Paolo Marzola blog

Archive for the ‘Libri’ Category

Thriller per un estate da brivido

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Di solito, nel periodo vacanziero la lettura del genere thriller va per la maggiore (mentre per il sottoscritto ogni momento è buono per buttarsi a capofitto in questo genere che adoro), per cui vi consiglio quattro libri di assoluto valore di due autori che sono diventati ormai un punto di riferimento per il loro acume, cultura e capacità di affascinare regalando brividi ed emozioni.
Sotto lo pseudonimo di Fred Vargas si nasconde rédérique Audouin-Rouzeau. L’autrice ha deciso di adottarlo in omaggio alla sorella gemella Jo, una pittrice che nelle sue opere si firma appunto Vargas (Vargas è il cognome del personaggio interpretato da Ava Gardner nel film La contessa scalza). È ricercatrice di archeozoologia presso il Centro nazionale francese per le ricerche scientifiche (CNRS), ed è specializzata in medievalistica.
I suoi romanzi sono senz’altro atipici nel panorama “giallo” francese poiché l’azione si svolge essenzialmente in Francia (principalmente a Parigi). Dalle sue opere sono stati tratti alcuni film per la televisione.
Michael D. O’Brien è nato in Canada ad Ottawa nel 1948, è uno scrittore e pittore autodidatta con molte mostre personali al suo attivo che hanno tutte avuto un ottimo successo. I due romanzi fanno parte della serie Children of the Last Days, serie prevista in sei parti e sono diventati dei best-seller in tutto il mondo.
Ecco un passo tratto da Il nemico: “Vide un uomo di mezza età seduto a un tavolo: L’uomo teneva lo sguardo abbassato e leggeva. Era vestito interamente di nero come un prete. Aveva un aspetto asciutto e ascetico, ma in un modo freddo e strano. Gli occhi erano intelligenti, persino attenti. Elia non sapeva dire se il visitatore fosse corrotto. Sapeva solo che era malvagio. Ma il male era di una qualità nuova per Elia”. Buona lettura.
vargas_boschi_200.jpg Di Fred Vargas, Nei boschi eterni, Einaudi.
Il fantasma di una monaca del Settecento che sgozzava le sue vittime non fa paura al commissario Adamsberg, ma tutto il resto sí. Da un momento all’altro sprofonda in un mondo che sembra tornato al Medioevo, dove si straziano i cervi dei boschi normanni, si profanano cadaveri di vergini per estrarne misteriose sostanze, e le pozioni magiche assicurano la vita eterna, a costo di orrendi delitti. Una scrittura asciutta e tersa come un cristallo; un intreccio diabolicamente perfetto; una Francia esoterica, di oscure, vivissime credenze.
copj13asp.jpeg Di Fred Vargas, Chi è morto alzi la mano, Einaudi.
È possibile che un enorme albero compaia dal nulla in una sola notte? E se, dopo qualche giorno, sparisce la proprietaria del terreno in cui è spuntato il faggio clandestino? Per risolvere il mistero non basta un solo detective: ce ne vogliono quattro, gli stessi improbabili investigatori di Io sono il tenebroso. Un libro eccezionale, fino all’ultima riga ti lascia col fiato sospeso, pensi di aver risolto il mistero, poi qualcosa ti convince che sbagli. I personaggi sono simpaticissimi, le battute e i dialoghi intelligenti ed ironici. Imperdibile.
82l27.jpg Di Michael D. O’Brien, Il nemico, San Paolo Edizioni.
Infiltrarsi nella setta segreta del Presidente dell’Europa e provocare la sua conversione per evitare che diventi l’Anticristo. È questo l’obiettivo impossibile di padre Elia, un frate carmelitano in missione segreta per il Vaticano, ebreo convertito, sopravvissuto ai campi di concentramento nazista, già potente uomo politico del governo israeliano e da vent’anni nascosto in una clausura volontaria nel monastero del Monte di Elia. Il Papa in persona e il Cardinale segretario di Stato lo richiamano fuori dall’oscurità per affidargli un compito urgente e cruciale per la salvezza della cristianità intera, afflitta dalla paura e dallo smarrimento dei suoi uomini migliori.
copj13.jpg Di Michael D. O’Brien, Il libraio, San Paolo Edizioni.
