Il signore degli anelli nell’edizione Rusconi del 1977 lo lessi nel 1984 due anni dopo aver letto Lo hobbit. La cosa curiosa è che la mia grande passione per le opere del professor JJR Tolkien (e per tutti gli Inklings, la sua ristretta cerchia di amici) nasce dalla voglia di risolvere un gioco per il mio Commodore 64, Lo hobbit, il primo adventure game che avessi mai visto, si trattava di un adv testuale che ormai mi ossessionava comprai il libro Lo hobbit e lo lessi tutto di un fiato.
Ormai Tolkien mi aveva conquistato, per me il SdA è l’opera letteraria più importante del 20esimo secolo, un romanzo “vero” e più reale che mai. 
A questo proposito C.S. Lewis ha espresso una considerazione che sottoscrivo: «non è immaginario il mondo che Tolkien ha proiettato, così molteplice, vero e completo nella sua intima coerenza. Nessun altro mondo è così palesemente oggettivo, purificato da ogni psicologismo individuale legato all’autore».

Il Signore degli Anelli è un romanzo d’eccezione, al di fuori del tempo: chiarissimo ed enigmatico, semplice e sublime. Esso dona alla felicità del lettore ciò che la narrativa del nostro secolo sembrava incapace di offrire: avventure in luoghi remoti e terribili, episodi d’inesauribile allegria, segreti paurosi che si svelano a poco a poco, draghi crudeli e alberi che camminano, città d’argento e di diamante poco lontane da necropoli tenebrose in cui dimorano esseri che spaventano solo al nominarli, urti giganteschi di eserciti luminosi e oscuri; la lotta, senza tregua, fra il bene e il male. Leggenda e fiaba, tragedia e poema cavalleresco, il romanzo di Tolkien è in realtà un’allegoria della condizione umana che ripropone in chiave moderna i miti antichi.

I nove componenti della compagnia dell’anello entrarono nel mio cuore per non uscirne più: Frodo, Sam, Marry e Pipino, Gandalf, Aragorn, Boromir, Legolas e Gimli, i nove viandanti a cui è affidata la missione di sconfiggere l’oscuro signore Sauron.

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