Paolo Marzola blog

Archive for Giugno, 2008

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Sacra di San Michele - Cartello - Val d’Orcia - San Gimignano
Tenendo fede alla segnalazione, in questo periodo di vacanze, di letteratura di viaggio, oggi sono protagonisti due libri molto interessanti e pieni zeppi di curiosità. Inoltre sono in un certo qual modo collegati tra loro, questi due volumetti.
Il sommo poeta Dante Alighieri infatti intorno al 1310 si recò in terra di Francia, a Parigi, per studio e anche lui percorse questa famosa strada di comunicazione che partendo da Canterbury conduceva fino a Roma e viceversa.
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717leggendefrancigena.JPG Storie, misteri e leggende lungo la via Francigena, di Francesca Allegri, Editrice le Lettere.
Una originale guida alla via Francigena scritta da Francesca Allegri, illustrata dagli acquarelli di Massimo Tosi. Streghe, demoni, santi, poveri pastorelli e pellegrini: ecco i protagonisti di queste 171 leggende, che hanno per sfondo le più belle e conosciute località che si affacciano sulla via Francigena, una strada che ha costituito fin dai secoli più lontani dell’Alto Medioevo la via di comunicazione più importante per i pellegrini che dai paesi transalpini giungevano in Italia a visitare i luoghi santi e si dirigevano soprattutto a Roma, centro della cristianità.
copj13asp.jpg Il viaggio dantesco. Viaggiatori dell’Ottocento sulle orme di Dante, di Raffaella Cavalieri, Robin Edizioni.
Raffaella Cavalieri analizza l’esperienza di viaggio di alcuni scrittori europei che, tra la prima metà dell’800 e i primi anni del ’900, utilizzarono la Divina Commedia e la vita errante di Dante come punto di partenza per creare itinerari alternativi alla classiche rotte del Grand Tour italiano. Il testo offre un approccio inedito alle dinamiche e alle motivazioni del viaggio letterario in Italia di quegli anni e si va a collocare in un settore dell’odeporica ancora oggi poco conosciuto e studiato: quello del viaggio in Italia sulle orme di Dante.
 
