Paolo Marzola blog

Imram di Tolkien

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L’Imram di Tolkien di John Ronald Reuel Tolkien - Traduzione e commento di Paolo Gulisano
Il numero della rivista letteraria inglese Time and Tide del 3 dicembre 1955 presentava un contributo straordinario: un breve poema di 132 versi il cui autore era John Ronald Tolkien. Da poco si era conclusa la pubblicazione del Signore degli Anelli, uscito – per scelta dell’Editore- in tre parti distinte, e con il Ritorno del Re i lettori inglesi avevano ora in mano l’opus magnum tolkieniano.
Era iniziato il cammino di uno straordinario successo per lo scrittore delle Midlands. Forse fu una sorpresa, per molti lettori che già lo avevano apprezzato per Lo Hobbit e che ora venivano conquistati dalla grande epica della Terra di Mezzo, la pubblicazione di questo poema che si ispirava ad un importante testo del Medioevo irlandese: la Navigatio Sancti Brendani. Scritta da un autore ignoto, probabilmente un ecclesiastico, nel IX o X secolo, conobbe vasta fama e popolarità, diventando un autentico best-seller del suo tempo.
Ci è pervenuta attraverso un notevole numero di codici, databili dalla fine del X al XV secolo. Vi si narra di San Brendano di Clonfert, personaggio vissuto all’inizio del VI secolo, fondatore di monasteri nel remoto occidente dell’isola che si affaccia sull’Atlantico: Ardfert nel Kerry e Clonfert nella Contea di Galway. Brendan, questo il suo nome gaelico, era stato uno dei primi a prendere il mare, fidando totalmente nella Divina Provvidenza, volgendo la sua barca verso l’ignoto.
Fu in Scozia, e poi si spinse ancora più a nord, fino ad arrivare alle lontane Isole Far Oer, dove esiste tuttora una toponomastica che ricorda il nome di Brendan. San Brendano divenne il protagonista di una storia leggendaria che apparteneva ad un genere letterario molto diffuso nell’antica Irlanda, quello degli Imram.
L’Imram era la narrazione di un viaggio avventuroso per mare, compiuto da uno o più eroi. Fu questo genere a influire sulla genesi della Navigazione di San Brendano, in cui al tema del viaggio dell’eroe si sovrappone quello della “peregrinatio pro Cristo”. Se per gli antichi celti d’Irlanda l’immenso oceano che si stende a Occidente prefigurava l’esistenza di isole misteriose e incantate, Brendano, figlio di quella Irlanda che dopo aver ricevuto il Battesimo da San Patrizio aveva sfornato asceti e evangelizzatori instancabili, è il nuovo eroe che affronta il Mistero forte di una fede eroicamente vissuta, ricca di aspri sacrifici, di sforzi contro ogni pericolo e avversità. In questo caso il racconto, scritto probabilmente da un profugo giunto sul continente a causa delle tremende incursioni vichinghe che imperversavano in Irlanda, vede come protagonista un monaco, Brendano, il cui desiderio di Dio, di ricerca, non può che rivolgersi verso l’oceano che si spalanca davanti ai luoghi in cui vive.
Per gli abitanti dell’isola di Irlanda il pellegrinaggio avveniva ricercando tra le onde: lì è quel “deserto” che altri confratelli trovavano in lande terrestri sperdute e desolate. Gli aspiranti eremiti giungono a imbarcarsi e a lasciarsi trasportare dalle correnti ove la volontà di Dio aveva stabilito. Il viaggio era verso occidente, verso le terre misteriose dalle quali, secondo antichissime narrazioni, erano giunti i primi abitanti dell’isola, di origine divina. San Brendano, figura leggendaria, cioé sottesa tra mito e storia, vissuto alla fine del V secolo, esprime il sentimento di questi uomini, espressione di una società, quella celtica, fondata sui legami familiari, in cui la separazione dal proprio gruppo o clan rappresentava una scelta dolorosa, ma motivata dal desiderio della ricerca.
