Periodo d’estate e in contemporanea alla lettura di una biografia di Philip K. Dick sono riuscito a recuperare quella storica di Cesare Marchi su Giovanni dalle bande nere. Lettura molto stimolante anche per il what if legato alla sua morte a soli 28 anni.
Secondo Machiavelli infatti per figura, abilità e carisma avrebbe potuto unificare l’Italia (un’Italia unificata nel ’500 e sarebbe stata tutta un’altra storia). Uno degli ultimi grandi esponenti della cavalleria italiana sarà ucciso dalla cancrena derivata da un colpo di falconetto il 30 novembre 1526. La sua morte consentirà ai lanzichenecchi del Frundsberg di arrivare a Roma nel maggio 1527 e saccheggiarla per la prima volta dopo la calata dei vandali (455 d.c.), e in modo anche peggiore. Da quel momento in poi le grandi monarchie europee potranno fare in Italia quello che vorranno fino al Risorgimento…

Il sei aprile dell’anno 1498 venne alla luce il piccolo Ludovico de’ Medici, figlio di Giovanni de Medici, e di Caterina, figlia di Galeazzo Sforza duca di Milano, padrona allora d’Imola e di Furlì”, la leggendaria guerriera del Cinquecento.
Giovanni dalle Bande Nere, il più famoso capitano di ventura di tutti i tempi, fu, tranne l’amore per i libri, precoce in tutto: nei vizi e nel coraggio, nella crudeltà e nel talento militare, nell’ambizione e nella prodigalità.
Il padre, Giovanni detto “Il popolano”, era nipote di Lorenzo, discendente del ramo secondogenito della celebre casata; la madre, invece, oltre a vantare la discendenza milanese (che spiega anche la scelta del nome, in onore di Ludovico il Moro), era vedova di Girolamo Riario (ucciso durante la congiura del 14 aprile 1488). Il piccolo fu tenuto per due anni nascosto al ramo milanese, dato che lo zio materno, Ludovico Sforza, aveva usurpato il ducato alla morte del fratello Galeazzo.

A Firenze, mentre il figlio cresceva nella villa di Castello, Caterina tentò di impartirgli un’educazione letteraria; ben presto, però, il giovane rivelò un carattere orgoglioso, acceso e ribelle, ed una spiccata predisposizione per mansioni considerate più virili: “fiero di natura, poco apprezzando le lettere, volse infino da’ primi anni l’animo solo al cavalcare, al notare e ad esercitarsi della persona in tutti quei modi che al soldato convengono”. Ma Giovanni era destinato a soffrire, ed a conoscere molto presto la morte, fedele compagna di vita. All’età di undici anni, il 28 maggio 1509, perse anche la madre, rimanendo così completamente solo.

Giovanni conosceva l’arte della sorpresa, e l’importanza della velocità. Rese lo sparuto numero di cavalieri al suo comando un’unità d’elìte, capace di terrorizzare l’avversario, e di apparire, inattesa e temuta, in ogni angolo e settore dello schieramento avversario; ma soprattutto, mostrò una spiccata capacità di innovare tattiche e manovre delle proprie Bande, al punto che alcuni studiosi ritengono oggi di potergli attribuire l’invenzione dei “dragoni”, archibugeri a cavallo capaci di combattere una volta smontati a terra (nonostante il termine fosse coniato in epoca successiva, quando conobbero grande diffusione, specie nell’esercito francese).
La compagnia di ventura ai suoi ordini, comunque, non furono mai molto numerose: anche nei loro momenti migliori non superarono le 4000 unità. A Caprino, contro gli Svizzeri, combatterono 200 cavalieri pesanti, 300 leggeri e 3000 archibugieri, a Pavia 50 cavalieri pesanti, 200 leggeri e circa 2000 fanti, a Governolo Giovanni attaccò gli imperiali con 400 archibugieri, che furono trasportati a cavallo sul campo di battaglia da altrettanti cavalieri. Le Bande erano costituite quasi interamente da italiani, per lo più toscani e romagnoli, con la probabile aggiunta di lombardi durante il periodo di combattimenti nell’Italia del nord. L’Appennino tosco-emiliano, in particolare, forniva uomini che costavano relativamente poco ed avanzavano, almeno all’inizio della carriera, poche pretese.

 

« Faceva più danno alli inimici lui solo che tucto lo exercito. »
(Giovanni Salviati)
« Non mi snudare senza ragione. Non mi impugnare senza valore. »
(Scritta riportata sulla spada visibile nella statua degli Uffizi)