Sono particolarmente orgoglioso oggi di pubblicare su “L’evasione del prigioniero” l’intervista a un vero “genio” del fumetto mondiale (a 19 anni ha pubblicato la sua prima storia su Topolino, il più giovane ad aver pubblicato sul giornale da quando è nato) Fabio Celoni alla cui matita sono particolarmente affezionato perchè mi ha regalato molte emozioni e chissà quante altre me ne regalerà.
Fabio è un artista decisamente poliedrico, anche sceneggiatore, capace di dare alle opere quel di più che gli viene dalla sua straordinaria capacità di mostrare “l’avventura” con la A maiuscola. Voi tutti lo conoscerete perchè avrete letto i suoi bellissimi albi di Dylan Dog, Bred Barron, PK, Topolino, Nemrod e San Michele, il bello è che Fabio Celoni è bravo quanto modesto e lo ringrazio ancora perchè nelle risposte che ha dato traspare tutta la sua passione per il suo lavoro e per il genere “fantastico” e perchè è una persona che alla parola data ci tiene, mi aveva promesso che pur oberato da mille impegni avrebbe risposto alle mie domande e lo ha fatto, un vero mito Fabio.
Vi lascio all’intervista, so che la leggerete tutta di un fiato, come ho fatto io, buona lettura.

1 – Hai dato vita alla grafic novel, trasposizione a fumetti di Disney Epic Mickey, il viaggio di Topolino attraverso Wasteland, com’è stato imbarcarsi in questa perigliosa impresa e quali autori Disney americani e italiani hai apprezzato e hai studiato per affinare il tuo particolare stile?

Più che perigliosa, direi divertente. Fin dal momento in cui mi hanno mostrato il materiale americano del videogioco ho capito che ci sarebbe stato spazio per fare qualcosa di diverso, e perchè no, anche di forte, inteso come impatto grafico. D’altronde è stato quello che Roberto Santillo, tramite l’Accademia Disney, ha chiesto a me e Paolo Mottura, che ha realizzato la seconda parte dell’albo. Inizialmente mi è stato chiesto di realizzare degli studi di riferimento, da mostrare anche agli americani che ne controllavano la gestazione, essendo un progetto internazionale che poi è stato distribuito un po’ in tutto il mondo e su cui (sul videogioco, in realtà) avevano investito un sacco di soldi. Perciò ho fatto qualche studio di oggetti e personaggi, ma soprattutto di atmosfera e di stile grafico. La cosa è piaciuta e quindi siamo partiti con la realizzazione delle tavole, impostate in una gabbia libera e dinamica che poteva avvicinarsi a quella dei comics americani, dai quali tra l’altro proveniva Peter David. Aggiungo che è stato un grande piacere lavorare allo stesso progetto con Paolo, che oltre ad essere un grande amico è uno degli autori in circolazione che stimo di più. D’altronde sono circa 20 anni che tentiamo di fare qualcosa insieme, ma fino ad ora abbiamo solo riempito cassetti e fogli di progetti: speriamo entrambi che questo sia solo il primo di lavori comuni che vedranno la luce. Di autori disneyani di riferimento potrei citartene molti, intesi come formazione personale… per gli italiani, gli imprescindibili Carpi, Scarpa e Cavazzano, ma essendo stato da sempre un lettore compulsivo di Topolino, forse sarebbe più giusto dire che ho studiato un po’ tutti gli autori che vi si sono avvicendati, o mi sono entrati sottopelle per conto loro, in varia percentuale. Fare un lungo elenco sarebbe inutile e otterrei solo di dimenticare qualcuno. Per gli americani, ovviamente Gottfredson e Barks. Il primo per capire davvero cos’era disegnare il fumetto Disney, il secondo per il meraviglioso senso del narrare. Poi i grandi vecchi dell’animazione, di cui ogni film è uno scrigno di tesori da esplorare e studiare. E tutti i cortometraggi, che hanno costituito una fondamentale scuola personale a cui mi sono dedicato con ostinazione per anni, da “The old Mill” in poi, nel tentativo di trovare un modo di coniugare un segno moderno con quella dinamica classica e senza tempo, che “era Disney” in ogni tratto di matita.