La meta del monaco è l’Isola dei Beati, il Tir nan Og: le isole paradisiache dove trasmigrano le anime dei defunti, la cui esistenza era convinzione diffusa tra i celti, trovando peraltro riscontro anche in altre tradizioni. L’Imram di Brendan era una prova di grande coraggio, che non poteva non affascinare per uomini di quell’indole, avidi di imprese gloriose. Uomini esagerati, diremmo oggi, che scelsero con la conversione un cristianesimo altrettanto radicale e appassionato. Così anche il monaco Brendano con i suoi confratelli, “una ciurma di frati”, prende il largo, per un viaggio dove incontrerà, in un simbolico itinerario verso la Redenzione, mostri marini, anime di defunti, spiriti trasformati in uccelli, santi eremiti, Giuda Iscariota.
In questa ricerca, che dura ben sette anni, il santo monaco e i suoi quattordici compagni di viaggio si trovano a lottare con mostri marini, si imbattono in devoti eremiti come in figure diaboliche, ricevendo misteriosi messaggi e preziose indicazioni, fino a giungere all’Isola su cui non cala mai la notte, seppure sia avvolta dalle nebbie, a lungo celata agli occhi del monaco perché scoprisse prima alcuni dei tanti segreti posti da Dio sulla vastità della terra e dei mari. Brendano non si ferma sull’isola: la sua scoperta è paragonabile ad una visione mistica, e terminata questa esperienza, c’è una realtà in cui rientrare.
Così il monaco volge la nave verso l’Irlanda, facendovi rapidamente ritorno, e morendovi serenamente dopo poco tempo, ponendo fine al suo pellegrinaggio terreno. Il racconto, divenuto come si diceva largamente noto in Europa, e in Italia particolarmente in Toscana, vide annoverati tra i suoi molti lettori Dante Alighieri, che trasse certamente spunti e suggestioni dalla favolosa vicenda del monaco irlandese. Così, secoli dopo, anche un altro esploratore del mito, della leggenda e dei sentieri della fantasia come Tolkien non solo riprese, abbastanza esplicitamente, il tema del viaggio dell’eroe, ma anche della ricerca delle Isole dei Beati, presente nel Silmarillion e nei Racconti incompiuti, oltre che naturalmente nel Signore degli Anelli, con il suo epilogo – la partenza di Bilbo e Frodo dai Porti Grigi – struggente di bellezza e di nostalgia.
Oltre a ciò, come detto ebbe modo egli stesso di comporre una sua versione del viaggio di San Brendano, intitolata Imram. Al tema classico del viaggio del santo monaco, Tolkien aggiunge alcuni elementi della sua mitologia: gli elfi, le isole ad occidente della Terra di Mezzo, l’Albero Bianco di Valinor, e infine la Stella, potente simbolo di luce, che aveva guidato Earendil il marinaio nei racconti del Silmarillion, di cui è Signora la dolce Elbereth, invocata nella Saga dell’Anello come protettrice dal male. La rivisitazione del viaggio di Brendano operata da Tolkien è intensamente poetica, visionaria, e l’anglosassone professore si lascia conquistare dallo spirito celtico che aveva avuto modo di conoscere attraverso le sue frequentazioni dell’Irlanda.
Tolkien conserva i riferimenti originari alla geografia dell’Irlanda occidentale: la contea di Galway, il villaggio di Clonfert, con il monastero di Brendano, il fiume Shannon – il maggiore dell’isola- il lago Lough Derg; rispetto al racconto iniziale aggiunge gli elementi della sua geografia immaginaria, e soprattutto della mitologia, una mitologia che- come è stato spesso rilevato, non hai mai attinto al modo celtico al quale appartiene Brendano.

