Paolo Marzola blog

Archive for the ‘U2’ Category

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No line on horizon è stato eletto dalla rivista Rolling Stone disco dell’anno 2009, l’album segna il ritorno degli U2 alla musica, senza che per questo si debba parlare di grande stile. Lo stile è piuttosto finalmente consapevole, finalmente maturo, finalmente faticato, i pezzi sono scritti e arrangiati con classe e applicazione se non passione, in maniera tale da superare i limiti d’età. Il risultato complessivo riporta ai tempi di “Achtung baby” un vero miracolo, in attesa del disco che uscirà l’anno prossimo Song of ascent.
Ora lo so che mi sentirò dire “ma chi è che non conosce i dischi degli U2?”, può capitare che magari leggendo queste due righe a qualcuno venga voglia di ascoltare le origini di questi che per me sono e saranno sempre il simbolo vivente dell’Irlanda.
Quelli di seguito sono per il sottoscritto i capolavori assoluti, innegabilmente sono legato anche agli altri, addirittura reputo un buon lavoro Atyclb ma Htdaab proprio non riesco a digerirlo.
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Boy (1980)
La storia la sanno tutti, difficilmente non c’è mai stato un esordio così importante, destinato a lasciare traccia nella storia del rock, titolo e copertina che si fondono nell’innocente e triste sguardo del piccolo Peter Rowen.Prodotto dall’allora venticinquenne Steve Lillywhite, di solo cinque anni più vecchio dei componenti degli U2, che riesce a inventare un suono assolutamente personale, la chitarra di the Edge protagonista assoluta cesella riff di singole note, la sezione ritmica è ben controllata dalla batteria di Larry Mullen e dal basso di Adam Clayton, la voce ancora acerba, ma carica di aspettative di Bono chiude il cerchio.
Le canzoni sono una meglio dell’altra, si parte da ‘I will follow’, il brano che non mancherà mai nei live, il ricordo della perdita della madre, Bono che scrive “Un ragazzo cerca più che può di essere un uomo, sua madre lo prende per mano. Se si ferma a pensare incomincia a piangere. Oh, perchè?”.
L’epica ‘Out of control’, scritta da Bono il giorno del suo diciottesimo anno, ‘Stories for boys’ dove è presente un forte attacco nei confronti dei media, ‘The Electric co.’ atto di accusa nei confronti dell’uso dell’elettroshock, ‘A day without me’ dove è affrontato il tema del suicidio, ‘Twilight’ dove il crepuscolo è metafora dell’adolescenza.
In definitiva un capolavoro assoluto.
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War (1983)
Tre anni dopo il bambino in copertina è sembre lo stesso, ma lo sguardo è carico di rabbia e il labro inferiore è segnato da una ferita, gli U2 affrontano il mondo, con le sue brutture e i suoi guai.
Disco leggendario che sia apre con un pezzo come ‘Sunday bloody sunday’, fu di the Edge l’idea di scrivere un pezzo sulla situazione Nord irlandese (due domeniche di sangue si fondono, il 21 novembre 1921, le truppe britanniche aprono il fuoco durante una partita di football, al Croke park, uccidendo 12 persone, e il 30 gennaio 1972, quando 13 inermi civili vennero ammazzati a Derry durante una pacifica manifestazione).
Segue come terzo pezzo, uno dei miei preferiti, ‘New year’s day’, Lech Walesa, dissidente polacco e leader di Solidarnosc ispira la lirica, il video è indimenticabile, girato in mezzo alla neve e per me rimane uno dei più belli di sempre, ’sotto un cielo rosso sangue…’, seguono la bella dichiarazione d’amore per la moglie di Bono, Alison, di ‘Two heart’s beat as one’, l’ultimo brano è quello che per anni accompagnerà il finale dei centinaia di concerti tenuti dagli U2, ‘40′, il titolo è preso dal salmo 40 dell’Antico testamento, ‘How long to sing this song?’.