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    Se vi capita di passare per Parigi, esiste un luogo fuori dalle mappe turistiche, misterioso e affascinante, ai piedi della famosa Cattedrale di Notre Dame, situata sulla riva sinistra (rive gauche) della Senna (de la Seine), nel cuore del Quartiere Latino (quartier Latin). Si tratta dell’antica libreria Shakespeare & Co (37, rue de la Boucherie), gestita ora dalla giovane figlia (Sylvia) dell’originario proprietario, George Whitman, nato in Massachussetts, a Salem.
    La prima volta che che ne sentì parlare fu in un libro, “Festa mobile” di Hemingway, dove l’autore racconta dei suoi anni durante la seconda guerra mondiale, e di come si recasse in quella libreria per prendere “in prestito” dei libri. Lì si raccoglievano quegli scrittori che Gertrude Stein definì “generazione perduta”, perduta perché passata tra due guerre, guerre che l’avevano privata delle illusioni tipiche della giovinezza.
    Oltre ad Hemingway, è stata frequentata da James Joyce, F.S.Fitzgerald e Henry Miller. Poi si passa agli anni ‘60, con e Jack Kerouac, Corso, Ferlinghetti e Ginsberg.
    Quello che colpisce é sapere che questo posto letteralmente pieno di libri (che si possono prendere dagli scaffali, leggerli, magari su uno dei divani al secondo piano, proprio nella casa del proprietario) e saturo di cultura, è stato luogo di ritrovo di tutti questi grandi scrittori e poeti. Obbligo comprare un libro, anche solo come ricordo. Se vuoi, ti stampigliano sopra il loro logo, con l’indicazione che Shakespeare & Co. sorge esattamente sul km “0″ di Parigi.
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    Tra le stanze ricolme di libri, compare il motto della libreria, Be not inhospitable to strangers lest they be angels in disguise (non essere inospitale con gli stranieri, potrebbero essere angeli mascherati).
    La storica libreria di Parigi, aperta nel 1951 sorge sopra un’antico monastero e al suo interno si trova un pozzo in cui è tradizione buttarvi una monetina ed esprimere un desiderio.
    L’aspetto più affascinante è che spesso scrittori (famosi e non) vengono tuttora ospitati nei letti adiacenti agli scaffali e dormono e scrivono all’interno della libreria. E’ imprescindibile una visita.
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    Chatwin diceva: “La vera casa dell’uomo non è una casa, è la strada. La vita stessa è un viaggio da compiere a piedi”.
    E allora durante le vacanze (per me ancora lontane) è bello leggere letteratura di viaggio, il viaggio come metafora della vita e ricerca.
    Il primo a raccontare minuziosamente un viaggio fu Marco Polo, ma in seguito famosi furono “Viaggio in Italia” di Goethe oppure Verne in “Viaggio a ritroso in Inghilterra e Scozia“, il già citato Bruce Chatwin con “In Patagonia“, Jack Kerouac con “Sulla strada“, Piovene con “Viaggio in Italia“.
    Io ve ne segnalo tre, contemporanei, intensi, poetici, spirituali, uno più bello dell’altro.
    copj132.jpg I diari di Rubha Hunish di Davide sapienza, Baldini Castoldi Delai.
    È un libro di viaggio sui generis, a metà strada tra la riflessione intima e la vocazione poetica. Sapienza vede l’essenziale dei luoghi che visita, dall’Islanda alla Cordillera Blanca, dalle isole Ebridi ai fiordi della Norvegia. Da ogni luogo ricava l’emozioni che solo la natura gli sa dare pienamente, in linea con i suoi grandi maestri - da Melville a London, a Thoreau - e cioè quelle di un rapporto ancora intatto tra immaginazione e territorio o, in altre parole, tra il paesaggio e il modo di recepirlo. Questo libro è frutto di anni di viaggi, esplorazioni e avventure.
    88-07-81604-0.jpg Il grande Boh! di Lorenzo Cherubini, Feltrinelli
    Un Jovanotti che non ti aspetti, profondo e spirituale: “La mia è sempre più la lingua dei viaggiatori e chi decide di ascoltarmi deve sapere che io sono uno che racconta mondi che ha visto e mondi che vuole vedere, e che non conosco a fondo la lingua del posto, la lingua degli stanziali, strimpello strumenti e parlo male diverse lingue e di volta in volta ho bisogno di musicisti e di interpreti per metter su le tende nel luogo e restare finché non mi riprende il senso di irrequietezza che mi porta a fare di nuovo i bagagli e partire.” Indimenticabile la traversata della Patagonia in bicicletta, esperienza unica che affianca desolazione e mistero, sgomento e bellezza.
    copj13.jpg La leggenda dei monti naviganti di Paolo Rumiz, Feltrinelli
    Rumiz viaggia in bicicletta, o a bordo della mitica Fiat Topolino 500, quella della canzone di Paolo Conte, incontra storie, personaggi e identità sperdute tra le pieghe dello Stivale, si sofferma su aspetti nascosti che sfuggono agli occhi del turismo di massa, ma anche di quello più elitario. Eremi, santuari, fonti, boschi millenari: un viaggio antropologico variegato che attraversa le vallate subalpine, i passi appenninici, coglie la bellezza dei laghi lombardi e dei colli toscani, si trattiene all’interno di necropoli antiche e si scioglie al sole accecante delle spiagge levantine.
    La narrazione è intrisa di considerazioni su usi e costumi dell’italica gens, è ricca di incontri umani toccanti, con figure affascinanti di pastori e viandanti, con guide alpine e montanari saggi e isolati, con scrittori come Mario Rigoni Stern, con l’alpinista Walter Bonatti, anche con i cantautori “in cerca di radici” Francesco Guccini e Vinicio Capossela.
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  • Il nuovo film della Pixar, diretto da Andrew Stanton (Alla Ricerca di Nemo), WALL•E (si pronuncia “uolli”) esce il 27 giugno in USA e il 17 ottobre da noi.

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  • Film e classifiche

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    Questa mattina mi sono goduto un gran film, che recensirò prossimamente, di David Cronenberg, La promessa dell’assassino, con Viggo Mortensen e Vincent Cassel, un thriller molto tirato e glaciale girato da un Cronenberg decisamente ispirato.
    Ma volevo segnalare restando in ambito di cinema e classifiche che l’AFI (L’American Film Institute) ha stilato una classifica dei film più belli divisi per categorie e naturalmente ci sono delle dimenticanze clamorose come ad esempio l’assenza di un film del grande Billy Wilder.
    Si conferma comunque la tendenza a rivalutare i film del passato e infatti su 100 film sono decisamente pochi quelli recenti.
    Classifica AFI:

    * Il Padrino è il miglior film gangster
    * Luci della città è il miglior film commedia romantica
    * Il Mago di Oz è il miglior film fantasy
    * 2001: Odissea nello Spazio è il miglior film di fantascienza
    * Sentieri Selvaggi è il miglior film western
    * La donna che visse due volte è il miglior film poliziesco
    * Lawrence d’Arabia è il miglior film epico
    * Toro Scatenato è il miglior film sport
    * Biancaneve e i sette nani è il miglior film di animazione
    * ll buio oltre la siepe è il miglior film legal dramma