Tuttavia, se è vero che i punti di riferimento tolkieniani erano i miti scandinavi e germani, in particolare il Beowulf, questo suo poema appare invece un doveroso tributo al mondo celtico che pure era stato non solo dell’Irlanda, ma anche dell’antica Britannia prima della conquista sassone. Se nel Signore degli Anelli non mancano i termini gaelici (come ad esempio “Gollum”), ancora tutto da sviluppare appare il tema dell’Anello, che al di là dei riferimenti alla mitologia norrena appare avere un valore peculiare nel mondo celtico, dove esso rappresenta un simbolo negativo, di morte, che occorre spezzare: il simbolo dell’anello spezzato si ritrova così nella simbologia del Torch, il cerchio metallico che i celti portavano al collo, della Tavola Rotonda arturiana aperta (spezzata) in un punto, e soprattutto nel simbolismo della Croce celtica: la Croce di Cristo che spezza il cerchio rappresentativo del mondo, e quindi della morte. Infine, non si può non rilevare, anche nella breve trama dell’Imram, quanto il tema del viaggio e della Cerca, tanto cari a Tolkien, facciano riferimento al mondo e alla religiosità celtiche.

Brendano, che nell’Imram di Tolkien incontriamo al termine del suo viaggio, è l’uomo che ha compiuto l’impresa a cui ogni celta aspirava: ha toccato le sponde del paradiso terrestre, ha veduto le terre governate dal Re degli elfi, ha trovato la strada diritta che supera i confini occultati nelle nebbie, ma è poi ritornato, e neppure tanto per raccontare ciò che è indicibile, quanto per testimoniare con la sua stessa persona, con i segni rimasti sul suo corpo e sulla sua anima. E per chi, come il discepolo che lo interroga ansioso, vuol saperne di più, non c’è che l’intraprendere egli stesso il viaggio. Così nel Signore degli Anelli questo desiderio, questa aspirazione intensa e appassionata, la si ritrova negli elfi, come nei piccoli curiosi hobbit, e il finale dell’Imram, con l’addio di Brendano e il compito affidato al discepolo, non può che richiamare la struggente nostalgia della conclusione della grande epica dell’Anello, con la partenza verso Occidente dei portatori e la missione, affidata a Sam, di custodire la memoria.

di Paolo Gulisano
IMRAM
Infine fuori dal mare profondo egli uscì, e la nebbia avvolse la riva; sotto la luna offuscata le onde rumoreggiavano, appena la nave ebbe riportato il suo carico indietro in Irlanda, di nuovo al bosco e al pantano, e alla torre alta e grigia, dove il rintocco della campana di Clonfert rintoccava nella verde Galway.
Dove lo Shannon si immerge nel Lough Derg sotto un cielo vestito di pioggia San Brendano arrivò alla fine del suo viaggio, per trovare la grazia di morire.
“O dimmi padre, che tanto ho amato, se hai ancora parole per me, il ricordo dei prodigi che sono nell’immenso e solitario mare, le isole ingannatrici con cupi incantesimi dove dimorava il Re degli Elfi: per sette lunghi anni hai poi trovato la strada verso il Paradiso, o la Terra della Vita?”
“Le cose che io ho visto, le molte cose, sono da gran tempo assai sbiadite;
solo tre ritornano ad essermi chiare: una nuvola, un albero, una stella.
“Navigammo per un anno e un giorno e non salutammo nessun campo, né le coste degli uomini; nessuna barca né uccello mai vedemmo in navigazione per quaranta giorni e dieci altri ancora, poi udimmo un rombo come di burrasca che arriva, e una Nube si stese sopra di noi; non vedemmo più il sole né fisso né sorgere, nonostante l’occidente fosse rosso.”
“Fu allora che una montagna dagli indefiniti confini si levò dal mare fino alla nuvola; le sue pareti erano nere dalla cupa marea su fino al suo fumante cappuccio ma la sua cima era illuminata da un fuoco ardente che sempre si alzava e ricadeva: alta come una colonna nella sala del grande Paradiso, le sue radici erano profonde come l’inferno; affondate negli abissi, le acque si immergevano e inghiottivano a lungo fin dove, io suppongo, si trova la terra sprofondata dove i re dei re si nascondono”
“Poi navigammo finchè tutti i venti cessarono, e ci affannammo allora col remo;
ardemmo dalla sete e sospirammo per la fame, e non cantammo più i nostri salmi.
Finalmente passammo oltre la nuvola
E giungemmo ad una spiaggia rischiarata dalle stelle; le onde sospiravano in caverne sorrette da colonne, smerigliando le gemme nella sabbia.