2 – Hai curato l’ideazione grafica di Brad Barron e hai disegnato tutte le copertine della miniserie e degli speciali, Barron si muove in un mondo aggredito da esseri provenienti dallo spazio, un genere che va sempre per la maggiore sia nelle serie tv (Visitors, The event, X files) e nei cinema (ultimamente in Skyline e Battle from Los Angeles oppure in Avatar dove i ruoli si invertono). E’ il genere di fantascienza che ti piace? oppure sei più portato verso altri filoni, abbiamo quasi la stessa età e immagino che al cinema ti avrà impressionato da bambino la prima trilogia di Star Wars…

C’è da dire che adoro la fantascienza (come gli horror) anni ‘50 e ‘60, scritta o filmata che sia. Più che di tecnologia, riempiva gli occhi e il cuore (e i serbatoi delle astronavi) di immaginazione… recentemente ho trovato in una libreria antiquaria di Austin, in Texas, un bellissimo librone gigante degli anni ‘70, in cui sono contenute delle spettacolari locandine di film e copertine di riviste di fantascienza dai primi anni del 900 agli anni ‘70. Sorvolando sulla qualità grafica di queste illustrazioni (sono spesso spettacolari e incredibilmente moderne, bellissime soprattutto quelle tra anni ’30 e ’50), quello che mi colpisce maggiormente di queste opere è il senso di inquietudine che riescono a generare, anche quando superficialmente appaiono molto ingenue (e magari lo sono davvero). La fantascienza, soprattutto quella precedente allo sbarco di Armstrong, possedeva un fascino che era diretto figlio della paura dell’ignoto, dunque questi racconti (e le copertine che li illustravano) raccontavano allo stesso tempo di profondità spaziali e di profondità dell’anima… questo con tutti i limiti, soprattutto di morale corrente, con cui spesso si accompagnavano. Ma erano un tale concentrato di fantasia da farsi perdonare molte cose. Per questo, quando Tito mi ha proposto di lavorare sul personaggio di questo massiccio eroe “all’antica”, che avrebbe un po’ ripreso alcune delle tematiche dei film di fantascienza di quegli anni (anche se puntando più sull’avventura vera e propria, proposta in varie forme, piuttosto che sulla metafisica e sull’inquietudine del “non detto”) ho accettato con entusiasmo. Stimo molto il lavoro di Tito e ritrovarsi a lavorare insieme in Bonelli dopo averlo fatto in Disney è stato di nuovo un grande piacere, ci siamo molto divertiti, con Brad. E’ stato bello anche poter disegnare qualche tavola nell’ultimo numero, anche se l’impegno più grande è stato sicuramente per le cover. Era la prima volta che provavo a realizzare copertine di taglio realistico ed è stata all’inizio una sfida molto impegnativa, poi fortunatamente c’è stato anche spazio per il piacere puro e semplice della realizzazione. Proprio mentre scrivo queste righe sto lavorando alla cover del quinto speciale di Brad Barron. E devo dire che è sempre un piacere ritrovarlo e farci una chiacchierata, è un personaggio che per me ha significato tante cose.

Mi chiedevi anche se seguo la fantascienza “moderna”, certo che sì, e neanche poco. Sorvolando sui “testi dell’obbligo” che ho divorato e riguardato fino allo sfinimento (la “trilogia sacra” che hai nominato – se qui posso chiamare moderni film degli anni ‘70 – e tutta la lista infinita che puoi immaginare), e ricordando l’infinità di sottogeneri della fantascienza,  ti potrei citare il filone cyberpunk o quello distopico, per parlare di gusti personali, ad esempio pellicole tipo Strange Days della Bigelow o L’esercito delle 12 scimmie, per fare solo i primi due titoli che mi vengono in mente.