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    E’ già da qualche giorno che vorrei spendere due parole per commentare il no delle verde Irlanda (e non è un caso tutto ciò) al Trattato di Lisbona. E per farlo vorrei usare le parole scritte da Hilaire Belloc, giornalista, saggista, storico, apologeta cristiano ma anche politico:

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  • Filed under: Libri
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    “Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore. In questi racconti scrivo di luoghi paesani, di ambienti naturali ancora vivibili, di quei meravigliosi insetti sociali che sono le api, ma anche di lavori antichi che lentamente ed inesorabilmente stanno scomparendo”.
    da Uomini, boschi e api, Einaudi
    Ieri sera ad Asiago si è spento Mario Rigoni Stern, il funerale è stato celebrato nella chiesetta del cimitero di Asiago, indimenticabili le sue opere sulla seconda guerra mondiale che lo hanno reso uno dei pionieri del “neorealismo” del dopoguerra. La sua opera più famosa è certamente “Il sergente nella neve” (1953) sulla ritirata di Russia dell’Armir, ma sono da ricordare anche “Il bosco degli Urogalli” e “Sentieri sotto la neve”.
    Rappresentava quei valori della montagna che purtroppo noi gente di città non possiamo più trovare o ricordare, la solitaria vita di altura e la fatica di sopravvivere, quei valori che ho imparato ad apprezzare e conoscere leggendo i libri di Rigoni Stern e di Mauro Corona (Mauro Corona lo scrittore, l’alpinista, lo scultore… il poeta di cui consiglio per iniziare Le voci del bosco, Edizioni Biblioteca dell’Immagine).
    “La natura pareva ferma ma, prestando attenzione, tutto si muoveva, si faceva notare, brulicava, occhieggiava, sussurrava. Non si è mai soli di notte sulla montagna. Soprattutto d’estate. Centinaia di occhi spiano, voci chiamano, personaggi misteriosi si fanno vicini. Sono amici invisibili ma fedeli e presenti. Nella stagione fredda, quando la neve copre i boschi, le montagne dormono e il silenzio dell’inverno regna pacifico, tutto questo viene meno, ma altre voci segrete e magiche sostituiscono quelle dell’estate”. Cani, camosci, cuculi (e un corvo) di Mauro Corona, Mondandori.
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    Padre Jan Boyd e il Direttore di Fede e Cultura, Prof. Giovanni Zenone.
    Domenica sera presso l’auditorium della chiesa dei SS. Apostoli, a Verona, si è svolta un’ indimenticabile conferenza dal titolo “Chesterton, l’ortodossia del buonumore“, organizzata dall’editrice Fede e Cultura con i Gruppi Chestertoniani Veronesi in collaborazione con il Chesterton Insitute e la Società Chestertoniana Italiana.
    Un occasione culturale unica per Verona, parte di un più ampio progetto di conferenze tenute da Padre Jan Boyd (a Roma, il 14 e a Milano questa sera, essendo lui tra i più grandi esperti dell’opera di Chesterton, Presidente del G.K. Chesterton Institute for Faith & Culture e Direttore di The Chesterton Review, Seton Hall University, South Orange, New Jersey (USA).
    I motivi di interesse sono stati molteplici, primo fra tutti l’affluenza veramente numerosa, che ha permesso ad un vasto pubblico di poter godere di un omaggio librario da parte della casa editrice Fede e Cultura e di poter assistere a tre conferenze veramente molto brillanti.
    Moderati da Fabio Trevisan sono stati prima introdotti Marco Sermarini, presidente della società Chestertoniana Italiana e Roberto Prisco (Gruppi Chestertoniani Veronesi) che ha pennellato molto simpaticamente l’enorme figura (anche fisica) di Chesterton.
    Padre Jan Boyd ha esposto con passione la sua relazione, discernendo tra leggenda e verità nella vita di Chesterton, raccontando emozionanti aneddoti e concludendo con le parole di gioia e di trionfo pronunciate da GKC in occasione della sua conversione al Cattolicesimo:
    “I saggi hanno cento mappe che disegnano universi fitti come alberi, scuotono la ragione con mille setacci che accantonano la sabbia e lasciano filtrare l’oro: per me tutto ciò vale meno della polvere poiché il mio nome è Lazzaro e sono vivo”.
    (potete leggere una sua intervista a Paolo Pegoraro
    di Bombacarta.com, a cui collabora anche Andrea Monda grande conoscitore di Tolkien, Lewis e Chesterton)
    E’ stata in seguito la volta di Paolo Gulisano, autore di Chesterton e Belloc. Apologia e profezia, Ancora edizioni, tracciare un ricordo del forte valore dell’amicizia che legò uomini come Chesterton e Belloc e in seguito Tolkien e Lewis (e tutti gli Inklings, Inklings, Jaca Book) che in un certo senso ne furono gli ideali prosecutori, fino a ricordare che anche San Giovanni Calabria fu legato da forte amicizia epistolare con C.S. Lewis (Una gioia insolita, Jaca Book). In particolare Gulisano ha messo in luce il forte apporto che Belloc (autore tra l’altro del fondamentale e attuale L’Europa e la Fede, Il Cerchio, a cui dedicherò più spazio in futuro) diede alla conversione di Chesterton, nonchè il fatto che Hilaire Belloc fu definito “la mente più versatile e brillante del cattolicesimo inglese”, fu discepolo del Cardinale Newman, di cui ereditò la trasparenza dello spirito e la chiarezza della prosa.
    Ha concluso la serata Alessandro Gnocchi (Giovannino Guareschi. C’era una volta il padre di don Camillo e Peppone, ed Piemme e L’ave maria di Don Camillo, Fede e Cultura) con un confronto tra Chesterton e Guareschi (Guareschi era un lettore di Chesterton, nella sua libreria di casa, Gnocchi vi ha rinvenuto una copia de Ortodossia, edizioni Morcelliana). Inoltre Gnocchi ha sottolineato le affinità di questi due grandi scrittori, che fecero un sapiente uso dell’ironia, lontani da ogni sorta di sterile intellettualismo (per Chesterton gli intellettuali erano un club di sciocchi, mentre Guareschi scriveva: “Io non racconto mai cose originali: io sono il modesto e pignolissimo cronista della vita piccola del Mondo piccolo e prendo nota di tutte le minutaglie più banali che succedono in famiglia“), attaccati con solide radici alla propria storia e al proprio passato, sottolineando che entrambi hanno raccontato un mondo talmente affascinante che ci verrebbe da dire “che bello se fosse veramente così, un mondo dove la Grazia agisce”. Mi è piaciuta molto l’espressione con cui ha concluso:”Uso Chesterton per spiegare come pensa un cattolico e Guareschi per spiegare cosa fa un cattolico
    Io concludo con queste parole pronunciate naturalmente da Chesterton: Chi non crede in Dio non è vero che non crede in niente perchè comincia a credere a tutto“. Insuperabile.
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  • Una pura formalità