Qui tememmo che esse avrebbero consumato le nostre ossa fino alla fine del tempo, poiché dal precipizio quelle rive si inerpicano scavalcando rocce che nessun uomo scalerebbe.
Ma voltando ad occidente trovammo un estuario Che fendeva la parete della montagna; là si stendeva un fiume grigio-ombra tra le alte montagne. Attraverso porte di pietra remammo in fretta, e passammo, e lasciammo il mare, e il silenzio come rugiada cadde su quell’isola, e sacro sembrò essere.
Arrivammo ad una valle simile a un calice d’argento, con colline scolpite come cornice.
In quella terra misteriosa vedemmo
Sotto un pallido chiaro di luna Un albero più bello di quanto avrei creduto
Potesse nascere in Paradiso: il suo piede era come il fondamento di una grande torre, nessun uomo avrebbe potuto sapere il suo peso, e bianche come l’inverno apparivano al mio sguardo le foglie di quell’albero; esse crescevano più fitte delle piume d’ala di un cigno, lunghe e soffici e belle.
Ci sembrò allora che il tempo
Fosse svanito come in un sogno, ed il nostro viaggio finito;
non speravamo più nel ritorno, ma di restare là.
Nel silenzio di quell’isola irreale cantammo allora con un po’ di tristezza: teneri erano i nostri pensieri, ma un suono dall’alto risuonò come trombe improvvise.
L’Albero allora tremò, e le foglie volarono in aria
Libere dai suoi rami
Come bianchi uccelli alzati in stormo, e i rami sollevati furono spogliati.
Udimmo nell’alto del cielo stellato Un canto, ma non di uccello, né rumore d’uomo né voce d’angelo, ma forse c’è nel mondo una terza bella specie, che ancora vaga al di là della terra sprofondata.
Ma ardui sono i mari e i fiumi profondi oltre la spiaggia dell’Albero bianco!”
“O rimani, ora, padre! C’è ancor di più da dire. Ma due cose tu hai raccontato: L’Albero, la Nube; ma tu hai parlato di tre, la Stella la rammenti?” “La Stella?
Ebbene, la vidi grande e lontana alla divisione delle vie, una luce al limitare estremo della Notte Esterna, al di là della Porta dei Giorni, dove il rotondo mondo s’immerge a picco, ma prosegue sull’antica strada, come un ponte invisibile che corre su archi verso coste che nessun uomo conosce”.
“Ma gli uomini dicono, padre, che prima della fine tu andasti dove nessuno è stato; vorrei sentirti parlare, padre caro, dell’ultima terra che tu hai visto.”
“Nella mia mente la Stella posso ancora trovare, e la separazione dei mari, e il soffio che fu portato sopra la brezza tanto dolce ed aspro quanto la morte. Ma dove fioriscono, quei bei fiori, in quale atmosfera o terra crescono, quali parole udii al di là di questo mondo, se tu desideri conoscerle, allora fratello su una barca galleggiante lontano tu devi navigare con difficoltà nel mare, e trovare per te stesso cose al di fuori della mente: non imparerai più di me”
In Irlanda oltre il bosco e il pantano nella torre alta e grigia il rintocco della campana di Clonfert suonò nella verde Galway. San Brendano era giunto alla fine della sua vita sotto un cielo vestito di pioggia, dopo aver viaggiato fino al luogo da dove nessuna nave ritorna; e le sue ossa giacciono in Irlanda.
Da “La Leggenda di San Brendano”, J. R. R. Tolkien, tradotto da Paolo Gulisano
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Per anni (dal 1999 al 2005) ho gestito un sito dedicato alla cultura gaelico/irlandese, in seguito ho curato le recensioni discografiche sul più importante portale italiano dedicato all’Irlanda, ho pensato quindi di postare sul mio blog questi articoli riguardanti dischi, film e libri (romanzi o riguardanti la questione nord_irlandese) nell’intento di fare conoscere l’Irlanda e la sua storia attraverso le voci dei suoi più vivaci protagonisti.
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