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  • U2. The name of love

    u2coverfinale.jpg good.gif U2. Name of love. Testi commentati. a cura di Andrea Morandi, Arcana.
    «Nella musica degli U2 – ha detto una volta Bono – ci sono cattedrali e strade. Le strade conducono alle cattedrali e mentre ci cammini ti senti nervoso, come se qualcuno ti seguisse. Se ti volti non c’è nessuno. Poi finalmente entri nelle cattedrali e solo allora capisci che c’era davvero qualcuno che ti seguiva: Dio»
    La prefazione del libro è stata scritta da Davide Sapienza, grande viaggiatore, fondatore di uno dei primi U2 fan club ufficiali al mondo, che ha scritto una sentita e intensa prefazione al volume che lui stesso aveva curò nel 1984, come ci aveva rivelato durante l’intervista rilasciataci. Ricordiamo che la storia degli U2 comincia lontano, molto lontano, per la precisione nel 1978, in Irlanda, a Dublino, dove Larry Mullen, Adam Clayton, The Edge e Bono frequentano la stessa scuola: la Mount Tempie School. Da allora la l’assetto del gruppo, nonostante le esperienze soliste o insieme ad altri, non è mai cambiato. Forse è questa la vera forza degli U2
    «How long to sing this song?». Per quanto a lungo dovremo cantare questo canto? Quanti tra i ragazzi che nel 1985 intonarono questo verso centinaia di volte al Live Aid sapevano che in 40, la canzone da cui era tratto, gli U2 avevano musicato per intero il Salmo corrispettivo? Un testo sacro in un pezzo della band irlandese non è un caso e neppure isolato. Lo dimostra Andrea Morandi nel suo U2. The name of love (Arcana), un volume che passa al setaccio per la prima volta canzone per canzone i testi di Bono, portando a galla riferimenti biografici e fonti. E arrivando a risultati sorprendenti: «La presenza della Bibbia nei primi dischi era una cosa nota. Ma che continuasse in modo persistente fino all’ultimo cd è stata una vera scoperta».
    «Quella di Bono è una scrittura molto sofisticata e spesso misconosciuta» racconta Morandi. «Bono arriva a lavorare sulla singola parola come Bob Dylan e Leonard Cohen. Ma il personaggio è tanto strabordante da aver schiacciato la dimensione autoriale. Eppure solo lui e Dylan riescono a condensare la Bibbia nei 3 minuti di una canzone».
    Molti dei versi analizzati sono impregnati del testo sacro, dal linguaggio e dal lessico fino a un sostrato costante di immagini e temi. La Bibbia è esplorata integralmente, dalla Genesi all’Apocalisse, passando per i Vangeli e le lettere di Paolo, senza dimenticare i profeti Isaia e Abacuc. Ma i prediletti sono i Salmi. «Per Bono Davide è la prima popstar e i Salmi i primi blues» spiega Morandi. «Lo stesso Bono sembra quasi identificarsi con lui. Davide ha un rapporto difficile con Dio, i suoi sono canti di lode e di lamento, così come molti dei salmi rock degli U2». E finisci così per scoprire dei doppi fondi nelle canzoni: «Chi l’avrebbe mai detto che When love comes to town narra della tunica di Gesù giocata ai dadi, o che Until the end of the world parla del tradimento di Giuda?».
    U2. The name of love evidenzia un percorso circolare che va dalla forte religiosità dei primi dischi, passando per la notte di Zooropa (dove The first time è una riflessione sulla perdita della fede a partire dalla parabola del figliol prodigo) e Pop, fino al ritorno alla luce degli ultimi dischi. «Tra gli altri in No line on the horizon ci sono Magnificent, brano che fin dal titolo si rifà al Magnificat, e Unknown caller, dove il chiamante sconosciuto del titolo è il Dio che salva».
    l pezzo più impegnativo è Grace, il brano che chiude All that you can’t leave behind. Il tema è nientemeno che la Grazia. È forse la prima volta che un tema teologicamente così impegnativo è al centro di una canzone pop. «Bono parte dalle riflessioni di C.S. Lewis, un autore da lui molto amato: Le Lettere di Berlicche sono ad esempio alla base di MacPhisto, il corrosivo personaggio dello ZooTv Tour». Un’altra scrittrice cristiana che ha ispirato Bono è Flannery O’Connor: «Di lei lo affascina il modo di rappresentare il rapporto tra le persone comuni e Dio».
    «La cosa che rende convincente la scrittura di Bono» conclude Morandi «è la sincerità con cui mette in campo una fede fatta di domande rivolte a un Dio vicino, un amico con cui si può anche litigare».
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