Opera prima di Henry Hobson, Maggie non è un film di zombie come gli altri. Nessuna orda di morti viventi, nessuna mazza a tramortirli, nessun centro commerciale a stiparli, niente di tutto questo accade sullo schermo perchè il regista inglese si concentra sulla relazione intima padre-figlia e attraverso quel legame interroga l’eterno vagare degli zombie.
Dentro un clima di diffusa malinconia, che non si nega qualche passaggio gore, Maggie impiega le convenzioni del genere (horror) per svolgere una storia inattesa.

Sospeso tra ballata elegiaca e science fiction post-apocalittico, Maggie è dominato dal corpo piegato e sconfitto di Schwarzenegger, lontano dai circuiti hollywoodiani e dentro un progetto indipendente di cui l’attore è interprete e produttore. Dopo aver ripreso il ruolo di Terminator T-800 nel quinto episodio della celebre saga (Terminator Genisys), l’attore infila un film che è insieme condizione dell’anima e luogo fisico dove (forse) cominciare a invecchiare. Grande interpretazione la sua, forse la migliore della sua carriera.

Tra padre e figlia si ingaggia allora un confronto struggente, una lunga resistenza che nulla potrà contro la febbre omicida che divora la protagonista. Alternando i contrasti freddo-caldo, i grandangoli (per scoprire distese di terre improduttive) e i piani stretti (per cogliere l’inquietudine irriducibile dei protagonisti), la regia di Hobson suscita un sentimento destabilizzante reso ancora più toccante e turbante dalla coppia Schwarzenegger-Breslin, il primo annientato dalla dipartita imminente della sua bambina e la seconda torturata dal male che la divora dall’interno.