3- Ti hanno hanno anche dedicato una mosta dal titolo “Fabio Celoni e i misteri di Dylan Dog” con questa motivazione: “Le tavole pubblicate sono rappresentative tanto del mondo cupo e misterioso di Dylan, quanto dell’arte di Celoni, che modella gli spazi delle vignette con il nero profondo delle sue ombre”. Ne approfitto per farti i complimenti anche per una storia divertente come quella contenuta nell’ultimo Dylan Dog Color Fest dal titolo Morire dal ridere.

C’è un forte legame tra te e questo glorioso personaggio, ce ne puoi parlare?

Prima voglio ringraziarti per le belle parole. Per me Dylan rappresenta innanzitutto l’adolescenza e il primo approccio col fumetto “vero”, perché l’ho conosciuto che avevo circa 15 anni e frequentavo i primi anni della Scuola del Fumetto, dove Giampiero Casertano tentava (povero lui) di insegnarci il mestiere. Scusa, Giampo, se ti abbiamo fatto impazzire, ma sapevi in cosa ti imbarcavi con quella classe di disgraziati. Scherzi a parte, lo devo solo ringraziare… mi ha insegnato tanto, probabilmente non tutto quello che avrebbe voluto, ma ho cercato di fare il possibile, in fondo ci siamo conosciuti che ero davvero un bimbo (13 anni). Mi ha mostrato le prime tavole originali della mia vita. Mica lo sapevo, prima, che i fumetti si disegnavano così in grande, su carta così pesante (e costosa) e che soprattutto…  erano così difficili da fare! Erano tavole di “attraverso lo specchio”, poi di “memorie dall’invisibile”, e di altre che stava realizzando allora e che adesso sono giustamente considerate capisaldi della serie. Mi ricordo che il Giampo ci mostrava l’uso del pennino, del pennello, di come si dovevano pulire gli strumenti alla fine del lavoro (una lezione che non ho mai imparato per bene). Tentavo di rubargli quel che potevo. Gli sfumati con la lametta da barba, usati anche per “scavare” la pioggia nella china sottostante. Ma gli F4 della Fabriano si bucavano subito, bisognava usare i fogli Shoeller grammati 250 o 300 gr. Allora erano spettacolari, giallini, ti rimaneva sulle dita la polvere di cellulosa, avevano una resa incredibile con la china e davano una gioia tattile ineguagliabile, ora non li fanno più di quella qualità. Quando mi ricapitano in mano mie tavole realizzate in quegli anni, o fino a metà anni 90, ancora mi stupisco della qualità di quella carta, un po’ meno di quella dei disegni. Anche i pennelli erano migliori, ora gli stessi della Winsor&Newton durano molto meno (e i miei, visto come li tratto, meno ancora).

Con Dylan è stato amore a prima vista, come è successo a tanti della mia età in quel periodo. Ero un appassionato di cinema e letteratura horror, e in Dylan ho ritrovato tante di quelle suggestioni, unite alla qualità di un disegno “colto”, pieno di sfumature gotiche e fantastiche, oltre che di trame fitte di sottotesti e rimandi letterari, scritte da un genio che ha a suo modo rivoluzionato un genere rimescolandone gli elementi in una ricetta personalissima, filtrata dalla sua esperienza umana e dalla sua poetica. Poter lavorare alla sua creatura, poterci mettere qualcosa di mio, anche se piccolo, è stato un grande onore.

4- Nemrod, ho trovato Cercando le spoglie del paradiso, una delle storie scritte da te, una tra le letture più godibili degli ultimi anni e Padre Bernard un personaggio molto affascinante. Rivedremo magari Padre Bernard in una serie solo a lui dedicata?