Varsavia, 1942. Un giovane ebreo fugge dal ghetto, inseguito dai tedeschi. A salvarlo da morte sicura è un anonimo libraio, solitario ed ombroso, che gli offre riparo nella sua casa e bottega. Entrambi gli uomini sono destinati ad alti incarichi nel piano salvifico di Dio: il fanciullo diverrà il monaco sapiente e fedele che sfiderà il Nemico; l’anziano sarà chiamato al sacrificio per proteggere la vita del giovane eletto. Prologo de “Il Nemico”, il romanzo racconta come è possibile opporre all’attacco del Male un unico ma inesorabile gesto di amore, tale da riscattare una vita di dolore e ignavia e da far fiorire la speranza nel mondo.
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  • Quel Cristiano di Guareschi

    xugxgrghylpo-m.jpg E’ uscito in edicola ieri insieme al giornale Libero di Vittorio Feltri il libro scritto da Paolo Gulisano per ricordare nell’anno del centenario l’enorme figura letteraria di Giovanni Guareschi, Quel Cristiano di Guareschi.
    Libro che è edito anche da Ancora Edizioni, per cui se non lo trovate in edicola potete sempre richiederlo in libreria.
    Il volume di Paolo Gulisano (prefazione di Michele Brambilla) analizza uno degli aspetti più noti, ma allo stesso tempo forse meno approfonditi dell’opera guareschiana: la fede cristiana. Un “autore cristiano” che è, soprattutto, abbandono alla Provvidenza, ma anche ascolto della propria coscienza, come scrive lo stesso Giovannino nella prefazione al primo volume di “Mondo piccolo”:
    «Adesso c’è il fatto che in queste storie parla spesso il Cristo Crocifisso. Perché i personaggi principali sono tre: il prete don Camillo, il comunista Peppone e il Cristo Crocifisso. Ebbene, qui occorre spiegarsi: se i preti si sentono offesi per via di don Camillo, padronissimi di rompermi un candelotto in testa; se i comunisti si sentono offesi per via di Peppone, padronissimi di rompermi una stanga sulla schiena. Ma se qualcun altro si sente offeso per via dei discorsi del Cristo, niente da fare; perché chi parla nelle mie storie, non è il Cristo, ma il mio Cristo: cioè la voce della mia coscienza. Roba mia personale, affari interni miei. Quindi: ognuno per sé e Dio per tutti».
    In quest’ultima frase c’è davvero tutto il “cristianesimo guareschiano”, la difesa ad oltranza della libertà e delle proprie convinzioni, assieme all’accettazione della volontà di Dio, nella certezza che solo così si può essere e soprattutto restare, dalla parte del giusto. E nel chiamare Cristo “il mio Cristo” Giovannino esprime l’essenza stessa della sua filosofia di vita: se si è in regola con le leggi di Dio, si è per forza in regola anche con le leggi degli uomini.
    Nel libro inoltre vengono citati, per introdurre aspetti della vita di Guareschi, Dante Alighieri, Dickens, Chesterton e Tolkien (essendo Gulisano il più grande esperto di Tolkien in Italia riferimenti al nostro amato professore non mancano mai)
    “Giovannino scoprì un altra gioia straordinaria: la paternità. Il matrimonio lo rese presto felicemente genitore, e non potè fare a meno di raccontare le meraviglie di quel piccolo arnese urlante di nome Alberto. Due creature del buon Dio, un uomo e una donna si prendono a braccetto, decidono di camminare insieme, ed ecco che dopo un pò si ritrovano in tre. In tre si è in compagnia scrive JRR Tolkien e la famiglia Guareschi ne era la conferma.
    Nel delineare il carattere di Guareschi, Gulisano cita ancora una volta il sommo poeta Dante e Chesterton: “Trattato IV del Convivio Dico ch’ogni vertù principalmente. vien da una radice: vertute, dico, che fa l’uom felice.
    L’umorismo è una virtù se è l’arte di rendere felice il prossimo. Essere cristiani significa ricercare, perseguire e mettere in pratica le virtù, in particolare quelle che la Chiesa chiama <Cardinali>: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza. Ciò finisce per svelare quello che il grande umorista Gilbert K. Chesterton definiva lo straordinario segreto del Cristiano: La gioia.
    Una gioia nè infantile nè irresponsabile, ma profondamente consapevole. Ciò che in realtà è grottesco è il fatto che, nel nostro tempo, vi sia la pretesa di vivere e di comportarsi etsi Deus non daretur, come se Dio non esistesse. Guareschi svelò, nei suoi racconti, questa pretesa assurda, e la demolì con una risata”.