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    Una pura formalità Un film di Giuseppe Tornatore. Con Sergio Rubini, Gérard Depardieu, Roman Polanski, Nicola Di Pinto, Tano Cimarosa. Genere Drammatico, colore 108 minuti. - Produzione Italia 1994
    Ieri ho avuto la fortuna, questo è il termine esatto, di poter vedere un film che non si dimentica facilmente: “Una pura formalità” scritto e diretto da Giuseppe Tornatore con un’inedito tris di grandi attori, Sergio Rubini, Gérard Depardieu e Roman Polanski.
    «Onoff:…due rette parallele non si incontrano mai. Tuttavia, è possibile immaginare l’esistenza di un punto così lontano nello spazio, ma così lontano nell’infinito, da poter credere e ammettere che le due rette vi si incontrino. Ecco! Chiameremo quel punto, Punto Improprio»
    Lo scrittore Onoff (G. Depardieu), apparentemente in preda a un’amnesia e in forte stato di shock, è sottoposto a un interrogatorio da un commissario di polizia (R. Polanski), ma qual è il confine tra fantasia e realtà? tra falso e vero? Allucinato dramma notturno di nordico onirismo, giocato sulla corda pazza dell’assurdo, è un film da prendere o lasciare, senza vie di mezzo. Chi prende ne gusterà la sagacia della costruzione, l’alta tenuta figurativa e sonora (fotografia di Blasco Giurato, musiche di Ennio Morricone), l’ammirevole concertazione degli attori: oltre a Depardieu e Polanski (doppiati da Corrado Pani e Leo Gullotta), c’è un incisivo S. Rubini come poliziotto che verbalizza.
    Addirittura acrobatico è il virtuosismo stilistico di Giuseppe Tornatore, che riesce senza annoiare a far svolgere l’intero film negli stanzoni, costruiti dallo scenografo Andrea Crisanti di un cadente commissariato in mezzo alla campagna.
    L’onirica situazione ha degli illustri ascendenti letterari da Papini a Pinter, da Ugo Betti a Sartre, per tacere dell’ovvio riferimento a Kafka.
    Da vedere e commentare per ore.
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