    Di seguito allego anche un’interessante intervista all’autore uscita su il giornale oggi.

    di Enrico Groppali

    Conoscendo l’eccentrica planimetria degli edifici di cui costella le sue pagine col puntiglio e la severità di un cartografo, mi aspettavo che Carlos Ruiz Zafón, in quella Los Angeles che ha eletto a sede permanente, fosse andato alla ricerca di un luogo insolito, per non dire maledetto. Non vi so dire quindi il mio stupore quando, con un sorriso fanciullesco sulle labbra, mi ha fatto strada in un superattico che sovrasta il Sunset Boulevard.

    (more…)

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  • lostmoderno.jpgspazio2.jpgLost moderno Lettura di una serie televisiva di Giuseppe Grossi, Ed Pagina.

    Dopo il bel libro di Roberto manzocco, Pensare Lost. L’enigma della vita e i segreti dell’isola e quello di Simone Regazzoni, La filosofia di Lost ecco un nuovo libro trattare della nostra isola preferita.
    L’Isola di Lost è il luogo del mistero e del dubbio, ma diventa anche una metafora autoreferenziale della serie nel panorama televisivo: unica, irraggiungibile, isolata. Così il pubblico diventa suo arcipelago, costretto a perdersi tra le trame di una storia di smarrimento. Gli spettatori si sentono tutti parte di una storia di naufraghi che, che tra mito e scienza, ha creato personaggi e racconti totalmente accostabili al pensiero postmoderno. Laddove per postmoderno si intende un modo nuovo di guardare la realtà; più complesso, mai razionale, sempre scettico e pronto ad essere messo in discussione. Ecco perché il “Lostmoderno” non può fornire risposte, ma interrogare la serie scoprendone i retroscena socio-antropologici. Concetti come luogo, politica, gioco ed onomastica sono tutti funzionali a rafforzare l’instabilità di un testo postmoderno. Tra i tanti quesiti della serie emerge la possibilità di una sola risposta: come e perché Lost sia diventata la serie che ha cambiato per sempre la narrazione televisiva.

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  • Z La città perduta

    2clj2ujm5djf0-xz3sovjtuhu-image.jpg

    Z la città perduta, di David Grann, Corbaccio.
    Percy Harrison Fawcett é il maggior paradigma dell´esploratore-avventuriero del XX secolo. Le sue spedizioni, le sue fotografie e filmati, il suo diario di viaggio e la sua stessa figura, ispirarono scrittori come Conan Doyle (per il prof. Challenger di Mondo perduto) e registi come Steven Spielberg.
    Antico lottatore dell´India, instancabile esploratore dei confini boliviani e brasiliani, esperto nell´attraversare foreste, montagne e paludi… in piú fondatore della Royal Geographical Society di Londra.

    Percy Harrison Fawcett è la versione british di Indiana Jones: altrettanto spericolato ma baffuto e con l’elmetto. All’inizio del novecento, questa ex spia per conto del governo di Sua Maestà si trasforma in un eccezionale esploratore e compie una serie di incredibili spedizioni nel cuore dell’Amazzonia, ossessionato dalla ricerca dei resti di una civiltà sconosciuta, per secoli identificata con il mitico El Dorado. Si imbatte in tribù armate di frecce avvelenate, combatte contro coccodrilli, giaguari, piraña, anaconda e insetti mortali. Nel 1925, durante l’ultima missione, scompare. Letteralmente. Nessuno saprà cosa ne è stato di lui.
    Molte spedizioni si sono susseguite, invano, alla ricerca dei suoi resti. Nessuna però è stata raccontata come questa di David Grann, giornalista pantofolaio, che decide di partire per l’Amazzonia per ripercorrere le tracce dell’ultimo, grande, esploratore vittoriano. E che dalla sua avventura ha tirato fuori un libro, come scrive il New York Times, “entusiasmante come un thriller e vero come un reportage”, che negli Stati Uniti ha venduto mezzo milione di copie.