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    Sacra di San Michele - Cartello - Val d’Orcia - San Gimignano
    Tenendo fede alla segnalazione, in questo periodo di vacanze, di letteratura di viaggio, oggi sono protagonisti due libri molto interessanti e pieni zeppi di curiosità. Inoltre sono in un certo qual modo collegati tra loro, questi due volumetti.
    Il sommo poeta Dante Alighieri infatti intorno al 1310 si recò in terra di Francia, a Parigi, per studio e anche lui percorse questa famosa strada di comunicazione che partendo da Canterbury conduceva fino a Roma e viceversa.
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    717leggendefrancigena.JPG Storie, misteri e leggende lungo la via Francigena, di Francesca Allegri, Editrice le Lettere.
    Una originale guida alla via Francigena scritta da Francesca Allegri, illustrata dagli acquarelli di Massimo Tosi. Streghe, demoni, santi, poveri pastorelli e pellegrini: ecco i protagonisti di queste 171 leggende, che hanno per sfondo le più belle e conosciute località che si affacciano sulla via Francigena, una strada che ha costituito fin dai secoli più lontani dell’Alto Medioevo la via di comunicazione più importante per i pellegrini che dai paesi transalpini giungevano in Italia a visitare i luoghi santi e si dirigevano soprattutto a Roma, centro della cristianità.
    copj13asp.jpg Il viaggio dantesco. Viaggiatori dell’Ottocento sulle orme di Dante, di Raffaella Cavalieri, Robin Edizioni.
    Raffaella Cavalieri analizza l’esperienza di viaggio di alcuni scrittori europei che, tra la prima metà dell’800 e i primi anni del ’900, utilizzarono la Divina Commedia e la vita errante di Dante come punto di partenza per creare itinerari alternativi alla classiche rotte del Grand Tour italiano. Il testo offre un approccio inedito alle dinamiche e alle motivazioni del viaggio letterario in Italia di quegli anni e si va a collocare in un settore dell’odeporica ancora oggi poco conosciuto e studiato: quello del viaggio in Italia sulle orme di Dante.
     
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    Les carnets di Delacroix
    Il mio Moleskine, niente di più semplice: fogli di carta color avorio, un segnalibro di stoffa, una copertina cartonata nera e un elastico a racchiudere il tutto.
    Niente di più leggendario: il Moleskine (dal nome della tela cerata che lo rilega), il celebre taccuino che è passato per le mani di tanti artisti e scrittori, da Chatwin, Luis Sepúlveda, Pablo Picasso, Delacroix a Oscar Wilde e Ernest Hemingway. Lo scrittore americano diceva: “Alla Closerie des Lilas mi sedevo a un tavolino d’angolo, ordinavo un café crème e passavo lunghi pomeriggi a scrivere sul mio taccuino”.
    Duex jours a paris di Simonetta Capecchi

    Nato in piccole manifatture francesi (nel 1986 è scomparso l’ultimo produttore, un’azienda familiare di Tours) il Moleskine è risorto dal 1998 grazie a un editore milanese. Contenitore di schizzi famosi, di appunti ed emozioni che sarebbero diventati romanzi. Come i tre che vi segnalo di seguito:

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    Chatwin diceva: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da compiere a piedi”.
    E allora durante le vacanze (per me ancora lontane) è bello leggere letteratura di viaggio, il viaggio come metafora della vita e ricerca.
    Il primo a raccontare minuziosamente un viaggio fu Marco Polo, ma in seguito famosi furono “Viaggio in Italia” di Goethe oppure Verne in “Viaggio a ritroso in Inghilterra e Scozia“, il già citato Bruce Chatwin con “In Patagonia“, Jack Kerouac con “Sulla strada“, Piovene con “Viaggio in Italia“.
    Io ve ne segnalo tre, contemporanei, intensi, poetici, spirituali, uno più bello dell’altro.
    copj132.jpg I diari di Rubha Hunish di Davide sapienza, Baldini Castoldi Delai.
    È un libro di viaggio sui generis, a metà strada tra la riflessione intima e la vocazione poetica. Sapienza vede l’essenziale dei luoghi che visita, dall’Islanda alla Cordillera Blanca, dalle isole Ebridi ai fiordi della Norvegia. Da ogni luogo ricava l’emozioni che solo la natura gli sa dare pienamente, in linea con i suoi grandi maestri - da Melville a London, a Thoreau - e cioè quelle di un rapporto ancora intatto tra immaginazione e territorio o, in altre parole, tra il paesaggio e il modo di recepirlo. Questo libro è frutto di anni di viaggi, esplorazioni e avventure.
