Il linguaggio della notte, saggi di Fantasy e fantascienza di Ursula Le Guin, Editori riuniti (1986)

Libro raro e introvabile di cui io ho reperito miracolosamente una copia, questo The language of the Night. Essays on Fantasy and Science Fiction in orginale inglese è un grandioso saggio del 1976 sul fantasy e sulla fantascienza nel quale la Le Guin affronta quelli che sono i problemi fondamentali del fantastico sempre con estrema intelligenza e ironia. La fantascienza, e la fantasy, hanno la potenzialità del mito, quello che junghianamente parlando si può intendere come stilemi dell’anima, che toccano corde che sono nell’inconscio collettivo, comprensibili da tutti.

«Credo che una delle qualità più profondamente umane, e umanitarie, sia il potere dell’immaginazione: cosicché è nostro gradito dovere, come bibliotecari, come insegnanti, genitori, scrittori, o semplicemente adulti, incoraggiarla a crescere liberamente, a fiorire come il verde alloro…».
Questa fiducia nel valore dell’immaginario, nell’arte come nella vita comune, scrivendo di fantascienza o educando i bambini, è il filo rosso che connette gli scritti raccolti dalla Le Guin in questo volume.

Leggevo molto, e gran parte della mia lettura era mito, leggenda, fiaba; anche versioni di prim’ordine, come quelle di Padraic Colum, di Asbjornsson, ecc. Avevo inoltre ascoltato mio padre raccontare ad alta voce le leggende indiane, tali e quali le aveva sentite, solamente tradotte in un inglese piuttosto lento, solenne; ed erano storie solenni e misteriose. 
Quello di cui non mi ero resa conto era, immagino, che gli uomini continuavano a inventare miti. Uno naturalmente inventava storie per conto suo; ma questa volta era un adulto a farlo, per altri adulti, senza offrire neppure una scusa al buon senso, senza una spiegazione, semplicemente facendoci cadere dritti dentro le Terre Interiori. Quale che fosse la ragione, il momento fu decisivo. Avevo scoperto il mio paese natio. 
Il libro apparteneva a mio padre, uno scienziato, ed era tra i suoi preferiti; per la verità, egli aveva una grande passione per le storie fantastiche. Mi sono chiesta se non esista un qualche rapporto concreto tra un certo tipo di mentalità scientifica (il tipo che esplora e sintetizza) e la mentalità fantastica. Forse «fantascienza» non è proprio un nome tanto brutto per il nostro genere, in fondo. Coloro che non apprezzano i racconti fantastici molto spesso sono ugualmente annoiati o nauseati dalla scienza. Non amano né gli hobbit né i quasar; non ci si sentono a loro agio; non vogliono cose complesse, remote. 
Se un tale rapporto esiste, sono sicura che è fondamentalmente estetico. Mi chiedo che cosa sarebbe successo se fossi nata nel 1939 invece che nel 1929, e avessi letto Tolkien per la prima volta quando ero adolescente, invece che dopo i vent’anni. L’impresa avrebbe potuto sopraffarmi. Sono contenta di aver avuto un certo senso della direzione in cui mi muovevo, prima di leggere Tolkien. L’influsso di Dunsany è stato interamente benigno, e non ho mai cercato molto di imitarlo, nel mio scribacchiare prolifico e derivato di adolescente. Per me non è stato un modello, ma un liberatore, una guida
.”