Molti ritengono padre Bernard De Molay un personaggio con grandi potenzialità, e anche a noi sarebbe piaciuto poter sviluppare uno spin-off delle sue avventure, ma per il momento questa cosa non è in cantiere, chissà in futuro. Tra l’altro esistono altri 3 speciali di Nemrod che attendono ancora di essere pubblicati, dei quali due interamente disegnati e un ultimo di cui avevo completato il soggetto e scritto un terzo della sceneggiatura. Avrebbe chiuso la serie e ne ero particolarmente soddisfatto, si sarebbe intitolato “la follia di Saturno”. Per la storia che citi, “cercando le spoglie del Paradiso”, posso dirti di essere stato ispirato da un viaggio che ho fatto con la mia compagna a Oybin, una cittadina della Sassonia dove si trova questo spettacolare castello in rovina abbarbicato su un monte, che poi ho scoperto aver ispirato poeti e pittori per centinaia di anni. Quando abitavamo a Liberec andavamo spesso in Germania, la frontiera era a due passi e in un pomeriggio si potevano attraversare tre stati: Repubblica Ceca, Polonia e appunto Germania, da est. Abbiamo trovato il castello per caso e ci ha incantati, poi ci siamo tornati. Tutte le indicazioni e la documentazione date al bravissimo Giuseppe De Luca per i disegni provengono dalle fotografie che scattai personalmente sul posto, affascinato dalle sue atmosfere. Mi sembrò subito un set perfetto – e molto poco conosciuto da noi – per ambientarci una storia di Nemrod, intingendola in sapori da “nome della rosa” e da giallo medioevale. Per chi si ricordasse il dettaglio nell’episodio, posso dire che anche la statua di legno del cavaliere esiste veramente, l’ho trovata camminando in un bosco sotto le rovine del castello, un po’ nascosta, mangiata dall’umidità e dal bosco, e mi è sembrata perfetta da usare per la storia, romanzando ovviamente il tutto con una sottotrama creata per l’occasione. Eravamo anche andati all’ufficio informazioni locale a domandare notizie di quella strana scultura, altra scena che poi è stata inserita nella storia. Tutte le avventure scritte per questa testata hanno sempre richiesto una grande documentazione e ricerca, storica e geografica oltre che naturalmente simbolica e legata alle varie tradizioni trattate.

5 – Ho letto in altre interviste che hai rilasciato della tua passione da ragazzino per la lettura ma che anche adesso non esci mai da una libreria a mani vuote (‘avventura, classici, horror, fantasy, fantastico, l’archeologia mysteriosa, gialli, saggi, poesia, alchimia…) ma che il tuo genere preferito è il fantasy, quali sono stati gli autori che ti hanno più influenzato? Il Signore degli Anelli è rientrato tra queste letture? Come te la immagini una sua trasposizione a fumetti?

Come ti dicevo sono da poco tornato dagli Stati Uniti e anche lì è successa la stessa cosa, acquisto compulsivo, temo a questo punto che si tratti di una malattia transoceanica. Naturalmente ho letto Tolkien (due volte “il Signore degli Anelli”, ma anche praticamente tutto il resto della sua produzione, da “lo Hobbit” a “Albero e Foglia”, al “Silmarillion” ai “Racconti Perduti”, etc), apprezzando poi molto anche la trasposizione cinematografica di Jackson, spettacolare e fedele nello spirito anche se con delle cadute e degli eccessi di leziosità che forse erano evitabili. Ricordo anche una bellissima versione animata in tecnica mista dei primi anni ’80, che se non sbaglio s’interrompeva con la conclusione della Compagnia dell’Anello e non ebbe seguito a causa di problemi di finanziamenti, un vero peccato. Una trasposizione a fumetti di quest’opera ciclopica non sarebbe ovviamente semplice, dovrebbe essere innanzitutto fedele, e necessariamente monumentale in ampiezza e ricchezza del background. Imbarcarsi in un’impresa del genere richiederebbe anni e anni (e anni) di lavoro ad un solo disegnatore. Più plausibile una collaborazione tra diversi artisti, che diminuirebbe i tempi altrimenti lunghissimi di produzione. Me la immagino assolutamente a colori, e in grande formato. Ma se nessuno ha ancora osato metterci mano seriamente un motivo dev’esserci, difficile sostenere il peso e l’autorità dell’opera originale, e ci metto ormai anche quella dei film. Dovrebbe inoltre esserci – cosa mica da poco visto il periodo – un editore che avesse il coraggio di investire davvero sulla cosa, pagando il giusto a chi dovrebbe sobbarcarsi questa tredicesima fatica di Ercole. Comunque ormai hai capito che sono logorroico e dunque mi permetto di fare una piccola correzione nella tua domanda. E’ vero che amo (ma soprattutto ho amato) molto il fantasy, ho letto un’infinità di libri del genere oltre alla produzione tolkieniana, ma il mio genere letterario preferito credo debba inserirsi nel filone del fantastico, più che del fantasy puro. Cioè da ciò che parte dalla realtà e poi subisce una deviazione, invece che partire da un mondo completamente inventato o mitico, rasentando talvolta la fantascienza e talvolta la favola. E’ un genere che ne contiene molti altri, in realtà. Parlo quindi di autori come Buzzati, Ende, Kafka, Poe, Hawtorne, Bradbury, lo stesso King, e moltissimi altri… ci metto anche Rodari, quanto mi piacerebbe illustrare qualcosa di suo.