    88-07-81604-0.jpg Il grande Boh! di Lorenzo Cherubini, Feltrinelli
    Un Jovanotti che non ti aspetti, profondo e spirituale: “La mia è sempre più la lingua dei viaggiatori e chi decide di ascoltarmi deve sapere che io sono uno che racconta mondi che ha visto e mondi che vuole vedere, e che non conosco a fondo la lingua del posto, la lingua degli stanziali, strimpello strumenti e parlo male diverse lingue e di volta in volta ho bisogno di musicisti e di interpreti per metter su le tende nel luogo e restare finché non mi riprende il senso di irrequietezza che mi porta a fare di nuovo i bagagli e partire.” Indimenticabile la traversata della Patagonia in bicicletta, esperienza unica che affianca desolazione e mistero, sgomento e bellezza.
    copj13.jpg La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz, Feltrinelli
    Rumiz viaggia in bicicletta, o a bordo della mitica Fiat Topolino 500, quella della canzone di Paolo Conte, incontra storie, personaggi e identità sperdute tra le pieghe dello Stivale, si sofferma su aspetti nascosti che sfuggono agli occhi del turismo di massa, ma anche di quello più elitario. Eremi, santuari, fonti, boschi millenari: un viaggio antropologico variegato che attraversa le vallate subalpine, i passi appenninici, coglie la bellezza dei laghi lombardi e dei colli toscani, si trattiene all’interno di necropoli antiche e si scioglie al sole accecante delle spiagge levantine.
    La narrazione è intrisa di considerazioni su usi e costumi dell’italica gens, è ricca di incontri umani toccanti, con figure affascinanti di pastori e viandanti, con guide alpine e montanari saggi e isolati, con scrittori come Mario Rigoni Stern, con l’alpinista Walter Bonatti, anche con i cantautori “in cerca di radici” Francesco Guccini e Vinicio Capossela.
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    E’ già da qualche giorno che vorrei spendere due parole per commentare il no delle verde Irlanda (e non è un caso tutto ciò) al Trattato di Lisbona. E per farlo vorrei usare le parole scritte da Hilaire Belloc, giornalista, saggista, storico, apologeta cristiano ma anche politico:

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    “Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore. In questi racconti scrivo di luoghi paesani, di ambienti naturali ancora vivibili, di quei meravigliosi insetti sociali che sono le api, ma anche di lavori antichi che lentamente ed inesorabilmente stanno scomparendo”.
    da Uomini, boschi e api, Einaudi
    Ieri sera ad Asiago si è spento Mario Rigoni Stern, il funerale è stato celebrato nella chiesetta del cimitero di Asiago, indimenticabili le sue opere sulla seconda guerra mondiale che lo hanno reso uno dei pionieri del “neorealismo” del dopoguerra. La sua opera più famosa è certamente “Il sergente nella neve” (1953) sulla ritirata di Russia dell’Armir, ma sono da ricordare anche “Il bosco degli Urogalli” e “Sentieri sotto la neve”.
    Rappresentava quei valori della montagna che purtroppo noi gente di città non possiamo più trovare o ricordare, la solitaria vita di altura e la fatica di sopravvivere, quei valori che ho imparato ad apprezzare e conoscere leggendo i libri di Rigoni Stern e di Mauro Corona (Mauro Corona lo scrittore, l’alpinista, lo scultore… il poeta di cui consiglio per iniziare Le voci del bosco, Edizioni Biblioteca dell’Immagine).
    “La natura pareva ferma ma, prestando attenzione, tutto si muoveva, si faceva notare, brulicava, occhieggiava, sussurrava. Non si è mai soli di notte sulla montagna. Soprattutto d’estate. Centinaia di occhi spiano, voci chiamano, personaggi misteriosi si fanno vicini. Sono amici invisibili ma fedeli e presenti. Nella stagione fredda, quando la neve copre i boschi, le montagne dormono e il silenzio dell’inverno regna pacifico, tutto questo viene meno, ma altre voci segrete e magiche sostituiscono quelle dell’estate”. Cani, camosci, cuculi (e un corvo) di Mauro Corona, Mondandori.
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    Padre Jan Boyd e il Direttore di Fede e Cultura, Prof. Giovanni Zenone.