    c-z-la-citta-perduta3361_img.jpg “Estrassi la mappa dalla tasca posteriore. Era umida e spiegazzata. Le linee tracciate, quelle del mio percorso, ormai sbiadite. Analizzai le note che vi avevo aggiunto, sperando che mi conducessero fuori dall’Amazzonia, evitando di penetrare ancor più in profondità. La lettera, la Z, era lì, ancora visibile al centro. Ora mi appariva più un ghigno beffardo che un simbolo, nient’altro che un’ulteriore prova della mia follia…


    La riposi in tasca e cominciai a marciare cercando disperatamente una via d’uscita con tanta foga che i rami mi si spezzavano sul viso. Poi, vidi qualcosa muoversi tra gli alberi: «Chi c’è?» gridai.
    Nessuna risposta. Scorsi una figura sgusciare tra i rami, poi un’altra. Erano sempre più vicine, e per la prima volta mi venne da chiedermi: Ma che diavolo ci faccio qui?”

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  • film_bianco_168.jpg

    sincronicita.jpgspazio2.jpgE’ il secondo libro di Jung, dopo Gli archetipi dell’inconscio collettivo che leggo, era già da un poco che La sincronicità, di C. G. Jung, Bollati Boringhieri ed. mi attirava, questo libretto di sole 120 ma pieno di suggestioni.
    A volte capitano stranissime coincidenze difficilmente spiegabili come pure casualità.
    Per esempio pensiamo a una persona che non sentiamo e vediamo da anni, e improvvisamente quella persona ci telefona.
    Oppure sogniamo una situazione inconsueta, e il giorno successivo ci troviamo a viverla. Questa connessione apparentemente “magica” di eventi fisici e psichici, che avvengono nello stesso tempo senza che vi sia una relazione causa-effetto. Questo fenomeno viene battezzato 1950 da Jung “sincronicità”.

    A differenza della causalità, la sincronicità si dimostra un fenomeno connesso principalmente con processi che si svolgono nell’inconscio. Alla psiche inconscia spazio e tempo sembrano relativi, ossia la conoscenza si trova in un continuum spaziotemporale in cui lo spazio non è più lo spazio e il tempo non è più il tempo. Se quindi l’inconscio sviluppa e mantiene un certo potenziale alla coscienza, nasce la possibilità di percepire e “conoscere” eventi paralleli e legati tra loro.
    Ogni sostanza semplice ha rapporti che esprimono tutte le altre. essa è perciò uno specchio vivente e perpetuo dell’universo. La sincronicità non è più enigmatica o misteriosa di quanto lo siano le discontinuità in fisica.

    Negli anni il contenuto di questo testo è stato deformato dalla new age, da esoteristi da quattro soldi maghi e ciarlatani, l’intento di Jung era altro, e per questo vi suggerisco due opere creative, un disco e tre film (ma che sono parte di un unico progetto) che sono il riflesso di un’attenta e non deformante lettura, la sincronicità rimane un mistero che solo Dio ci potrebbe svelare, fato, caso necessità e destino giocano la loro partita.
    images-1.jpg

    spazio2.jpgSyncronicity, dei Police; album che balza al numero uno della classifica inglese e scala anche quella americana nel 1983, dove rimane per 17 settimane. Per Syncronicity, Sting s’ispira ad alcuni concetti trattati negli studi del filosofo/psicologo Jung e specialmente al concetto di “sincronicità”. Sul piano delle sonorità c’è un ritorno alle strutture semplici dei loro primi lavori: scarse sovraincisioni e suono che cambia secondo l’intensità suggerita del testo.
    “Every breath you take”, il primo singolo dell’album, diventa uno dei maggiori successi di sempre negli Stati Uniti e in Inghilterra rimane quattro settimane al vertice della classifica. “King of pain” e “Wrapped around your finger” saranno i nuovi singoli che condurranno Syncronicity al disco di platino.