Quello delle discipline ermetiche (hai citato l’Alchimia) è poi un discorso a parte, che meriterebbe una trattazione davvero troppo lunga. Diciamo che… ho letto molto, a riguardo!

6 – So che ami il cinema di Tim Burton, che stravedi per le sue opere (Il mistero di Sleepy Hollow, Nightmare before Christmas…) e che il tuo sogno nel cassetto sarebbe fare un film d’animazione. Io ritengo che se fossimo negli USA tu staresti già a promuoverlo questo film. Come vedi la situazione del cinema italiano?

Sinceramente non buona, e non parlo specificatamente di quello d’animazione. Credo che lo scopo di fare cinema non sia solo il raccontarti una storia, ma anche il trasportarti in un’altra dimensione mentre lo fa, ammaliandoti, incantandoti. Insomma facendoti sognare. Ecco, mi sembra che questa cosa, questa dialogo con la parte di noi che si nutre di immaginazione e spirito, ultimamente difetti parecchio. Parlando di film nostrani, purtroppo non ho ancora visto il film di Gipi, cosa che mi auguro di poter fare presto. Abbiamo ancora dei grandi registi che ogni tanto sfornano film importanti, ma a mio modo di vedere c’è una fastidiosa e consolidata tendenza, da parte di produttori e distributori, a portare nelle sale troppi film che raccontano di comuni (e spesso noiosissime) vite quotidiane, di trenta/quarantenni in crisi d’identità, di amori adolescenziali, o che invece sono pretesti per promuovere il tal comico di Zelig, il personaggio televisivo o l’amichetta del direttore laterale di turno. Per carità, questi film ci son sempre stati e se piacciono è giusto che continuino ad esserci, solo mi piacerebbe una visione che spaziasse maggiormente attraverso i generi, perché non credo che in Italia ci sia un “difetto di talento” rispetto all’America, al Giappone o alla Francia, giusto per citare tre importanti basi di produzione. Ma è come se, da noi, si fossero perse le chiavi di alcuni cassetti o, peggio, si avesse un po’ di fastidio ad usarle. Che forse l’immaginazione ha un valore minore della “realtà”? E perché? Facciamo un po’ un elenco dei film che ci hanno segnato la vita, da bambini, da adolescenti e da adulti, e magari scopriremo che sono proprio quelli che ci hanno trasportati “aldilà”, che ci hanno fatto sognare o spaventare o ci hanno incantati, che poi ci si sono insediati nel cuore facendoci crescere come esseri umani. Mi piacerebbe poter assistere più spesso a film che abbiano in sé il gusto di un raccontare che sia – diciamo così – laterale allo svolgersi di un evento, cioè che ne proponga una visione poetica e non meramente didascalica. Chiaro che quest’ultimo approccio è sempre più semplice, sicuro e meno pericoloso, sia per i registi che per i produttori. E s’intende che anche il racconto della più semplice vita può diventare un capolavoro se narrato da un genio, ma ben più spesso questo racconto può rimanere piatto come un elenco del telefono se raccontato da uno che genio non è: non tutti sono Fellini, Truffault o Hitchcock, ma esistono tanti registi e scrittori di talento che andrebbero valorizzati e promossi in maniera diversa. Anche qui, purtroppo, molto fanno gli appoggi personali, le conoscenze, le convenienze di questo o quel settore.