    Domenica sera presso l’auditorium della chiesa dei SS. Apostoli, a Verona, si è svolta un’ indimenticabile conferenza dal titolo “Chesterton, l’ortodossia del buonumore“, organizzata dall’editrice Fede e Cultura con i Gruppi Chestertoniani Veronesi in collaborazione con il Chesterton Insitute e la Società Chestertoniana Italiana.
    Un occasione culturale unica per Verona, parte di un più ampio progetto di conferenze tenute da Padre Jan Boyd (a Roma, il 14 e a Milano questa sera, essendo lui tra i più grandi esperti dell’opera di Chesterton, Presidente del G.K. Chesterton Institute for Faith & Culture e Direttore di The Chesterton Review, Seton Hall University, South Orange, New Jersey (USA).
    I motivi di interesse sono stati molteplici, primo fra tutti l’affluenza veramente numerosa, che ha permesso ad un vasto pubblico di poter godere di un omaggio librario da parte della casa editrice Fede e Cultura e di poter assistere a tre conferenze veramente molto brillanti.
    Moderati da Fabio Trevisan sono stati prima introdotti Marco Sermarini, presidente della società Chestertoniana Italiana e Roberto Prisco (Gruppi Chestertoniani Veronesi) che ha pennellato molto simpaticamente l’enorme figura (anche fisica) di Chesterton.
    Padre Jan Boyd ha esposto con passione la sua relazione, discernendo tra leggenda e verità nella vita di Chesterton, raccontando emozionanti aneddoti e concludendo con le parole di gioia e di trionfo pronunciate da GKC in occasione della sua conversione al Cattolicesimo:
    “I saggi hanno cento mappe che disegnano universi fitti come alberi, scuotono la ragione con mille setacci che accantonano la sabbia e lasciano filtrare l’oro: per me tutto ciò vale meno della polvere poiché il mio nome è Lazzaro e sono vivo”.
    (potete leggere una sua intervista a Paolo Pegoraro
    di Bombacarta.com, a cui collabora anche Andrea Monda grande conoscitore di Tolkien, Lewis e Chesterton)
    E’ stata in seguito la volta di Paolo Gulisano, autore di Chesterton e Belloc. Apologia e profezia, Ancora edizioni, tracciare un ricordo del forte valore dell’amicizia che legò uomini come Chesterton e Belloc e in seguito Tolkien e Lewis (e tutti gli Inklings, Inklings, Jaca Book) che in un certo senso ne furono gli ideali prosecutori, fino a ricordare che anche San Giovanni Calabria fu legato da forte amicizia epistolare con C.S. Lewis (Una gioia insolita, Jaca Book). In particolare Gulisano ha messo in luce il forte apporto che Belloc (autore tra l’altro del fondamentale e attuale L’Europa e la Fede, Il Cerchio, a cui dedicherò più spazio in futuro) diede alla conversione di Chesterton, nonchè il fatto che Hilaire Belloc fu definito “la mente più versatile e brillante del cattolicesimo inglese”, fu discepolo del Cardinale Newman, di cui ereditò la trasparenza dello spirito e la chiarezza della prosa.
    Ha concluso la serata Alessandro Gnocchi (Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di don Camillo e Peppone, ed Piemme e L’ave maria di Don Camillo, Fede e Cultura) con un confronto tra Chesterton e Guareschi (Guareschi era un lettore di Chesterton, nella sua libreria di casa, Gnocchi vi ha rinvenuto una copia de Ortodossia, edizioni Morcelliana). Inoltre Gnocchi ha sottolineato le affinità di questi due grandi scrittori, che fecero un sapiente uso dell’ironia, lontani da ogni sorta di sterile intellettualismo (per Chesterton gli intellettuali erano un club di sciocchi, mentre Guareschi scriveva: “Io non racconto mai cose originali: io sono il modesto e pignolissimo cronista della vita piccola del Mondo piccolo e prendo nota di tutte le minutaglie più banali che succedono in famiglia“), attaccati con solide radici alla propria storia e al proprio passato, sottolineando che entrambi hanno raccontato un mondo talmente affascinante che ci verrebbe da dire “che bello se fosse veramente così, un mondo dove la Grazia agisce”. Mi è piaciuta molto l’espressione con cui ha concluso:”Uso Chesterton per spiegare come pensa un cattolico e Guareschi per spiegare cosa fa un cattolico
    Io concludo con queste parole pronunciate naturalmente da Chesterton: Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perchè comincia a credere a tutto“. Insuperabile.
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