    ueyqzknxqtrd.jpgspazio2.jpgLa Trilogia dei colori è composta da tre film realizzati tra il 1993 e il 1994 dal regista polacco Krzysztof Kieślowski, Tre colori: Film Blu, Tre colori: Film Bianco e Tre colori: Film Rosso. I tre film, sceneggiati tutti dallo stesso regista e da Krzysztof Piesiewicz, sono concepiti per una visione indipendente l’uno dall’altro ma visti nel loro insieme mostrano numerose connessioni tra loro, o meglio, sono elementi di un’opera pensata nel suo complesso dove ogni utopia va letta in rapporto con le altre. Giacché, sembra dirci il regista, il Fato e la Necessità, il Caso e il Destino, hanno molto a che fare l’uno con l’altro. E se ad essersi salvati sono solo i protagonisti della trilogia, è un caso, ma anche un segno del destino: le loro storie hanno meritato di essere raccontate, dirà il regista in una intervista, proprio perché essi, appunto, si sono salvati, a differenza di altri.

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  • Giovanni De Matteo e Dario Tonani

    doomsday_car_stunt1.jpg

    Due novità per l’estate che vi consiglio assolutamente di leggere da parte due paladini della fantascienza italiana, il primo E-book di Giovanni De Matteo e un racconto di Dario Tonani sul numero 60 di ROBOT.

    codice-dematteo_it_t.pngspazio2.jpgCodice Arrowhead di Giovanni De Matteo
    Istinto. Sesto senso. Non era raro sentirli citati nelle bettole sgangherate che si assiepavano appena fuori gli svincoli della Highway 1 e lungo il tracciato della Route 90, specie da parte di quelli che volevano farsi passare per veterani. Alcuni di loro erano reduci dall’Anomalia in Bassitalia venuti qui in cerca di fortuna, certi di poter sopravvivere anche a questa nuova Zona.

    A Malin non piaceva ascoltare le loro storie. Aveva dovuto sorbirne parecchie, nella fase dei preparativi per la discesa, sebbene per indole fosse portata ad apprezzare i segni meglio delle parole. E la Città Vecchia era un trionfo di simbologia cangiante, in perenne evoluzione. Non capiva perché avrebbe dovuto affidarsi a storie di seconda e terza mano di dubbia attendibilità quando poteva avere la percezione diretta del fenomeno.

    robot_60_z.jpgspazio2.jpgLe polverose conchiglie del mattino (su ROBOT 60) di Dario Tonani
    Futuro prossimo, hinterland industriale di una città come tante: un vecchio catorcio a quattro ruote percorre a passo d’uomo la rampa in discesa di una sopraelevata. Qualcuno attende acquattato nell’ombra.

    L’agguato è stato praparato nei minimi dettagli, presto la vettura sarà bersagliata da un diluvio di pietre, l’autista estratto dalle lamiere e arrostito a fuoco lento sulle gomme della sua macchina…

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  •  via-francigena-canterbury-r.jpg
    Chi legge questo mio blog sa già che la Via Francigena è una mia antica passione, la Via Francigena, detta talvolta Franchigena, è il percorso di un pellegrinaggio che da Canterbury portava a Roma e costituiva una delle più importanti vie di comunicazione europee in epoca medioevale.
    Si sviluppa su di un percorso di 1.600 chilometri che parte da Canterbury, e arriva a Dover per attraversare la Manica; da Calais, passando per Reims, Besançon e Losanna si arriva alle Alpi che vengono passate al colle del   Gran San Bernardo. Dalla Valle d’Aosta si scende a   Vercelli, Pavia e si attraversano gli Appennini tra le province di Piacenza e Parma. Da Pontremoli si prosegue per Lucca, San Gimignano, Poggibonsi, Siena,Viterbo per terminare a Roma.

    (more…)

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