Per cambiare discorso, o forse per completarlo, hai ragione: adoro Burton. Non tutto quel che ha fatto, ma molto. In primis oltre al citato “Nightmare before Christmas” sicuramente “Big Fish”. Un regista che ha ancora, malgrado cadute anche pesanti, un’idea del cinema e una poetica che sento molto vicine. Poi sì, collaborare a un film d’animazione sarebbe sicuramente una cosa intrigante, sia come esperienza che come prospettive; sarebbe bello poter lavorare allo studio di characters o ambientazioni, anche se va da sé che ci sarebbe da considerare il tipo di progetto e tante altre variabili. Inoltre per ora non ho nessuna intenzione di lasciare il fumetto, dunque se dovesse capitare valuterei bene gli spazi di manovra per non rimanere lontano troppo tempo da un mondo che amo ancora così tanto.

7 – Negli ultimi anni le serie tv americane ed inglesi hanno raggiunto e forse superato in qualità le opere cinematografiche, tu sei riuscito a seguirne qualcuna? Il “fenomeno” Lost magari? O l’istituzione inglese “Doctor Who”?

Ero un divoratore di serie televisive fino a qualche anno fa. Ora, purtroppo, a causa del poco tempo a disposizione (mi sa che dovrò rileggermi Momo per la settima volta) riesco purtroppo a dedicare molto meno tempo a quelle nuove. Di quelle che hai citato ho visto solo, mea culpa, la prima serie di Lost e qualche puntata sparsa del Doctor Who, anche se quest’ultimo ha ormai più di trent’anni di vita. Ti dò ragione, spesso queste serie sono strepitose in realizzazione e idee, arrivando a superare anche i “fratelli maggiori” cinematografici. Sto comunque recuperando diverse serie e conto (anzi spero) di farmi una bella overdose al più presto per recuperare il tempo perduto. In Italia cose simili sarebbero di difficile realizzazione, non è un caso se le maggior parte delle tematiche nelle “fiction” italiane (a parte qualche incursione nello storico o nel filone “familiar-popolare”) sono legate a forze dell’ordine (carabinieri, polizia, squadre speciali, cani poliziotti etc), Chiesa (tutti i vari “don”, di solito investigatori, santi o papi) o narrano di categorie di medici/patologi vari. Cioè sono legate a gruppi di potere, quelli che alla fine della fiera ti permettono di lavorare in tv: così chi vuole lavorare in quel campo sa già che proponendo qualcosa inscritto in questi filoni avrà una certa possibilità che il suo prodotto sia accettato (s’intende se ha gli appoggi giusti). Ma te lo vedi un Lost italiano? Sarebbe ambientato sull’Isola dei Famosi. O una serie sui vampiri? Il protagonista dovrebbe come minimo essere un maresciallo/vampiro, ovviamente buono, fine psicologo e dalla parte degli oppressi.

8 – San Michele è stata una miniserie eccezionale, cosa vi ha ispirato questa storia gialla/misteriosa ambientata nel futuro in un borgo medievale? Da questo e da altri lavori si scorge una passione per la storia medievale e l’archeologia…

Devo ringraziarti di nuovo, anche da parte di Adriana Coppe. Lo spunto per questa storia ci è stato suggerito da una gita nell’entroterra pontino, sotto i monti Lepini, proprio dove poi l’abbiamo ambientata, spostandola però nel futuro per i motivi che ormai chi ha letto la serie ha compreso. Abbiamo visitato per caso questo paesino medioevale e la sua particolare conformazione ha fatto nascere in noi le prime idee, che abbiamo subito cominciato – anche un po’ per gioco – a mettere insieme in forma di storia. Questa poi ha preso corpo piuttosto rapidamente, quando abbiamo iniziato a lavorarci sul serio. Il resto lo ha fatto la nostra passione per alcuni periodi storici e l’archeologia, come giustamente osservi, oltre che per gli argomenti “misteriosi” più vari e le atmosfere suggestive e stranianti, metafisiche e quasi “aliene” nel loro intreccio di antico e moderno, che possono incontrarsi in avventure grafiche come i classici “Myst” o “Syberia”. Visto che prima parlavamo di serial: abbiamo concepito San Michele un pò sul modello di alcune vecchie serie televisive, come ritmo, progressione degli eventi e costruzione dei personaggi. Ecco, penso che sarebbe davvero bello poter fare una trasposizione televisiva di San Michele, essendo oltretutto una serie ambientata in Italia, in luoghi reali come i borghi dei monti Lepini, le varie abbazie medioevali e le campagne pontine. Inoltre, i gialli tirano parecchio tra il pubblico televisivo italiano. Poi, il titolo potrebbe giocare a nostro favore e trarre in inganno qualche produttore, che potrebbe pensare a una serie ecumenica sull’arcangelo. Ma scherzi a parte, sarebbe bello, ripeto, mi ci lancerei a capo chino.

9 – Il cacciatore di aquiloni la grafic novel che hai tratto dal capolavoro di Khaled Hosseini è stato un lavoro incredibile, puro stato dell’arte, quali sono i lavori su cui ti stai concentrando?

Sei troppo buono. “Il cacciatore di aquiloni” è stato un lavoro molto impegnativo che ha richiesto a tutti lunghi mesi di passione: sono felice che il risultato, per quel poco che si è visto finora (qualche anteprima e la versione iPad) stia piacendo. Presenteremo finalmente a Lucca il libro in formato cartaceo, praticamente in contemporanea con l’uscita in vari paesi del mondo. Ci tengo a ricordare lo splendido lavoro dei miei compagni di viaggio: Tommaso Valsecchi per la sceneggiatura e Mirka Andolfo e Davide Caci per i colori.

Ora sto lavorando per Bonelli, disegnando una bellissima storia di Dampyr scritta da Mauro Boselli, e per Disney, con un progetto a cui tengo molto, insieme a Bruno Enna. E’ ancora top-secret, ma a Lucca dovrebbe essere presente qualche anteprima.

 

10 – In questi giorni è venuto a mancare un vero gigante del fumetto italiano, quello che in molti hanno definito il Walt Disney italiano, Sergio Bonelli, ci vuoi lasciare un tuo ricordo (segnalo per i lettori da leggere sul tuo blog il tuo ricordo di Sergio Bonelli anche attraverso una commuovente tavola a fumetti di cui mi permetto di inserire un anteprima).

Credo che siano due figure completamente diverse. Sergio ha legato la sua storia esclusivamente al fumetto, amandolo profondamente, realizzandolo personalmente e trasformandolo in quello che è oggi in Italia. In ciò è stato davvero un patriarca, per questo la sua scomparsa è così dolorosa per tanti, anche per chi non l’ha mai conosciuto personalmente. Qualcuno ha saggiamente detto che abbiamo perso almeno tre persone contemporaneamente: Sergio Bonelli, Guido Nolitta, e Sergio. Cioè un grande editore (il più grande editore italiano, secondo me), un grande autore di fumetti, creatore di personaggi che sono rimasti nel cuore di intere generazioni di lettori, e un grande uomo. Personalmente, come tanti altri che l’hanno conosciuto da vicino, piango soprattutto per la perdita dell’ultimo. La consapevolezza del resto verrà dopo, ora è l’amico che mi manca, la figura paterna, l’uomo buono, gentile e premuroso che era, a cui posso dire ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, solo grazie.